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Il Nuovo Testamento - Analisi

PERCHE' VI SONO QUATTRO «VANGELI» E NON UNO SOLO?
Le storie dei fatti e delle parole di Gesù cominciarono ad essere diffuse 30 o 40 anni dopo la sua morte, verso l'anno 70 della nostra era; gli scritti di questo genere erano numerosi, più o meno abbelliti, più o meno coerenti. Venivano ricopiati e trasmessi di mano in mano. Quando il cristianesimo si diffuse, fu necessario preservare la sua unità e per questo fissare un elenco ufficiale di testi. Verso il 150, vi erano quattro Vangeli riconosciuti da quasi tutte le Chiese: quelli attribuiti a Matteo, Marco, Luca e Giovanni. L'assiro Taziano (110-180 circa) propose un Vangelo unico ricavato da questi quattro testi (in greco; Diatéssaron), il che prova che a quell'epoca essi venivano considerati già come complementari e fondamentali; questo tentativo di unificazione venne respinto, ma i quattro Vangeli acquistarono sempre più importanza fino ad essere i soli riconosciuti “ispirati” nel IV secolo.

I sinottici datazione e testimonianze
L'antica scuola di Tukinge e i suoi seguaci ritenevano che i Vangeli Sinottici fossero stati scritti nella prima metà del II secolo. Oggi i critici ritengono che il II Vangelo sia stato scritto circa nel 70 d.C., il III verso l'80 d.C. ed il I verso la fine del I secolo d.C. Queste date sono confermate da alcune prove: le dottrine interne e sicuramente anteriori agli scritti del II secolo, alcune analogie e citazioni riscontrate in documenti del I secolo (come la prima lettera ai Corinzi di S. Clemente Romano, “la Didaché”) e testimonianze della grande diffusione ed autorità di questi testi agli inizi del II secolo, riconfermano l'ipotesi che i Sinottici siano stati scritti prima del II secolo d.C. La tradizione attribuisce il I Vangelo a Matteo Apostolo, il II a Marco discepolo di Pietro, il III a Luca discepolo di Paolo.

La testimonianza di Papia riconferma la classificazione tradizionale; per il II Vangelo Papia fa uso di un testimone - un discepolo sicuramente più antico di Papia e da alcuni identificato con lo stesso apostolo Giovanni: “Marco, fattosi discepolo ed interprete di Pietro, con ogni diligenza scrisse i detti ed i fatti del Signore come se ne ricordava, non tuttavia con ordine” (Eusebio U.E.III, 39). Per Matteo, Papia ha parole meno chiare, ma sia Eusebio - che lesse tutta l'opera di Papia Ore perdute che i rappresentanti della tradizione più antica (Ireneo, Clemente Alessandrino, Origene) sono d'accordo nell'attribuzione del II Vangelo a Matteo: “Matteo adunque in lingua ebraica compose gli oracoli del Signore che ciascuno interpretò come meglio poteva” (Eusebio H. E. ibidem). Verso la fine del II secolo Ireneo (discepolo di Policarpo nell'Asia Minore) dà dei quattro Vangeli una chiarissima testimonianza, attribuendoli ai rispettivi autori secondo la tradizione (Ireneo AOV.HAER III/I).

Un documento dello stesso periodo (mutilato nell'inizio e nella fine), detto il Canone Muratoriano, afferma che il III Vangelo fu scritto da Luca ed il IV da Giovanni. Oltre ciò si possono ricordare altre testimonianze, antiche pure loro, delle Chiese alessandrine (Clemente Alessandrino, Origene, Dionisio Alessandrino), delle Chiese africane (Tertulliano, Cipriano), delle Chiese dell'Asia (Gregorio Nazianzieno, S. Basilio, S. Giovanni Crisostomo) e delle Chiese di Occidente (Ippolito, Ambrogio, Agostino, Girolamo). I primi tre Vangeli sono molto simili: li si può copiare parallelamente su tre colonne e leggere con una sola occhiata (in greco: synòpsis); per questa ragione vengono chiamati, dal XVIII secolo, Sinottici. Il Vangelo secondo san Giovanni è leggermente diverso e costituisce un testo distinto. Questo ci conduce al seguente problema: come spiegare il parallelismo dei Sinottici e, nello stesso tempo, le loro divergenze?

• Prima ipotesi: utilizzazione successiva da parte di Marco, quindi da Luca, del testo originale di Matteo:

        Matteo    Marco

              (riassunto)

                    Luca

• Seconda ipotesi: Vi sarebbe stato un Vangelo primitivo, fonte comune di tre racconti, utilizzato da ogni autore a suo modo.

                      ?

