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I
Profeti e la Nascita del Giudaismo
Il periodo
religioso qui descritto si estende dalla metà dell'VIII
secolo a.C. alla conquista romana. Esso è caratterizzato
dall'insegnamento dei profeti (i tre grandi profeti:
Isaia, Geremia ed Ezechiele; i dodici piccoli profeti:
Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Nahum, Abacuc,
Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia; Daniele, l'eroe della
fossa dei leoni, è tradizionalmente considerato il
quarto "grande profeta").
Il
movimento profetico.
Introduzione
storica sul Regno dIsraele.
Il regno di Israele. Dopo la morte di Salomone (l'ultimo
dei re), avvenne il distacco del regno settentrionale
(d'Israele) da quello meridionale (di Giuda; il re
secessionista, Jeroboam I, estese lo scisma anche in
campo religioso: se, infatti, Salomone aveva provveduto a
costruire il tempio di Gerusalemme con lo scopo di
renderlo l'unico centro religioso di tutta la nazione,
Jeroboam abolì questo centralismo istituendo nel regno
d'Israele due santuari differenziati dedicati: uno a Dan
ed uno a Beth-el, con evidenti intenti concorrenziali
rispetto al tempio ed al regno meridionale. C'è da
notare che in entrambi i santuari si adorava Jahvé sotto
il simbolo del vitello d'oro. In quel periodo il baalismo
(la religione idolatrica pagana cananea) e la sua
liturgia avevano invaso il regno di Israele: sotto il re
Achab, il culto del Baal di Tiro diventò addirittura
ufficiale e si costruì un tempio nella capitale
(Samaria) con un corpo sacerdotale mantenuto a spese
della corte.
Samaria. Nel 721 a.C., assieme a tutto il regno di
Israele, cade preda degli Assiri, i quali deportano gran
parte della popolazione israelita ed importano nel
territorio altre popolazioni da loro soggiogate (Cutha,
Avva, Hamath). Questi stranieri si amalgamano con i pochi
Giudei di stirpe ebraica rimasti nel paese e da queste
fusioni nasce l'eterogenea razza dei Samaritani. Questi
erano oggetto di odio profondo da parte dei Giudei, odio
derivato sia da rivalità politiche sia da sentimenti
razziali (i samaritani costituivano le testimonianze
dell'imbastardimento della stirpe), ma principalmente da
motivi religiosi. Gli stranieri importati nel territorio
samaritano, seguendo il principio (diffusissimo
nell'antichità) secondo cui ogni territorio aveva il suo
dio locale da rispettare, introdussero nel loro culto
l'adorazione del Dio Jahvé (simboleggiato dal vitello
d'oro), equiparandolo alle loro divinità pagane; nello
stesso tempo introdussero nelle comunità locali usi e
costumi improntati all'idolatria.
Le
conseguenze di queste contaminazioni in campo religioso
furono un progressivo allontanamento dal monoteismo e una
trasformazione profonda nei riti e nella liturgia dalla
religione di Israele (sincretismo, ecc.). I
samaritani consideravano tuttavia la loro religione come
vero Jahvismo: essi costruirono, per antagonismo col
tempio di Gerusalemme, un colossale tempio sul monte Garizim
(sembra che la costruzione sia avvenuta nel 318). Più
tardi, in un periodo caratterizzato da un severo
legalismo, i samaritani compirono una purificazione nel
loro jahvismo sincretistico, facendo sparire ogni traccia
di idolatria. L'origine
comune delle religioni praticate in Samaria ed in
Gerusalemme è testimoniata da vari elementi. I
samaritani riconoscono come sacro l'intero Pentateuco
nell'identica versione di quello ebraico (benché scritto
con lettere samaritane); non riconoscono invece i libri
successivi inseriti nel canone giudaico, perché al tempo
dello scisma questi scritti non erano stati ancora
aggiunti al primitivo canone.
Regno di Giuda. Nel regno Meridionale di Giuda, la
reazione contro il baalismo e le sue forme idolatriche fu
più dura ed efficace. Una energica riforma fu compiuta
all'inizio del secolo IX dal re Asa, il quale cercò di
eliminare le pratiche idolatriche; tuttavia rimasero le
bamoth ed anche alcune tradizioni pagane. Il re Josaphat
istituì invece una cattedra per istruire il popolo sulla
Legge di Jahvé. Durante
il dominio della regina Athalia, di origine fenicia e
credente nel dio Baal, in Gerusalemme fu costruito un
tempio nel quale si praticavano riti idolatrici in suo
onore; caduta la regina, per una reazione nazionale
jahvistica, il tempio fu distrutto. Il successivo regno
di Achaz segna un ritorno al sincretismo: lo stesso
monarca onorava Jahvé allo stesso livello degli dei
assiri e di quelli cananei (a cui oltretutto offrì in
olocausto il proprio figlio). Da questo momento in poi,
azione e reazione si succederanno sempre più
freneticamente ed in modo sempre più cruento.
