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I Profeti e la Nascita del Giudaismo

Il periodo religioso qui descritto si estende dalla metà dell'VIII secolo a.C. alla conquista romana. Esso è caratterizzato dall'insegnamento dei profeti (i tre grandi profeti: Isaia, Geremia ed Ezechiele; i dodici piccoli profeti: Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Nahum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia; Daniele, l'eroe della fossa dei leoni, è tradizionalmente considerato il quarto "grande profeta").

Il movimento profetico.

Introduzione storica sul Regno d’Israele.

• Il regno di Israele. Dopo la morte di Salomone (l'ultimo dei re), avvenne il distacco del regno settentrionale (d'Israele) da quello meridionale (di Giuda; il re secessionista, Jeroboam I, estese lo scisma anche in campo religioso: se, infatti, Salomone aveva provveduto a costruire il tempio di Gerusalemme con lo scopo di renderlo l'unico centro religioso di tutta la nazione, Jeroboam abolì questo centralismo istituendo nel regno d'Israele due santuari differenziati dedicati: uno a Dan ed uno a Beth-el, con evidenti intenti concorrenziali rispetto al tempio ed al regno meridionale. C'è da notare che in entrambi i santuari si adorava Jahvé sotto il simbolo del vitello d'oro. In quel periodo il baalismo (la religione idolatrica pagana cananea) e la sua liturgia avevano invaso il regno di Israele: sotto il re Achab, il culto del Baal di Tiro diventò addirittura ufficiale e si costruì un tempio nella capitale (Samaria) con un corpo sacerdotale mantenuto a spese della corte.

• Samaria. Nel 721 a.C., assieme a tutto il regno di Israele, cade preda degli Assiri, i quali deportano gran parte della popolazione israelita ed importano nel territorio altre popolazioni da loro soggiogate (Cutha, Avva, Hamath). Questi stranieri si amalgamano con i pochi Giudei di stirpe ebraica rimasti nel paese e da queste fusioni nasce l'eterogenea razza dei Samaritani. Questi erano oggetto di odio profondo da parte dei Giudei, odio derivato sia da rivalità politiche sia da sentimenti razziali (i samaritani costituivano le testimonianze dell'imbastardimento della stirpe), ma principalmente da motivi religiosi. Gli stranieri importati nel territorio samaritano, seguendo il principio (diffusissimo nell'antichità) secondo cui ogni territorio aveva il suo dio locale da rispettare, introdussero nel loro culto l'adorazione del Dio Jahvé (simboleggiato dal vitello d'oro), equiparandolo alle loro divinità pagane; nello stesso tempo introdussero nelle comunità locali usi e costumi improntati all'idolatria.

Le conseguenze di queste contaminazioni in campo religioso furono un progressivo allontanamento dal monoteismo e una trasformazione profonda nei riti e nella liturgia dalla religione di Israele (sincretismo, ecc.). I samaritani consideravano tuttavia la loro religione come vero Jahvismo: essi costruirono, per antagonismo col tempio di Gerusalemme, un colossale tempio sul monte Garizim (sembra che la costruzione sia avvenuta nel 318). Più tardi, in un periodo caratterizzato da un severo legalismo, i samaritani compirono una purificazione nel loro jahvismo sincretistico, facendo sparire ogni traccia di idolatria. L'origine comune delle religioni praticate in Samaria ed in Gerusalemme è testimoniata da vari elementi. I samaritani riconoscono come sacro l'intero Pentateuco nell'identica versione di quello ebraico (benché scritto con lettere samaritane); non riconoscono invece i libri successivi inseriti nel canone giudaico, perché al tempo dello scisma questi scritti non erano stati ancora aggiunti al primitivo canone.

