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La
Religione Primitiva
Abramo
Secondo
la Bibbia, Abramo è il capostipite della nazione ebraica
e per questa sua missione fu scelto direttamente da Dio.
Figlio di Terah, nacque nella città di Ur nella
Babilonia meridionale, in un ambiente essenzialmente
pagano ed idolatrico. Abramo ebbe una "comunicazione
con Dio", il quale gli impose di emigrare con la sua
famiglia per gettare le basi di una nuova nazione (Genesi
XII). Abramo obbedì ed emigrò verso il Canaan
(Palestina).
La
Bibbia non presenta il monoteismo di Abramo come una
forma speculativa di ordine intellettuale, bensì come il
risultato di una intuizione immediata, di una rivelazione
mistica e soprannaturale. In Canaan Abramo riceve da Dio
ulteriori comunicazioni e conferme della sua missione e
questo mistico rapporto continuerà poi con i suoi
discendenti Isacco e Giacobbe. La primitiva religione
monoteistica è a carattere strettamente patriarcale.
Non sappiamo quasi nulla di questa religione primitiva
ebraica (alcuni storici hanno anche avanzato l'ipotesi
che Abramo e i patriarchi fossero personaggi mitici e
che, a partire dall'VIII secolo a.C., il monoteismo
morale fosse un prodotto dell'insegnamento dei profeti).
Dalle indicazioni dell' Antico Testamento, esso è
un culto sacrificale, simile agli altri culti pagani
della Mesopotamia, con una differenza fondamentale: il
Dio di Abramo non è una divinità legata ad un luogo o
ad un fenomeno naturale, egli è il creatore unico
dell'universo e il giudice supremo.
Il
concetto di Dio
In
questo primo periodo, Dio è rappresentato e concepito
come un essere spirituale che entra in contatto con i
singoli uomini da lui prescelti. In questo stadio mancano
cioè quegli apparati scenici grandiosi in cui si
inquadrano le rivelazioni avvenute nel secondo periodo
(quello della rivelazione della Legge a Mosé), né
esistono riferimenti a particolari luoghi. Per Isacco,
figlio di Abramo, il Dio rivelato sarà "il Dio di
Abramo" (Genesi XXVI, 24); per Giacobbe egli sarà
il "Dio di Abramo e di Giacobbe". La nuova
divinità dunque non lega il suo nome a un particolare
luogo, come avveniva frequentemente presso i Semiti,
bensì al nome di quelle determinate persone, custodi
della trasmissione della sua conoscenza. Per i primi
credenti, Dio è il "Dio dei Padri" o il
"Dio di Israele". Questo Dio dei patriarchi è
designato col termine ebraico El (che è la forma più
antica) e con le sue derivazioni 'Elohah ed Elohim. L'ultima forma è al plurale ma ciò è da intendere come
una forma di maestà (simile al plurale maiestatis
usato più tardi dai Romani).
Secondo
i filologi moderni, il termine El deriva dalla radice 'jl
che significa "essere il primo", "essere
l'iniziatore", oppure dalla radice ' wl che
significa "essere potente": dunque sembra sia
stato all'inizio solo un aggettivo ed un appellativo, per
divenire solo in un secondo tempo un nome proprio. Il Dio
El è spesso nominato nella narrazione biblica con
aggiunte aggettivali come 'el-'olam (Dio
Eterno) o con aggiunte riferenti a qualche luogo o a
qualche vicenda, come 'el-beth-'el (Dio
della visione), termine che si ricollega al sogno divino
avuto da Giacobbe a Beth-el. Tra i
Cananei si moltiplicano progressivamente gli 'Elim ai
nomi dei quali vengono aggiunti particolari aggettivi di
carattere locale, tuttavia ciò non significa che queste
operazioni abbiano un movente politeistico, in quanto
l'El dei patriarchi appare sempre il medesimo e l'unico
perché si riferisce sempre ad un unico fatto: la
rivelazione di Dio fatta ad Abramo.
L'alleanza
Quando
gli Ebrei lasciano la regione del golfo Persico per
dirigersi verso Canaan (la Palestina), essi hanno una
fede religiosa che contrasta con il politeismo degli
abitanti della Mesopotamia: credono infatti in un Dio
unico, creatore del cielo e della terra, modello morale,
alla legge del quale l'uomo deve conformarsi. Questo Dio
si è rivelato ad Abramo con queste parole: "Osserverai
il mio patto, tu e i tuoi discendenti... ogni maschio fra
voi sia circonciso... e questo sarà il segno del
patto..." (Genesi, XVII, 9-14). La
predilezione di Dio per i patriarchi assume quindi la
forma di una vera e propria alleanza o patto (in ebraico bérith),
contratto con il primo patriarca Abramo e rinnovato
attraverso ulteriori rivelazioni con i suoi discedenti. A
costoro Dio appare e con costoro Egli conversa
familiarmente: le cosiddette Teofonie (termine greco che
significa apparizione del Dio) avvengono anche in
località di Canaan che scavi recenti hanno dimostrato
essere luoghi sacri per i Cananei del posto (Sicrem,
Beth-el, Hebron).