     Matteo   Marco   Luca

• Terza ipotesi: ogni autore ha utilizzato diversi elementi di una tradizione orale comune o diversi piccoli racconti (diegèsi) che costituivano la preistoria dei Vangeli. Ai nostri giorni, viene presa in considerazione soprattutto la spiegazione proposta da Hòltzmann nel 1863: vi sarebbe stato un Vangelo primitivo - oggi perduto - utilizzato da Matteo e Luca, unitamente a quello di Marco, secondo il seguente schema:

           ?

            Marco

     Matteo e Luca

Il valore storico
Il II Vangelo, cioè il più antico, sorto nel 70 d.C. (cioè 40 anni dopo la morte di Gesù) poteva utilizzare le testimonianze di molte persone che direttamente avevano conosciuto Gesù e le sue opere. Inoltre la narrazione del II Vangelo è completamente concordante col I e col III. Bisogna anche notare che fino alla fine del II secolo non troviamo alcun accenno da parte dei giudei o dei pagani alla falsità di questi libri, anche se era nel loro interesse infamare la nascente dottrina cristiana. I cristiani poi, come S.Clemente Romano, le Didaché, lo pseudo Barnaba, S.Ignazio, S.Giustino martire, i quali indirettamente conoscevano la vita e le opere di Gesù (attraverso cioè una serie di testimonianze tramandate oralmente, ma veritiere), accolsero i Vangeli senza porre obiezioni. Un altro segno di veridicità ci è dato dallo stile e dalla semplicità delle narrazioni evangeliche: i personaggi sono realmente vissuti, non ci sono né discordanze anacronistiche, né episodi fantasiosi e grossolani, né figure retoriche e banali.

Il quarto Vangelo
Se l'autenticità dei primi tre Vangeli è ampiamente testimoniata e non trova obiezioni, non così è per il IV Vangelo: quello di S. Giovanni. La minor quantità (ma non certo assenso) di fonti e la visione singolare che risulta da questo Vangelo sono usate da un gran numero di protestanti e di critici razionalisti per confutare l'autenticità di questo Vangelo. Tuttavia, dato che le testimonianze non mancano e che una analisi solo del contenuto (il Vangelo di S. Giovanni non è una biografia ma piuttosto una meditazione) non può essere che soggettiva, cioè non scientificamente provata, non ci sono valide ragioni per dubitare dell'autenticità del IV Vangelo. Il senso teologico, profondo, dottrinale che distingue il IV Vangelo può essere giustificato dal fatto che questi scritti erano rivolti a persone colte nelle cose religiose, come gli scribi e i farisei, nonché gli abitanti di Gerusalemme.

Gli Atti degli Apostoli
Sono già conosciuti e divenuti oggetto di venerazione fin dalla seconda metà del I secolo. La tradizione più antica (Ireneo, Frammento Muratoriano, Eusebio di Cesarea, Agostino, ecc.) li ha concordemente attribuiti a Luca, compagno di Paolo, autore del III Vangelo. Furono scritti dopo il Vangelo, nel I secolo: ciò è riconfermato e dalla lingua e dallo stile, nonché dalle dottrine religiose che vi emergono, le quali sono affini alle lettere paoline. Inoltre un gran numero di notizie forniteci dagli Atti collimano con testimonianze tratte sia da documenti storicamente attendibili, come le opere di Giuseppe Flavio, Tacito, Svetonio, sia da epigrafi e da iscrizioni su monete. In modo particolare, Eusebio di Cesarea, nel suo primo Libro della Storia Ecclesiastica, ci ha tramandato molte notizie riguardo alle origini cristiane (ricavate da scritti ora perduti) che concordano con la narrazione degli Atti.

Il Libro degli Atti contiene una vera storia, anche se frammentaria, dell'attività degli Apostoli e della Chiesa nel periodo che va dalle prime fondazioni cristiane al 63 circa. Le difficoltà che si trovano in questo testo, considerato il V Libro del Nuovo Testamento (lacune, discordanze, contraddizioni) suggeriscono l'ipotesi che vi siano state parecchie fonti riguardo alla religione nascente e che queste ultime siano state utilizzate in modo confusionario. Comunque, tranne alcuni critici che li contestano, gli Atti sono considerati unanimemente autentici e degni di fede, nonché utilissima testimonianza di un periodo così importante per la storia del cristianesimo: le sue origini.

L’EVO APOSTOLICO, condizioni politiche religiose e sociali di questo periodo.
In Palestina, dopo la deposizione di Pilato (nel 36) successe come procuratore Marcello, indi Marullo. Frattanto, nel 34, era morto Filippo, tetrarca delle regioni settentrionali e, nel 39, venne deposto anche Erode Antipa. A Roma intanto, Erode Agrippa (nipote di Erode il Grande) otteneva dall'imperatore Caligola (37-41) le tetrarchie di Filippo e di Antipa: ai tempi di Claudio (41-54) Erode Agrippa governava tutta la Palestina, come il suo avo. Il tetrarca, secondo gli Atti (12, 1-9) fece decapitare l'apostolo Giacomo il Maggiore e, mentre stava per fare lo stesso con Pietro, vide che il condannato si liberava miracolosamente (questo nella Pasqua del 41).