• Regno di Giuda. Nel regno Meridionale di Giuda, la reazione contro il baalismo e le sue forme idolatriche fu più dura ed efficace. Una energica riforma fu compiuta all'inizio del secolo IX dal re Asa, il quale cercò di eliminare le pratiche idolatriche; tuttavia rimasero le bamoth ed anche alcune tradizioni pagane. Il re Josaphat istituì invece una cattedra per istruire il popolo sulla Legge di Jahvé. Durante il dominio della regina Athalia, di origine fenicia e credente nel dio Baal, in Gerusalemme fu costruito un tempio nel quale si praticavano riti idolatrici in suo onore; caduta la regina, per una reazione nazionale jahvistica, il tempio fu distrutto. Il successivo regno di Achaz segna un ritorno al sincretismo: lo stesso monarca onorava Jahvé allo stesso livello degli dei assiri e di quelli cananei (a cui oltretutto offrì in olocausto il proprio figlio). Da questo momento in poi, azione e reazione si succederanno sempre più freneticamente ed in modo sempre più cruento.

Il successore di Achaz, Ezeche, seguace dei principi del profeta Isaia, intraprese una riforma sostanziale in campo religioso, rimosse le bamoth, proibì severamente ogni idolo o scultura religiosa. Con questa riforma accentratrice lo jahvismo, specialmente dopo la riuscita operazione di difesa nei confronti dell'invasione assira del 701 a.C., sembrò trionfare definitivamente; tuttavia il trionfo ebbe luogo maggiormente nel campo dell'esteriorità del culto piuttosto che in quello della spiritualità. Dopo poco tempo, infatti, il sincretismo esplose nuovamente: sotto il regno di Manasse (figlio e successore di Ezechiele) ricomparvero gli idoli di Baal e di Astarte e furono anche introdotti nuovi culti astrali oltre a quello del dio Shemesh (sole). Nel 588 a.C. Gerusalemme venne conquistata dalle truppe di Nabucodonosor e con essa tutto il regno di Giuda. Con l'incendio della città e del tempio e con la deportazione del popolo in Babilonia si chiude definitivamente il periodo antico. Già prima della disfatta, nel 597, avvenne la prima deportazione, seguita da quella più massiccia del 586 e da una terza nel 582.

I soli a non essere deportati furono i contadini e coloro che si erano rifugiati nelle campagne; i Babilonesi, infatti, avevano sequestrato di proposito le persone più influenti della città. Sorse allora il pensiero che Jahvé avesse ripudiato la sua nazione come punizione per le sue infedeltà: che si fossero cioè avverate le minacce dei profeti. La nazione fece quindi ritorno a Jahvé, riscoprì cioè lo jahvismo genuino predicato dai profeti, e ritrovò la strada per l'alleanza dei patriachi. Il ritorno a Jahvé tuttavia prese forma cosciente ed organica soprattutto tra i deportati in Babilonia, ove si trovavano i capi spirituali della nazione. A quest'epoca la nazione è spesso chiamata "avanzo d'Israele", epiteto che si riferisce non solo al presente (la nazione divisa e depauperata) ma anche al futuro: quel piccolo seme "avanzato" avrebbe dovuto dare nuova e più vigorosa fioritura. In ciò che era avvenuto si volle vedere, infatti, una punizione purificatrice di Jahvé, il quale "aveva rovesciato la tempesta sulla vigna per scrollare i grappoli guasti, ma anche per salvare e rinvigorire gli acini rimasti sani".

I testimoni dell'inquietudine.

Dopo il loro insediamento in Palestina, gli Ebrei hanno conosciuto quella categoria particolare di uomini ispirati - o che si giudicano tali - che predicevano l'avvenire: i profeti o nabis; è difficile distinguere, a prima vista, gli indovini, i maghi, i veggenti che si guadagnano la vita interpretando gli oracoli - come i nostri ciarlatani moderni - da quegli uomini le cui parole ci sono state tramandate e che vengono chiamati più propriamente profeti. L'aspetto esteriore, i gesti, le azioni, lo stile di uomini come Geremia o Isaia, assomigliano al comportamento degli esaltati, sinceri o insinceri, di tutti i tempi e di tutte le epoche. Per annunciare le disgrazie che si abbatteranno sugli abitanti di Gerusalemme, Ezechiele si taglia i capelli e li suddivide in tre mucchi: brucia il primo, distrugge il secondo con la spada e disperde il terzo nel vento; Sofonia sente i lamenti e le urla degli abitanti di Gerusalemme sterminati da Jahvé; Isaia ha la visione estatica di Jahvé sul suo trono, circondato da serafini che cantano le sue lodi, ecc. In breve, i profeti si sentono - o si considerano - ispirati da Dio; Jahvé parla attraverso la loro bocca ed agisce in essi; essi stessi diventano segni di Dio. Tutto questo è molto primitivo, in apparenza, come i poteri che si attribuiscono e le parole oscure che a volte essi pronunciano.