Così è
descritto il rito che suggella l'"alleanza" fra
Dio e Abramo: "Conformemente
al comando di Dio, Abramo prende una giovenca, una capra
ed un montone, un piccione e una tortora, li spartisce a
metà e mette ciascuna metà di fronte all'altra. Al
calare del sole, Abramo è colto da un profondo sonno e
riceve la comunicazione divina che gli riconferma le
promesse già fattegli nella prima rivelazione: quando il
sole è tramontato in mezzo alle due file delle vittime
passa un fuoco. Il rito è compiuto e l'alleanza è in
questo modo solennemente stabilita" (Genesi, XV, 9 e
seguenti). Queste
formalità descritta dalla Bibbia sono assai simili a
quelle collegate ai patti fra uomo e uomo, sia tra gli
Ebrei sia tra altri popoli semiti: alla fine di un patto
si immolava un animale e i contraenti passavano in mezzo
ai resti dell'animale squartato augurando a se stessi una
sorte uguale a quella della vittima nel caso non avessero
mantenuto il patto.
Mosé
Giacobbe
ed i suoi parenti (circa una sessantina da Canaan
emigrano in Egitto (nel secolo XVII a.C.) dove i loro
discendenti rimasero per circa tre secoli. Più tardi i
nuovi governanti del luogo iniziarono a perseguitarli,
così il popolo ebreo sotto la guida di Mosé, ritornò a
Canaan. Questa, a grandi linee, la vicenda del popolo
ebreo che emerge dalla narrazione della Bibbia. Però
tale periodo rimane oscuro e le notizie sulla religione
dei primi Ebrei residenti in Egitto sono scarsissime. Il
ritorno in Canaan sembra sia rimasto sempre presente
nelle direttive e nelle intenzioni dei patriarchi,
giacché Canaan era la terra promessa da Dio ad Abramo
nella berith; la volontà espressa da Giacobbe e
Giuseppe fu quella di essere sepolti in questo luogo. La
narrazione biblica riguardo all'esodo degli Ebrei dalla
terra d'oppressione è accentrata sulla figura di Mosé.
La Bibbia, infatti, lo presenta come un uomo coltissimo,
educato nella sfarzosa corte d'Egitto; più tardi (come
per il suo predecessore Abramo) egli si reca nel deserto
dove entra in comunicazione con Dio. Nella
prima visione divina che Mosé ha sul monte Sinai, Dio si
presenta con queste parole: "Io sono il Dio di tuo
padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di
Giacobbe" (Esodo. III, 6). Dunque
Mosé, da questo momento diventa il custode ed il
continuatore della religione dei patriarchi.
Il
Dio di Israele
Questo
Dio comanda a Mosé di ritornare in Egitto per liberare i
suoi connazionali oppressi, e quando Mosé chiede alla
divinità quale sia il suo nome si sente rispondere: "Io
sono Colui che sono, ma così dirai agli israeliti: Colui
che è (Jahweh). Questo è il mio nome in eterno e questo
il mio memoriale per generazioni di generazioni"
(Esodo VI, 2-3). Con
questa enunciazione comincia quel periodo della storia
d'Israele chiamato Jahvismo, e la religione dei
patriarchi è definita come religione del Dio Jahvé.
Questo nome proprio è una forma verbale, è cioè il
presente del verbo hàwàh, forma arcaica di Hajah,
che in ebraico significa essere o esistere;
il Dio, parlando di sé usa la prima persona
"Ehjeh" (io sono), l'uomo - parlando a Lui -
usa la terza persona e lo deve dunque chiamare Jahweh
(Egli è). Al verbo essere si attribuiva in questo caso
il senso di realizzare di attuare: se
perciò fino a Mosé il Dio dei padri è conosciuto come
l'El della bérith (alleanza) contratta con
Abramo, da Mosé in poi questa divinità si farà
conoscere come l' "Egli che realizza" quella
antica alleanza. La
successiva tradizione ebraica ritorna spesso su questo
concetto, poiché la "realtà" (esistenza) del
Dio dei padri e la "realtà" delle sue promesse
sono frequentemente contrapposte alle fallaci promesse
degli dei pagani.