Alla morte di Erode, l'intera Palestina passò nelle mani di un procuratore romano Giuseppe Flavio; l'imperatore dal 47 al 52 nominò tre procuratori. Sotto l'Impero di Nerone fu nominato invece Antonio Felice: presso costui (verso il 58) fu condotto prigioniero Paolo. Dopo una serie di procuratori ostili ai giudei e dopo continue ingiustizie subite, scoppiò il malcontento e quindi la guerra giudaico-romana, che durò - salvo qualche breve intervallo - ben quattro anni. Nerone nel 67 affidò le operazioni belliche a Vespasiano, ma nel 68 le brevissime successioni imperiali di Galbia, Ottone e Vitellio ed i conseguenti disordini fecero interrompere la guerra. Tito, figlio dell'Imperatore Vespasiano e da lui incaricato di proseguire la guerra, nel 70 strinse d'assedio Gerusalemme, la rase al suolo quasi interamente, distrusse il tempio e compì stragi inaudite. Da questo momento comincia la dispersione degli Ebrei.

In seguito vennero perseguitati anche i nuclei di Ebrei che si trovavano nella città dell'impero; però a Lidda e Jammia si permise ai giudei, che si erano arresi, di potersi riunire. Così nacquero scuole di rabbini che ben presto diventarono le guide del popolo. Quando l'impero di Traiano incominciò a vacillare, i giudei, ed in modo particolare gli Ebrei di Egitto, Cirene e Cipro insorsero contro i Romani nel 115. Sotto l'impero di Adriano la rivolta si fece più aspra, nel periodo che va dal 132 al 135. L'insurrezione era capeggiata da un tale Simone, soprannominato “figlio delle stelle” ritenuto da molti il Messia; dopo tre anni la sollevazione fu ripresa in modo cruento. Al posto di Gerusalemme fu costruita Elia Capitolina, città in cui i giudei non potevano mettere piede, mentre potevano abitarvi i pagani ed i cristiani, questi ultimi sotto la guida di un proprio vescovo. Da questo sconvolgimento il giudaismo uscì sconfitto.

Situazione politico-religiosa dell'impero romano nell’evo apostolico
Per meglio comprendere il periodo in cui si sviluppò il cristianesimo, é utile accennare alle condizioni politico-religiose esistenti nell'impero. Quest'ultimo aveva acquistato quella fisionomia che continuerà fino al suo declino: esso comprendeva quasi tutta l'attuale Inghilterra, tutta l'Europa continentale ad ovest del Reno e a sud del Danubio e dei Carpazi, l'Africa settentrionale, tutta l'Asia mediterranea, l'Armenia e l'attuale Iraq. Durante la seconda metà del I secolo, salvo alcune scaramucce ai confini, regnò una relativa pace: per amministrare questo vastissimo territorio abitato, si dice, da circa 120 milioni di persone, Augusto lo divise in 25 province (senatorie e imperiali) rette ognuna da un pro-console nominato dal Senato o da un legato nominato direttamente dall'imperatore. Le province imperiali erano 12, tra cui quelle di confine, quelle senatorie 13. Altri territori, tra i quali la Giudea, non potendo essere costituiti in provincia, venivano governati da un procuratore di nomina imperiale. Il regno di Erode il Grande e del suoi successori costituiva un regno tributario. Entro l'impero inoltre esistevano molte città libere (come Atene) e colonie romane con amministrazione autonoma. Infine, ovunque si trovavano uomini a cui era concesso il grado di cittadino romano: esso comportava il diritto di immunità da pene corporali ed il diritto di appellarsi al tribunale di Cesare, come fece in seguito S. Paolo.

La religione pagana
Verso la fine della Repubblica Romana, la religione pagana aveva perso molto del suo vigore. Ottaviano Augusto, presa la carica di Sommo Pontefice (carica che d'ora in poi spetterà ad ogni imperatore), cercò di restaurarla riedificando templi e santuari, dando grande importanza alle cerimonie ed ai riti pagani. A causa della progressiva espansione dei confini dell'impero romano, si venne alla conoscenza di varie religioni e divinità, specialmente degli dei greci e di quelli asiatici. Però nella maggioranza dei casi queste religioni venivano relativamente accettate: le sole religioni rigorosamente escluse erano quella giudaica e poi quella cristiana, contro cui si scatenarono le persecuzioni. In questa epoca, tuttavia, il culto di gran lunga più diffuso era quello rivolto ai sovrani viventi che venivano divinizzati: il culto alla dea Roma ed ai suoi cesari.