Ciononostante nessuno storico delle religioni cade in questo errore: se la forma dell'insegnamento profetico è esagerata, o anche se essa comporta, come pensava Renan, una parte di commedia, il fondo di questo insegnamento non è senza grandezza, anzi: esso contribuirà a far evolvere la religione degli Ebrei, che è ancora nell'VIII secolo a.C. un semplice culto reso a Jahvé, in una religione dottrinale a tendenza universalista: il giudaismo. Secondo un paragone dovuto allo storico francese A. Lods, l'esaltazione mistica (dunque irrazionale) dei profeti non esclude il vigore e la profondità di pensiero, non più di quanto la "disposizione all'estasi" abbia nuociuto alla solidità intellettuale di Maometto, di Lutero o di Pascal. Noi possiamo dunque considerare i profeti come uomini dallo spirito più pronto, più inquieto e più potente di quello dei loro contemporanei: perfettamente coscienti dell'evoluzione del mondo asiatico di cui i due Stati di Israele e di Giuda non sono che delle parti infime se paragonate ai grandi imperi babilonese, assiro ed egiziano, essi sanno che la nazione ebraica si trova sul pendio fatale della decadenza: decadenza politica nei riguardi dei grandi imperi; decadenza religiosa di un popolo che della religione conosce solo riti, offerte e cantici e che ignora l'arte di fare il bene.

"Cambia forse un moro la sua pelle/ La pantera il suo mantello screziato?/ Anche voi potreste far del bene/ Abituati come siete a far del male? " (Geremia, 13, 23). Essi sono chiaroveggenti e pessimisti, ma, come sottolinea il grande esegeta Alfred Loisy (La Religione di Israele, 1908): "Non è la loro chiaroveggenza che li rende pessimisti, ma è il loro pessimismo che li rende chiaroveggenti". Questo pessimismo, politico, morale e religioso viene espresso dai profeti secondo le forme dell'epoca; poco importa che essi siano stati o meno realmente ispirati, ciò che è essenziale è che essi commuovono i loro uditori, il loro pubblico. E in un paese in cui la parola regna sovrana non si può convincere un uditorio con dissertazioni socratiche, calme ed ironiche, con colloqui socratici; è necessaria una forma, una esibizione. I profeti sono stati prigionieri, psicologicamente, del loro tempo: questa è forse per un non credente la spiegazione più semplice dei loro stati estatici.

I nomi del profeta.

Il profeta nella Bibbia è definito con tre nomi: Rò-eh, hòzeh e Nàhbì. I primi due termini sono participi attivi che significano "il veggente" e "lo scorgente", il terzo invece, ha un significato etimologico incerto ed assai controverso: la maggior parte dei filologi sostiene che la radice Nàhbì deriva dall'assiro Nabù che significa "chiamare, annunziare" o dal verbo arabo Naba'a (addurre un discorso), oppure dal verbo etiopico Nababa (parlare sommessamente). Altri pensano che derivi invece dalla radice Naba'a (radice che si trova oltre che in ebraico anche nelle lingue siriache ed assire) che significa "essere in effervescenza"; questo termine è un aggettivo che si applicava alle sorgenti d'acqua, ma per un immediato trapasso linguistico si poteva anche applicare a persona umana in stato di eccitazione. Una nota redazionale contenuta in Samuele (IX-9) ci fa sapere che il termine Nàhbì è più recente degli altri due ed è usato col preciso significato di "profeta"; la sostituzione del termine "profeta" a quello di "veggente" sembra sia avvenuta verso il secolo VIII, ma sicuramente già nel periodo dei giudici il termine "profeta" veniva largamente usato.