Il
decalogo
Jahvé
agirà "con braccio disteso e con mano forte"
(Esodo VI, 1 e seg.) per far rispettare l'alleanza. Tre
sono gli obiettivi indicati da Dio: gli Ebrei oppressi
dovranno essere liberati, quindi si costituirà il popolo
di Jahvé che dovrà entrare in possesso della terra dei
patriarchi; del compimento di queste tre imprese sarà
incaricato Mosé. Già durante il lungo viaggio
dall'Egitto verso il Sinai, si sente la necessità di
inquadrare quella moltitudine e di organizzarla in un
popolo con precise leggi, una propria religione e una
rispettata autorità. L'opera precipua di Mosé fu
appunto quella di operare una organizzazione legislativa
che regolasse la vita degli ebrei e li rendesse una vera
nazione.
La
legislazione d'Israele fu essenzialmente di ordine
etico-religioso, essendo la vita civile intimamente
legata e quasi inscindibile da quella più strettamente
religiosa. Il Dio
di Abramo appare a Mosé sul monte Sinai alla presenza di
tutto il popolo: questa teofania è descritta dalla
Bibbia come una apparizione grandiosa, ricca di
componenti sceniche e suggestive. Nella
teofania del Sinai, Dio comunica a Mosé i principi
fondamentali della futura legislazione d'Israele (il
Decalogo); nelle teofanie successive, la legislazione
sarà sempre più ampliata e si riferirà a tutti gli
aspetti inerenti al culto religioso ed alla vita sociale. Dopo che
il primo nucleo della Legge fu redatto per iscritto, si
rinnovò ufficialmente l'antica alleanza (o berith)
tra Jahvé ed il popolo: il testo della Legge fu perciò
chiamato il "Libro dell'alleanza".
La
cerimonia formale di questo avvenimento fu compiuta
secondo le usanze tipiche del tempo: un misto tra le
antiche pratiche religiose e le più recenti formalità
di contratto civile. Mosé, ai piedi del Sinai, innalza
un altare e dodici are simboleggianti le dodici tribù
della nazione; sono immolate alcune vittime animali ed il
loro sangue viene sparso sull'altare; indi vengono lette
le norme del "Libro dell'alleanza". Il popolo
promette solennemente di osservare queste norme e, per
suggellare e rendere inviolabile questa promessa, il
popolo stesso viene cosparso del sangue delle sacre
vittime. I contraenti sono l'invisibile Jahvé
(rappresentato dall'altare) da una parte, ed il popolo da
Lui eletto dall'altra; oggetto del contratto è
l'osservanza assoluta alla "Legge", sanzione
del patto è il sangue sparso tanto sull'altare quanto
sul popolo.
Il nucleo della Legge è il Decalogo, di cui ci sono
giunte versioni differenti (vedi Esodo XX 2-17;
Deuteronomio V, 6-12 ed Esodo XXXIV 14-16). Si pensa che
il documento sia stato modellato su raccolte legali di
altri popoli: in Egitto ed in Babilonia sono stati
ritrovati, infatti, frammenti di raccolte contenenti
schematici precetti. Si sono riscontrate analogie anche
per quando riguarda il contenuto: nel "Libro dei
Morti" un egiziano fa un esame di coscienza al
cospetto del dio Osiride, affermando tra le altre cose:
"non rubai", "non ammazzai", ecc.
L'originalità del documento ebraico, invece, consiste
nel suo rigoroso monoteismo; il Decalogo, infatti, inizia
con le seguenti parole:
"Io
sono Jahvé, il tuo Dio, che ti fece uscire dalla terra
di Egitto, dalla casa di schiavi. Non vi siano per te
altri dei alla mia presenza" (Esodo XX, 2-3). L'unicità
della divinità è caratterizzata anche da una specie di
"gelosia": "poiché io, Jahvé tuo Dio,
sono un dio geloso". Il contratto dell'alleanza
assume in questo caso il carattere e la forma di un
contratto "matrimoniale"; nella posteriore
letteratura profetica, infatti, il culto di altre
divinità è sempre definito come una sorta di adulterio.
Il Decalogo, inoltre, esclude rigorosamente ogni pratica
di idolatria: ogni scultura od immagine è severamente
condannata. In esso vi sono anche precise indicazioni,
oltre che per il culto, anche per la morale sociale ed
individuale: il precetto della cessazione assoluta dal
lavoro nel settimo giorno (Shabbà = sabato)
comporta grosse conseguenze sociali, giacché questo
precetto deve essere rispettato anche dagli schiavi; i
precetti che impongono di onorare i genitori, di non
ammazzare, di non commettere adulterio, sono di natura
esclusivamente morale e riguardano il comportamento
individuale.