Questa innovazione prendeva la mossa da una antica tradizione proveniente dall'Egitto e dall'Asia Minore, dove da tempo antichissimo i sovrani venivano adorati come dei. Nel periodo di cui ci occupiamo, si diffusero i “misteri pagani” che ebbero numerosi seguaci; riti, cerimonie e onoranze alle diverse divinità e tra gli altri culti: i “misteri di Cibele”, di “Iside”, “Osiride” (provenienti dall'Egitto); e inoltre i “misteri dionisiaci” (provenienti dalla Grecia). L'innovazione in questi “misteri” serviva a stabilire una unione con una divinità ed assicurarsene la protezione. Queste unioni prescindevano totalmente da ogni morale e, in alcuni casi, richiedevano delitti e sacrifici umani per assicurarsi una vita felice nell'aldilà. Di qui si vede la grande diversità della religione cristiana che invece aveva una visione morale molto più ampia e completa.

Colonie giudaiche nell'impero romano: la Diaspora
Della Diàspora fanno parte le numerose colonie giudaiche esistenti nelle città dell'impero romano: queste divennero i primi nuclei in cui si sviluppò la nascente religione cristiana. Dopo l'occupazione della Samaria (Palestina settentrionale) da parte degli Assiri nel 722, inizia il grande esodo dei Giudei nelle altre regioni: i territori del Tigri e dell'Eufrate e di Babilonia ospitavano molte migliaia di Ebrei. Già dal tempo di Geremia molti giudei invece si stabilirono in Egitto, specialmente ad Alessandria. Lo storico Filone afferma che essi raggiunsero un milione di unità e che furono retti da un proprio etnarca con un proprio tribunale e molte sinagoghe in cui si leggeva la Bibbia tradotta in greco, quella stessa versione della Bibbia che servì poi alla prima comunità cristiana.

Prima del 62 a.C., a Roma si trovavano dei giudei, ma dopo l'espugnazione di Gerusalemme nel 63 a.C., furono condotti in Roma moltissimi prigionieri che costituirono nella città il primo importante nucleo giudaico. Essi abitavano ai piedi del Vaticano e del Gianicolo dove si svolgevano i traffici commerciali. Godevano di privilegi e edificarono almeno 15 sinagoghe. L'esiguità del territorio dei Giudei li costrinse però a diffondersi in tutto il mondo greco-romano e in ogni luogo essi formavano una colonia chiusa con relativa sinagoga oppure “casa del Signore” ed usufruivano di molti privilegi concessi loro da Cesare e da Augusto: il permesso di potersi riunire per i riti della loro religione, di celebrare il sabato, di possedere propri tribunali e di essere esentati dal servizio militare. Per questi motivi erano disprezzati dai Romani, come si può dedurre da alcune affermazioni degli scrittori classici come Orazio, Seneca e Tazio.

Prima diffusione del Cristianesimo in Palestina
La tradizione più antica ci ha tramandato solamente le gesta dei principali apostoli e personaggi del primo cristianesimo: Pietro, Paolo, Giovanni Apostolo, Marco, anche se certamente tutti gli apostoli presero parte alla divulgazione del Vangelo. La prima diffusione del cristianesimo è narrata negli Atti degli Apostoli. Dopo l'ascensione di Gesù, gli apostoli si riunirono in preghiera con altri credenti (circa 120); Pietro allora nominò, come 12º apostolo al posto di Giuda, il discepolo Mattia. Nel giorno della festa giudaica di Pentecoste, lo spirito divino scese sugli apostoli, li invase di una forza straordinaria e diede loro il dono di parlare in diverse lingue (glossolalìa) e in questa circostanza Pietro fece un discorso ai Giudei intervenuti a Gerusalemme sulla divinità e sulle dottrine di Gesù: molti di essi si accostarono alla nuova religione e formarono così il primo nucleo cristiano in Palestina. Data la frequenza con cui ciò avveniva, i sacerdoti, i farisei e i sadducei cominciarono ad essere preoccupati, e quindi a perseguitare i cristiani. I primi credenti venivano tutti dal giudaismo, sia palestinese sia della diàspora (cioè ellenisti), frequentavano il tempio e osservavano le leggi, ma nello stesso tempo ascoltavano le parole degli apostoli, si riunivano con loro per pregare e rompere il pane, per celebrare cioè l'“eucarestia”. Costituivano una vera e propria comunità ove vigeva un clima di fraternità e di amore, nella quale chi aveva dei beni propri li metteva spontaneamente a beneficio di tutti.