Questo cambiamento di terminologia è da mettere in relazione con quella profonda trasformazione sociale-religiosa avvenuta nel periodo dei giudici, trasformazione della quale abbiamo ampiamente parlato precedentemente. La figura del profeta, infatti, era presente nella tradizione cananea e in tutti i culti dell'Asia minore: Babilonia, fin dai tempi di Hammurabi, aveva avuto il Barù (veggente); in Arabia, fin dai tempi antichissimi, esisteva la figura del Kàmih, il quale era essenzialmente un indovino che prediceva il futuro. Verso l'epoca della monarchia, quando cioè in Israele si opera una distinzione tra potere politico e religioso, il "veggente" del deserto assume una missione ufficiale collettiva, in quanto oltre che a "vedere" deve anche "parlare" alla nazione, riferire al popolo il suo messaggio: in questo momento egli diventa il "profeta" (colui che parla a nome di Jahvé). Il nome odierno "profeta" deriva direttamente dal greco (prófemi) che è la traduzione corretta del termine ebraico e che significa appunto "annunziare prima".

Le congregazioni.

Ai tempi dell'ultimo "giudice" - Samuele - appaiono in Israele gruppi di veggenti che profetizzano, sfrenandosi in canti e danze; si può considerare questo un vero e proprio fenomeno di psicosi collettiva: lo stato di esaltazione diventa contagioso ed assale tutti gli spettatori (vedi I Samuele X, 5 e seguenti XIX, 20 e seguenti). Certamente queste manifestazioni dovevano derivare da quei riti cananei basati sull'eccitamento fisico e psichico dei quali abbiamo parlato. Più tardi, ai tempi di Elia e di Eliseo, sorgono le cosiddette "congregazioni" dei profeti, vere corporazioni con una propria organizzazione e con una sede stabile. I membri di queste nuove congreghe erano chiamati "figli di profeti", figli nel senso semitico di "appartenenti ad una corporazione" (come i "figli degli orefici", ecc.).

Sembra che queste associazioni avessero una potenza illimitata tanto da formare entro i rispettivi regni un vero e proprio regime religioso, e tanto da incidere in modo decisivo, nelle vicende politiche e nelle successioni dinastiche. Il carattere congregazionista del profetismo aveva precedenti antichi: ai tempi del re Jehu, un certo Ben-Rechab imponeva ad un suo clan determinate e rigorosissime regole, creando una comunità il cui ideale era (se così si può dire) una specie di francescanesimo israelita, spoglio cioè di elaborate teorie, ma seguito con fervore e convinzione. La potenza raggiunta dalle corporazioni accrebbe enormemente il numero degli "aspiranti profeti" e quella del profeta diventò una vera e propria carriera.

Illuminante a questo proposito è uno degli episodi tratti da Amos (VII, 14). Esso narra la violenta disputa tra Amasi, sacerdoti di Bethel ed il profeta Amos, disputa nata per questioni di ordine economico. Amasi consiglia Amos di andare a esercitare la sua professione di profeta nel regno di Giuda, smettendo così di "fargli concorrenza" a Bethel; Amos però replica dicendo: "io non sono profeta né figlio di profeta", precisando che è diventato araldo di Jahvé perché è stato espressamente scelto da Lui e non per altri fini. Se questo episodio serve a far intuire chi fosse il profeta di professione, introduce anche una figura di profeta più aderente alla spiritualità, un uomo investito di una vera e propria vocazione mistica, scevra da ogni preoccupazione di lucro e di prestigio sociale.

Profetismo antico e moderno.

É ormai di prammatica attuare e rispettare una divisione del profetismo di Israele in antico e moderno. Questa distinzione si basa su considerazioni oggettive: riguardo al profetismo antico ci sono giunte notizie frammentarie ed imprecise, il che impedisce una visione precisa del fenomeno dalle sue origini al secolo VIII; al contrario, a partire dall'VIII secolo troviamo numerosi documenti scritti dagli stessi profeti e varie testimonianze sulla loro vita e sulle loro gesta.

Il messianesimo.