L'arca
Elemento
essenziale della prima liturgia ebraica fu l'arca,
chiamata dell' "alleanza" o anche di
"Jahvé". A differenza di quanto avveniva nelle
religioni idolatriche, che raggruppavano e veneravano le
immagini delle divinità, l'arca non si basava sulle
rappresentazioni simboliche di Jahvé, bensì sulla Sua
localizzazione; il Dio Jahvé è, infatti, invisibile e
conseguentemente non raffigurabile, ma l'arca era lo
sgabello dei Suoi piedi (Salmo XCIX, 5) ed Egli stava
"assiso" su di essa e da lì appariva e parlava
a Mosé. L'arca
era una cassa di modeste dimensioni (circa m. 1,10 x
0,65) di legno d'acacia e rivestita d'oro, sia
esternamente sia internamente. Sulla parte superiore era
incastrato il cosiddetto "propiziatorio", una
lamina di oro puro, ai cui margini erano fissate due
figure di cherubini d'oro: queste raffigurazioni (non
sappiamo se avessero forma umana, si dà per certo che
fossero provviste di ali) erano le sole immagini
materiali ammesse dalla legge ebraica.
Nell'interno
dell'arca venivano custodite le due tavole sulle quali
erano stati scritti i precetti del Decalogo. Si
riscontrano forti analogie tra l'arca ebraica e alcuni
oggetti sacri di altre religioni: in Egitto vigeva l'uso
di riporre nei templi, sotto i piedi della statua di un
dio, i testi delle alleanze contratte tra la divinità
stessa ed il popolo; in questo modo si intendeva rendere
garante il dio dell'osservanza del patto. L'arca
seguirà il popolo ebreo in tutte le sue peregrinazioni:
nell'accampamento il tabernacolo (tenda della adunanza)
era il luogo nel quale il popolo si radunava col suo Dio.
Veniva sempre eretto al di fuori della cerchia
dell'accampamento; questa usanza si deve forse all'antico
costume dei popoli nomadi che imponeva al capo della
tribù di rimanere discosto dal nucleo delle tende dei
suoi sudditi per sorvegliarli, proteggerli e anche per
evidenziare e caratterizzare la propria superiorità
gerarchica. La divisione e la disposizione interna del
tabernacolo sarà fedelmente riprodotta nella pianta del
tempio di Gerusalemme.
Festività
religiose
Risale
all'epoca di Mosé la più importante festa ebraica, la
Pasqua. Essa viene celebrata all'inizio della primavera
per commemorare l'uscita del popolo ebraico dall'Egitto.
La festa consiste in un doppio rito: l'immolazione
dell'agnello (il più antico, che si rifà ad usanze
nomadi) e l'uso del pane azimo (il più recente, che
discende dal rito dell'oblazione della primizia di
spighe, tipico di una civiltà agricola). Altra
festa importantissima per la liturgia ebraica è la
Pentecoste, che cade sette settimane dopo la Pasqua.
Questa festività ha origini agricole: corrisponde,
infatti, alla fine della mietitura. La festa
delle capanne (o dei tabernacoli) cade invece in autunno:
in questo giorno venivano costruite capanne con tralci di
vite, capanne che volevano ricordare le dimore degli
Ebrei durante la loro peregrinazione dall'Egitto.
I
Leviti
Mosé
apparteneva alla tribù di Levi. In parecchi episodi i
Leviti appaiono come i più ardenti seguaci dello
jahvismo ed i custodi della purezza della nuova
religione. Costoro sono anche ordinari ministri di
mansioni liturgiche, mentre le mansioni più strettamente
sacerdotali sono riservate alla famiglia di Aronne,
fratello di Mosé. Gli Ebrei appartenenti alla tribù di
Levi contribuirono largamente ad elaborare
l'organizzazione teocratica di Israele. All'inizio,
quando cioè la Torah non era ancora stata completata, i
leviti erano i custodi della trasmissione orale delle
norme della Legge, e vigilavano affinché non si
verificassero perversioni e stravolgimenti nei confronti
della nascente religione. Assai
noto è il brano della Bibbia che descrive le severissime
punizioni adottate da Mosé e dai leviti nei confronti
degli Ebrei che avevano costruito statuette d'oro
raffiguranti l'agnello divino (simbolo di Jahvé).
Problemi
critici
La
critica più recente tende ad ammettere che Mosé sia un
personaggio storico realmente esistito, e che sia stato
il primo organizzatore delle tribù nomadi degli Ebrei. Il culto
monoteista, secondo alcuni, avrebbe avuto la sua sede a
Cades, località desertica in cui gli Ebrei avrebbero
vissuto per un lungo periodo: qui i leviti erano gli
addetti al culto e Mosé era semplicemente uno di questi
ministri. Altri ipotizzano che attorno al personaggio di
Mosé siano affluite due diverse leggende: una basata
sulla vicenda di Cades, l'altra su quella del Sinai, e
che queste siano state fuse ed intrecciate in modo
artificioso in un secondo tempo.
Fonte:
Enciclopedia Alfatematica - Microforum - Peruzzo
Informatica
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