L'apostolato di Pietro
Pietro approfittò della relativa pace esistente in quel tempo in Palestina per recarsi nelle varie comunità sorte nella Filistea per opera dell'apostolo Filippo. Durante questi viaggi, Paolo, sempre secondo gli Atti, compì dei miracoli (guarigione di paralitici, di ciechi ed anche resurrezioni di morti); questi miracoli contribuirono non poco ad accrescere la fama di Paolo e di conseguenza ad espandere la nuova dottrina. Con la conversione miracolosa di Cornelio (un centurione romano) la prima chiesa apriva le porte ai pagani e incominciarono così a formarsi nuclei di credenti anche in Antiochia di Siria, luogo in cui, per la prima volta, venne dato ai seguaci di Cristo il nome di “cristiani”. Nella Pasqua del 42, Pietro venne incarcerato da Erode Agrippa I (nominato dai romani re della Palestina), ma un angelo del Signore venne a liberarlo. Questo è tutto quanto si ricava dagli Atti e nella lettera di Paolo sulla vita di Pietro, tuttavia la tradizione ci tramanda moltissimi altri particolari dell'apostolato di Pietro, alcuni certamente veritieri, altri invece improbabili. Che Pietro venne a Roma e vi fu martirizzato sotto Nerone é però un fatto sicuro: lo affermano S.Clemente Romano, Eusebio di Cesarea, Dionigi di Corinto, Origene, ecc. La morte di Pietro è fissata da alcuni nel 64, da altri nel 67. Secondo la tradizione, morì nel circo neroniano e venne crocifisso a testa in giù. Eusebio afferma che Pietro venne per la prima volta a Roma sotto il regno di Claudio, cioè tra il 41 e 54; più specificatamente Girolamo lo fissa nel 43. Tale anno concorderebbe con gli Atti, dove si dice che Pietro, liberato miracolosamente dal carcere, “andò in altri luoghi”. Sempre secondo la tradizione, Pietro avrebbe evangelizzato molte province dell'Asia Minore come Ponto, Galazia, Cappadocia, Asia, Bitinia.

LE “EPISTOLE” DI SAN PAOLO, la vita di Paolo
Paolo di Tarso si chiamava originariamente Saul; era un ebreo ortodosso, nato verso l'anno 3, che venne, da giovane, a Gerusalemme ove studiò (così pare) la Torah; gli Atti lo presentano come partecipante alle prime persecuzioni contro i cristiani (lapidazione di Stefano, il primo martire). Questa eventuale formazione intellettuale di Paolo a Gerusalemme è in contraddizione con ciò che l'apostolo dice di sé stesso nell'Epistola ai Galati (1/22): “Però di vista non ero conosciuto dalle Chiese della Giudea”; alcuni storici pensano che egli fu educato nella stessa Tarso, in un crogiolo intellettuale ove si mescolano le influenze ebraiche, greche e romane che troviamo, del resto, nelle sue Epistole. Sembra che sia stato di temperamento debole ed egli stesso allude all'“infermità della carne” di cui soffre (epilessia? lebbra? o un altro male ancora? non si sa). Fu quando si recò a Damasco che Saul ebbe un'ispirazione; a tre riprese, nelle sue Epistole, egli allude a questo avvenimento: “E infine, dopo tutti gli altri, é apparso anche a me, come all'aborto” (I Corinti, XV/8).

Negli Atti questo episodio mistico che provoca in Paolo la conversione è raccontato con molti particolari ed abbellimenti: Saul si dirige verso Damasco, per perseguitare i cristiani, quando una luce cade dal cielo, lo getta a terra e lo acceca, mentre una voce gli dice: “Saul, Saul, perché mi perseguiti?” I suoi compagni si spaventano e lui stesso non ritrova la vista che il terzo giorno successivo a quell'avvenimento e dopo essere stato battezzato. Quale è il valore di questo “miracolo”? Per un cristiano non vi è dubbio, il racconto degli Atti deve essere preso alla lettera: Dio si manifesta, attraverso il Figlio, ad alcuni eletti. Per il non cristiano è necessario non negare il fatto della conversione (reale, potente), ma spiegarlo in modo diverso da una messa in scena visionaria; si può allora pensare che Saul fosse stato colpito dall'insegnamento di Gesù o dei suoi discepoli, e che questo insegnamento fosse inconsciamente maturato in lui fino a fargli prendere coscienza del suo valore, in uno stato di estasi. Comunque sia, da questa conversione che avvenne mentre Paolo aveva circa 30 anni, inizia l'attività apostolica di colui che venne chiamato l'apostolo dei Gentili; anch'egli si considera come un apostolo del Cristo Gesù mediante la volontà di Dio benché non faccia parte dei Dodici che hanno conosciuto direttamente Gesù.