L'idea che in un tempo futuro si sarebbe dovuta avverare un'epoca di gloria per il popolo di Israele è presente nella tradizione e negli scritti ebraici più antichi. Questo avvenimento si sarebbe concretizzato sotto la guida di un personaggio "eletto" da Dio e che doveva nascere in mezzo al popolo ebraico. Presso gli Ebrei una persona eletta a qualche alto incarico veniva designata col termine mashíah (dal verbo mashah = ungere), perché la cerimonia d'investitura comportava una unzione di olii profumati. Presso il giudaismo ellenistico questo termine fu tradotto con la parola greca Christós (participio passato del verbo chrío = ungere), conservando sempre il significato di "eletto". L'artefice ed eponimo della futura epoca di felicità fu chiamato per antonomasia il Màathtam (Messia) o Cristo. Questa futura epoca d'oro sarebbe stata contrassegnata dalla pace e dalla concordia fra tutti i popoli della terra, poiché tutti avrebbero appreso e riconosciuto la verità della Legge di Jahvé. "Alla fine dei giorni sarà stabilito - il monte della casa di Jahvé - in cima ai monti - più elevato delle colline - e affluiranno in esso tutte le genti - accorreranno popoli molti e diranno: - venite, ascendiamo al monte di Jahvé - alla casa del Dio di Giacobbe" (Isaia, II segg.). All'epoca della venuta del Messia inoltre, l'alleanza sarebbe stata rinnovata ed avrebbe acquistato nuovo vigore.

Altre e numerose sono le precisazioni riguardo alla figura e alle circostanze della venuta del Cristo. Egli nascerà in Bethlehem ed il popolo non sarà liberato "finché colei (almah = vergine) che deve partorire non avrà partorito". Nei cosiddetti "Carmi del Servo di Jahvé" (Isaia, XLII, 1-4; XLIX, 1-6; L, 4-9; LII, 13: LIII, 12) questo personaggio è presentato per la prima volta come volontario martire immolato per la salvezza degli uomini: "Spregiato e reietto dagli uomini uomo di dolori, esperto in languore/ - qual uno innanzi a cui è da velarsi il volto, / - spregiato si che non lo stimammo punto!/ - Ah, si, i nostri languori egli ha portato, / e i nostri dolori si è addossato;/ - noi invece, lo stimammo un piagato/ - percosso da Dio ed oppresso:/ - mentre egli fu trafitto per i nostri delitti, / frantumato per le nostre iniquità./ Il castigo per la nostra pace fu su lui, / per le sue lividure noi fummo guariti./ Noi, tutti quanti, errammo come pecore, / ci coltivammo ognun per la sua strada, / e Jahvé fece convergere su lui/ l'iniquità in tutti quanti noi./ Egli fu tormentato e pur restò dimesso, / e non aprì la sua bocca;/ fu come agnello portato a scannare/ e come pecora che innanzi a chi lo tosa è muta;/... egli fu reciso dalla terra dei vivi, / per il delitto del mio popolo fu piagato a morte". (Isaia, LIII, 3 e segg.)

• L'origine dell'idea messianica è spiegata dai critici in vari modi. Alcuni la definiscono una conseguenza delle dottrine ciclico-cosmiche babilonesi, dottrine secondo cui ogni ciclo del cosmo doveva finire in maniera analoga a quella in cui aveva avuto origine: poiché il ciclo in corso era cominciato con la vittoria di un Dio creatore sul caos cosmico, analogamente il ciclo si sarebbe dovuto concludere con la vittoria di un Dio salvatore sopra i perturbatori cosmici. Secondo questi studiosi la figura del Messia altro non sarebbe se non la trasposizione ebraica di questo mitico salvatore babilonese.

Altri invece suggeriscono una origine persiana: infatti, anche secondo le dottrine persiane, le vicende cosmiche si svolgono in cicli (precisamente quattro, di 3.000 anni ciascuno); la lotta tra il bene ed il male, iniziatasi nel terzo ciclo, si sarebbe conclusa nel quarto grazie all'intervento del Saushyant (soccorritore) che avrebbe fatto trionfare il bene e che avrebbe ricondotto l'umanità nella originale felice condizione. Un gruppo di critici ritiene invece che l'idea messianica sia un prodotto autoctono della cultura ebraica. Il concetto di una futura "età dell'oro" sarebbe una specie di ideale rivincita politico-religiosa della nazione che, risorta dai tempi bui dell'esilio, all'epoca del risorgimento dei Maccabei spera ardentemente in una vicina quanto prossima età prosperosa. Ma qualcuno crede che il formarsi dell'idea sia stato provocato da una presunta liturgia - celebrata annualmente nel tempio di Gerusalemme - per onorare Jahvé come re della nazione; poiché questa regalità di Jahvé non si estendeva alla politica (in quanto la nazione ebraica era e rimaneva sempre tributaria dell'Egitto o di altre nazioni straniere), venne trasferita in un futuro imprecisato in cui il liturgico regno di Jahvé sarebbe diventato reale e politico. Per confermare l'ipotesi che fa iniziare il messianesimo nei tempi più lontani, bisogna tenere presente che pure presso i Samaritani si trovava la stessa idea; il messianesimo sicuramente era già sviluppato nell'epoca che precedeva lo scisma (avvenuto nel IV secolo).

Alcune precisazioni.

Ricordiamo che il Libro di Daniele non è posteriore all'esilio: è stato probabilmente scritto nel corso del secondo secolo a.C.

• Isaia. Il Libro di Isaia, se si eccettuano alcune interpolazioni, è in generale considerato opera di tre autori, di cui soltanto il primo si sarebbe chiamato Isaia ed è a noi noto (avrebbe scritto i primi 39 capitoli). I capitoli da 40 a 56 sono attribuiti al "secondo Isaia" (detto anche il Deutero-Isaia), forse originario della Fenicia. I capitoli da 56 a 66 sarebbero opera di un "terzo Isaia" nettamente posteriore, che alcuni autori (per esempio P. Duhm) pongono nel secolo che seguì il ritorno dall'esilio.

L'insegnamento del primo Isaia, che annuncia la distruzione di Israele e di Giuda da parte degli Assiri, lascia scorgere la speranza di una salvezza per un piccolo gruppo di fedeli. D'altra parte un famoso passaggio (VII/14) è considerato dai cristiani come la predicazione della venuta di Gesù. Il secondo Isaia è, più che un profeta, un filosofo religioso. Non soltanto egli annuncia la restaurazione di Israele da parte di Ciro, il re dei Persiani, il declino di Babilonia e la nuova grandezza di Sion (Gerusalemme) ove non entrerà più "né incirconciso né impuro" (LII/1), ma egli afferma anche, in modo dogmatico e fondamentale, l'unità e l'universalità di Jahvé. Gli dei delle altre nazioni, dice, non sono che dei pezzi di legno o di metallo, adorare i quali significa prostrarsi davanti ad un ceppo; l'unico Dio, che deve essere quello di tutti i popoli, è Jahvé, di cui Israele è il servitore sulla terra.

• Geremia. Il re Giosia intraprese, nel 621 a.C., una importante riforma riportata in Re, II, 22-23. Basandosi sulla scoperta del Libro della Legge mosaica (in effetti, una redazione primitiva del Deuteronomio che risaliva al 700 a.C. circa), egli purificò la religione nazionale dalla maggior parte dei suoi elementi estranei (oggetti, santuari più o meno pagani, come gli altari delle divinità straniere, quelli degli dei astrali, l'altare ove si bruciavano i neonati, ecc.) e soppresse tutti i luoghi sacri della Palestina: il culto di Jahvé non si sarebbe più potuto celebrare da quel momento in poi che nel tempio di Gerusalemme.

Da questa riforma - alla quale aderisce dapprima Geremia - nacque nel regno di Giuda, un nuovo ottimismo, una fiducia esagerata, incosciente, nella protezione di Jahvé. Ben presto Geremia si rese conto di ciò che vi era di artificiale in questo atteggiamento e cominciò a profetizzare la tragica sorte che incombeva su Gerusalemme; le calamità che prevedeva prostrarono il popolo di Giuda (si tratta della conquista babilonese) e poiché egli proclamava che il tempio stesso sarebbe presto stato distrutto, corse il rischio di essere massacrato dai sacerdoti e dal popolo (nel 609 a.C.).