Con i suoi compagni (Barnaba, Timoteo, Silas), Paolo diffonde il vangelo in Asia Minore, fonda la Chiesa di Corinto e dà prova, in 25 anni, di una attività apostolica prodigiosa. Verso il 58, Paolo si reca a Gerusalemme pur essendogli stato predetto che in quel luogo lo aspettavano critiche e carcere; Paolo, assai conosciuto per la sua fama di grande predicatore della dottrina cristiana, aveva molti ed agguerriti nemici soprattutto fra i Giudei. Nei pressi del Tempio, si formò attorno a lui un grande tumulto che egli però riuscì a placare grazie alla sua nota abilità oratoria. Ma, in seguito a questo episodio, Paolo fu arrestato dal procuratore romano Felice, che lo tenne in carcere per circa due anni. Quale cittadino romano, Paolo si appellò al tribunale di Cesare: verso il 60 fu condotto a Roma dove fu trattato umanamente e gli fu anche permesso di annunciare il Vangelo a chi lo andasse a trovare. Rimase in questo stato di “libertà vigilata” per altri circa due anni. Alcuni documenti affermano che egli fece ancora altri viaggi apostolici nella Spagna ed in Creta. Comunque si trovava a Roma durante la persecuzione di Nerone, e per decisione del tribunale imperiale venne decapitato nella via Ostiense, nel 64 o 67. L'insegnamento di Paolo è stato soprattutto orale: egli é un predicatore. Le Epistole sono dei testi complementari del suo pensiero.

Le epistole di Paolo
Restano del corpo epistolare di Paolo 14 lettere comprese quelle agli Ebrei. Le prime due, scritte nel 52, sono indirizzate ai credenti della chiesa di Tessalonica: in esse Paolo predica l'avvento della parusìa (il ritorno di Gesù glorificato) la quale però verrà preceduta dall'apparizione dell'uomo di peccato (anticristo). Nelle cruciali lotte dei giudaizzanti che, volendo imporre le rigorose leggi mosaiche turbano la vera fede dei cristiani, sono da inserire la “lettera ai Galati” e la “seconda lettera ai Corinzi” scritte verso il 56. Quest'ultima era il seguito di un'altra lettera che Paolo aveva loro inviato per rimproverarli degli abusi introdotti nella loro Chiesa e per dare una risposta ai loro dubbi riguardo alla resurrezione. Queste lettere sono ricchissime di informazioni sulla vita dei primi fedeli di Cristo. Pure del 56 è la lunga lettera ai Romani, che spicca per la profondità delle argomentazioni e per il vigore stilistico.

Durante la prigionia scrisse la lettera ai Filippesi, ai Colossei ed agli Efesini: nella ultime lettere, chiamate Pastorali (due rivolte a Timoteo ed una a Tito) Paolo detta le principali norme per eleggere i responsabili delle varie comunità cristiane. Delle Epistole che fanno parte del Nuovo Testamento, soltanto quelle ai Galati, ai Romani e le due ai Corinzi sono accettate unanimemente come autentiche. L'attribuzione delle altre dieci ha invece sollevato polemiche assai vivaci, mentre sembra che l'epistola agli Ebrei sia stata scritta da Paolo. Ma, qualunque sia il numero delle lettere effettivamente scritte da lui, è certo che con Paolo la dottrina e la religione cristiana si evolvono, si completano, si puntualizzano; in questo senso oltre che essere stato un grandissimo pensatore, Paolo fu uno dei principali artefici della organizzazione del corpo dottrinale della religione stessa.

Le epistole cattoliche
Vengono chiamate così le sette lettere che, a differenza delle Epistole di Paolo indirizzate a Chiese particolari, si indirizzano in generale a tutte le Chiese, universalmente (in greco, katholikós significa universale). I problemi dell'attribuzione e della data di queste Epistole sono altrettanto delicati quanto quelli che riguardano gli altri testi dell'Antico Testamento; ecco un riassunto del problema:

Epistola

Tradizione

Critica storica

L'Epistola di Giacomo

Attribuita al fratello di Gesù (da non confondere con l'apostolo, figlio di Zebedeo e fratello di Giovanni).

Forse un piccolo trattato di morale pratica giudaica adattato all'uso dei cristiani; viene soprannominato il testo meno teologico del Nuovo Testamento; alcuni storici lo datano dall'inizio del secondo secolo.

Prima Epistola di Pietro

Attribuita a san Pietro, primo vescovo di Roma dal 42 al 64, apostolo e martire.

Malgrado alcune reticenze non è impossibile che questa attribuzione sia esatta.

Seconda Epistola di Pietro

Attribuita a san Pietro, primo vescovo di Roma dal 42 al 64, apostolo e martire.

É un'Epistola tardiva, molto posteriore alla morte dell'apostolo (certamente dopo il 90, verso il 150 per alcuni autori che considerano questo testo come il più recente dei testi del Nuovo Testamento).

Le tre Epistole di Giovanni

Giovanni l'apostolo, figlio di Zebedeo, autore tradizionale del quarto Vangelo.

Le tre Epistole sono dello stesso autore; lo spirito di Giovanni che vi regna assomiglia all'atmosfera contemplativa del quarto Vangelo. Può trattarsi dunque sia dello stesso autore, sia di un autore appartenente allo stesso ambiente intellettuale.