Profeta di sventura, Geremia ha, in un certo senso, salvato le convinzioni religiose dei suoi compatrioti: Giuda era stato vinto non perché gli dei di Babilonia erano più potenti, ma perché era necessario che gli Ebrei subissero il corruccio e il castigo di Jahvé. Per Geremia non ribellarsi, non andare contro l'invasore, ma subire, con rassegnazione, la deportazione e i massacri, significava dimostrare che la religione era indipendente dalle vicissitudini politiche. Geremia fu imprigionato durante l'assedio di Gerusalemme, perché i suoi compatrioti lo sospettavano di voler passare al nemico; liberato nel 587, alla caduta della città, egli si ritirò in Egitto, a Tahpanhes, ove la tradizione riferisce che sarebbe stato messo a morte per lapidazione.

• Ezechiele era un sacerdote che fece parte di uno dei primi convogli di deportati verso la Babilonia nel 597; per più di vent'anni, egli fu il capo spirituale di questa comunità del "fiume Kebar" (un piccolo affluente dell'Eufrate). In riva a questo fiume Jahvé si rivela al profeta e gli fa mangiare un rotolo sul quale è scritto il messaggio che egli dovrà trasmettere ai suoi compagni.

La personalità complessa di Ezechiele, che fa prova nel medesimo tempo di fermezza morale, di entusiasmo estatico (rimane muto 2 anni al tempo dell'assedio di Gerusalemme) e di "saggezza politica", ne fa uno dei profeti più avvincenti dell'Antico Testamento. Il suo insegnamento è dapprima pessimista (dal 593 alla caduta di Gerusalemme): egli spiega ai suoi compagni che Gerusalemme e il regno di Giuda devono essere distrutti per volontà di Dio, e così si pone dalla parte di Geremia. Dopo la caduta della città e la distruzione del tempio, egli predica la speranza e la possibilità per i giusti di essere salvati, cioè di ricevere una specie di ricompensa individuale da parte di Dio. Egli sviluppa pure il tema della restaurazione di Israele, della distruzione dei suoi nemici e della futura ricostruzione del tempio. La resurrezione di Israele doveva avvenire sotto forma di un ritorno all'alleanza: il sacerdote-profeta si trasforma allora in legislatore e fissa per iscritto tutta una serie di norme e prescrizioni che vigeranno per molto tempo nella nazione risorta.

La legge elaborata da Ezechiele conferma il contenuto della Torah, ma con più precisione e vigore; confrontando questa legislazione con quella di Mosé, si nota un generico parallelismo, ma nella prima emerge una costante tendenza a un maggiore rigorismo, specialmente nelle leggi di purità sacra. Questa revisione della Torah operata da Ezechiele nasce da ben precise necessità contingenti. L'antica Torah era stata, oltre che poco conosciuta, anche troppo deformata nell'applicazione pratica a causa della vaghezza di alcuni concetti; da qui forse lo smarrimento e lo sbandamento della nazione quando fu messa a contatto con la religione pagana cananea, più semplice da capire. La nuova Legge nasce insomma dalla volontà di supplire alle carenze e alle imprecisioni dell'antica Torah e anche dall'esigenza di rinnovamento spirituale sentita dopo la catastrofe della nazione.

Ezechiele fu l'esponente più autorevole di questo movimento, ma non il solo: si suppone esistesse una vera e propria scuola di discepoli jahvisti che collaboravano per il rinnovamento religioso di Israele. Inoltre in questo periodo nasce una nuova classe di guide spirituali: gli esperti nella Legge. Costoro si suddividevano in Mebhinim (intendenti) e in Sopherim (scrittori o scribi); i primi avevano autorità di decisione riguardo le norme controverse della Legge, i secondi ne erano i trasmettitori ed i custodi. Più tardi la figura dello scriba acquisterà sempre più potere e prestigio. In quel tempo di ritorno alle tradizioni, si provvide anche a salvare il patrimonio culturale della nazione: furono tratti dall'oblìo antichi documenti (legali e storici), che vennero riuniti in raccolte e sottoposti a revisione. Queste operazioni (iniziatesi in Babilonia nei circoli di scribi seguaci di Ezechiele) si applicarono a tutti i nuovi documenti che si riteneva costituissero il patrimonio morale della nazione; la più imponente ed importante di queste operazioni culturali fu la collezione sacra, o Canone della Bibbia.

Fonte: Enciclopedia Alfatematica - Microforum - Peruzzo Informatica