L'Epistola di Giuda

L'apostolo Giuda, fratello di Giacomo.

Epistola tardiva d'origine giudaico-cristiana, da classificare nella stessa categoria della Seconda Epistola di Pietro, cioè dopo il 90.

L'apostolo Giovanni
Dopo la morte di Pietro e Paolo (67) la comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme fu sconvolta dalla grande guerra contro i Romani. In questo periodo i vari procuratori romani colsero l'occasione per arrestare e sopprimere molti cristiani tra i quali il discepolo Giacomo. I giudei ed i cristiani, capeggiati da Simone - memori della profezia di Gesù che prediceva la distruzione del tempio e della città santa - abbandonarono Gerusalemme e si ritirarono al di là del Giordano. Un altro testimone della vita di Gesù, anzi suo discepolo prediletto - Giovanni figlio di Zebedeo - si trasferì ad Efeso dove fioriva una Chiesa numerosissima, ma dove la dottrina correva il rischio di essere contaminata da moltissime altre Chiese fondate nell'Asia Minore.

Sotto l'impero di Vespasiano, di suo figlio Tito e di Domiziano, la Chiesa cristiana poté estendersi e prosperare, penetrando persino nella corte imperiale e fra alti personaggi romani. Ma Domiziano, nell'ultimo periodo cambia atteggiamento ed inizia una vasta operazione di repressione nei confronti dei cristiani. Giovanni viene così arrestato, incarcerato e condotto a Roma ove viene torturato con olio bollente (così dice Tertulliano). Ma miracolosamente ne esce incolume e viene mandato in esilio nell'isola di Patmos (lo testimoniano Ireneo, Clemente Alessandrino e la stessa Apocalisse). In questa isola pressoché deserta e sterile, Giovanni ebbe una visione di Dio che gli comandò di metterla per iscritto e di tramandarla così ai posteri: essa é l'“Apocalisse” che costituisce il sesto ed ultimo libro del Nuovo Testamento.

L'Apocalisse
La letteratura ebraica comprendeva, poco prima dell'era cristiana, numerosi testi rivelanti la spiegazione della situazione infelice del popolo eletto oppresso dai “Gentili”, cioè dai non-Ebrei. Queste “rivelazioni” (termine che si traduce in greco con apocalypsis) si presentavano spesso sotto una forma visionaria: come nel Libro di Daniele, in alcuni passaggi dei Libri di Ezechiele e di altri profeti e in numerosi testi apocrifi dell'Antico Testamento: Apocalisse di Baruch, Assunzione di Mosé, Ascensione di Isaia, ecc. L'Apocalisse di san Giovanni é dunque un'opera che appartiene ad un genere letterario e religioso già tradizionale.

L'originalità dell'Apocalisse di Giovanni, in rapporto agli scritti apocalittici ebraici, é il suo carattere di attualità: il problema che vi è trattato non é quello dell'infelicità del popolo ebraico dominato dai non-Ebrei, ma quello dei cristiani perseguitati dai Romani, in particolare dall'imperatore Domiziano, alla fine del primo secolo, sotto il regno del quale sembra che il testo sia stato scritto; esso é l'ultimo testo del Nuovo Testamento e chiude la Bibbia. Gli storici fideisti vi vedono una teologia cristiana della storia, nella quale l'opera del Messia assume la sua dimensione universale. L'autore dell'Apocalisse per molti critici non è l'apostolo Giovanni, come afferma la tradizione, specialmente in ragione della data tardiva di composizione di questo testo (96, sotto il regno di Domiziano, secondo ogni verosimiglianza).

Conclusione sul Nuovo Testamento
Riassumendo, i testi canonici del Nuovo Testamento sono stati tutti scritti fra il 70 e il 150 della nostra era: essi furono molto presto attribuiti a discepoli immediati di Gesù, se non altro per conferire loro un'autorità teologica. In realtà, con rarissime eccezioni, si tratta di scritti composti da uomini che non hanno certamente conosciuto Gesù né il suo insegnamento diretto, ma che sono stati sufficientemente vicini - nel tempo, ma anche mediante il pensiero - al movimento cristiano, alle sue origini. Il numero considerevole di incertezze, di lacune, di contraddizioni, cioè di incoerenze, che si trovano in questi testi, esige una rigorosa critica storica; nella maggior parte dei casi, l'unica risposta scientificamente possibile per lo storico è: “io non so”, oppure: “forse”. Ma queste esitazioni storiche non tolgono nulla al fatto che nella prima metà del primo secolo dell'era cristiana si sia costituito un movimento religioso che si estendeva, in particolare grazie alla predicazione di Paolo, in tutto il bacino mediterraneo prima di diffondersi nel mondo intero.

Si chiude l'evo apostolico
Assassinato Domiziano, il trono dell'impero passa a Nerva, uomo mite e moderato (96-98) che aborrì ogni persecuzione. Tradizionalmente, è con questo breve periodo di pace per i cristiani (le persecuzioni infatti riprenderanno col successore di Nerva, Traiano) che gli storici fanno finire l'evo apostolico. Morti gli apostoli e tutti gli altri discepoli di Gesù, la religione di cui essi avevano posto le basi (anche amministrative) é ormai così forte da essere in grado di sopportare vittoriosamente altri due secoli di persecuzioni.

L’INTERPRETAZIONE DEL NUOVO TESTAMENTO, visuale fideista
L'interpretazione dei testi sacri è regolata - per un credente - dal Canone della Chiesa alla quale egli appartiene: esiste per esempio una Commissione biblica pontificia che fissa l'attribuzione, la data, ecc., dei testi biblici cui ogni cristiano appartenente alla Chiesa romana, deve credere.

Scienza e storia
La Riforma non si é posta affatto problemi storici o scientifici; l'autorità del Nuovo Testamento era del resto considerata da quasi tutti i “protestanti” come infallibile. Nel XVII e nel XVIII secolo, si è cominciato a porsi dei problemi di verosimiglianza e di storicità. Ciò che per prima cosa si é contestato furono i miracoli e tutti gli elementi straordinari che intervenivano nelle Sacre Scritture. Ma, contestandole, si è tentato di giustificarle e, a partire da ciò, si delinearono parecchie interpretazioni possibili.

• Lo scietticismo assoluto, che respinge tutto “in blocco”; è un atteggiamento negativo che noi non prenderemo in considerazione.
• L'atteggiamento razionalistico: poniamo questo aggettivo tra virgolette poiché non ha il significato che assume per esempio nella frase: “Cartesio é un filosofo razionalista”. É l'atteggiamento degli esegeti che tentano di spiegare le inverosimiglianze, i miracoli, le incoerenze, per mezzo delle leggi della natura.

Consideriamo ad esempio l'episodio di Lazzaro (Giovanni, XI): “Gridò con voce stentorea: Lazzaro, esci! e il morto uscì...”; per un credente è un miracolo; per uno scettico è una leggenda senza fondamento; per un “razionalista” è una errata interpretazione di un fatto veridico: Lazzaro non era veramente morto, era forse stato seppellito per sbaglio, era in stato di catalessi, ecc. Questo atteggiamento appare col sorgere del “razionalismo” in campo filosofico: Spinoza (morto nel 1677) per primo tolse ogni valore storico ai Vangeli, seguito da Voltaire e Diderot. In seguito G.Paulus (morto nel 1850) spiegava il tutto facendo una analisi dello stile e dei modi di dire orientali. Note sono le affermazioni della Scuola di Tubinga (fondata da Baur nella prima metà dell'800) per le quali i Vangeli sono stati scritti solo per conciliare i due partiti in cui si era divisa la Chiesa primitiva (il “Petrino” o “giudaizzante” e il “Paolino” o “universale”). Nello stesso periodo, C.F. Strauss considerava invece i miracoli narrati nel Nuovo Testamento come semplici miti, cioè narrazioni, sotto specie di storia, di abitudini, e di tendenze dei primi cristiani.

• L'atteggiamento liberale o “eclettico”. I critici razionalisti, specialmente tedeschi, contro certe tendenze estremiste che negavano addirittura l'esistenza di Gesù (Smith, Drews) pur negando ai Vangeli il valore storico, nei fatti soprannaturali, rivalutarono la figura di Gesù, ma visto solo come uomo eccezionale dal potente influsso. Questi critici si denominano “eclettici” perché si rifanno ora all'una ora all'altra delle varie interpretazioni che riguardano il Vangelo.

• L'atteggiamento escatologico. Questa interpretazione pone l'accento su quelle parti del Nuovo Testamento che si riferiscono alle profezie circa la vita futura, la restaurazione del Regno di Dio in terra, l'inizio cioè di un'era di grande splendore e pace. Si avvale soprattutto delle descrizioni del regno di Dio tratte dai Vangeli apocrifi. Questo atteggiamento ebbe però breve durata.

• L'atteggiamento storico. L'atteggiamento razionalistico non è scientifico; si dovrebbe piuttosto chiamarlo: “razionalizzante ad ogni costo”. Esso non si pone infatti il problema fondamentale che lo storico deve porsi: che valgono i documenti, le testimonianze che ci riferiscono la resurrezione di Lazzaro? Perfino prima di chiedersi come interpretare il fatto, bisogna chiedersi se è avvenuto e come è avvenuto, a rischio di concludere l'analisi con un punto di domanda. Lo storico è dunque uno scettico, ma uno scettico relativo.

Fonte: Enciclopedia Alfatematica - Microforum - Peruzzo Informatica