Il
successore di Achaz, Ezeche, seguace dei principi del
profeta Isaia, intraprese una riforma sostanziale in
campo religioso, rimosse le bamoth, proibì severamente
ogni idolo o scultura religiosa. Con questa riforma
accentratrice lo jahvismo, specialmente dopo la riuscita
operazione di difesa nei confronti dell'invasione assira
del 701 a.C., sembrò trionfare definitivamente; tuttavia
il trionfo ebbe luogo maggiormente nel campo
dell'esteriorità del culto piuttosto che in quello della
spiritualità. Dopo
poco tempo, infatti, il sincretismo esplose nuovamente:
sotto il regno di Manasse (figlio e successore di
Ezechiele) ricomparvero gli idoli di Baal e di Astarte e
furono anche introdotti nuovi culti astrali oltre a
quello del dio Shemesh (sole). Nel 588 a.C. Gerusalemme
venne conquistata dalle truppe di Nabucodonosor e con
essa tutto il regno di Giuda. Con l'incendio della città
e del tempio e con la deportazione del popolo in
Babilonia si chiude definitivamente il periodo antico. Già
prima della disfatta, nel 597, avvenne la prima
deportazione, seguita da quella più massiccia del 586 e
da una terza nel 582.
I soli a non essere deportati
furono i contadini e coloro che si erano rifugiati nelle
campagne; i Babilonesi, infatti, avevano sequestrato di
proposito le persone più influenti della città. Sorse
allora il pensiero che Jahvé avesse ripudiato la sua
nazione come punizione per le sue infedeltà: che si
fossero cioè avverate le minacce dei profeti. La
nazione fece quindi ritorno a Jahvé, riscoprì cioè lo
jahvismo genuino predicato dai profeti, e ritrovò la
strada per l'alleanza dei patriachi. Il
ritorno a Jahvé tuttavia prese forma cosciente ed
organica soprattutto tra i deportati in Babilonia, ove si
trovavano i capi spirituali della nazione. A quest'epoca
la nazione è spesso chiamata "avanzo
d'Israele", epiteto che si riferisce non solo al
presente (la nazione divisa e depauperata) ma anche al
futuro: quel piccolo seme "avanzato" avrebbe
dovuto dare nuova e più vigorosa fioritura. In ciò che
era avvenuto si volle vedere, infatti, una punizione
purificatrice di Jahvé, il quale "aveva rovesciato
la tempesta sulla vigna per scrollare i grappoli guasti,
ma anche per salvare e rinvigorire gli acini rimasti
sani".
I
testimoni dell'inquietudine.
Dopo il
loro insediamento in Palestina, gli Ebrei hanno
conosciuto quella categoria particolare di uomini
ispirati - o che si giudicano tali - che predicevano
l'avvenire: i profeti o nabis; è difficile
distinguere, a prima vista, gli indovini, i maghi, i
veggenti che si guadagnano la vita interpretando gli
oracoli - come i nostri ciarlatani moderni - da quegli
uomini le cui parole ci sono state tramandate e che
vengono chiamati più propriamente profeti. L'aspetto
esteriore, i gesti, le azioni, lo stile di uomini come
Geremia o Isaia, assomigliano al comportamento degli
esaltati, sinceri o insinceri, di tutti i tempi e di
tutte le epoche. Per annunciare le disgrazie che si
abbatteranno sugli abitanti di Gerusalemme, Ezechiele si
taglia i capelli e li suddivide in tre mucchi: brucia il
primo, distrugge il secondo con la spada e disperde il
terzo nel vento; Sofonia sente i lamenti e le urla
degli abitanti di Gerusalemme sterminati da Jahvé; Isaia
ha la visione estatica di Jahvé sul suo trono,
circondato da serafini che cantano le sue lodi, ecc. In
breve, i profeti si sentono - o si considerano - ispirati
da Dio; Jahvé parla attraverso la loro bocca ed agisce
in essi; essi stessi diventano segni di Dio. Tutto
questo è molto primitivo, in apparenza, come i
poteri che si attribuiscono e le parole oscure che a
volte essi pronunciano.
Ciononostante nessuno storico
delle religioni cade in questo errore: se la forma
dell'insegnamento profetico è esagerata, o anche se essa
comporta, come pensava Renan, una parte di commedia, il
fondo di questo insegnamento non è senza grandezza,
anzi: esso contribuirà a far evolvere la religione degli
Ebrei, che è ancora nell'VIII secolo a.C. un semplice
culto reso a Jahvé, in una religione dottrinale a
tendenza universalista: il giudaismo. Secondo
un paragone dovuto allo storico francese A. Lods,
l'esaltazione mistica (dunque irrazionale) dei profeti
non esclude il vigore e la profondità di pensiero, non
più di quanto la "disposizione all'estasi"
abbia nuociuto alla solidità intellettuale di Maometto,
di Lutero o di Pascal. Noi
possiamo dunque considerare i profeti come uomini dallo
spirito più pronto, più inquieto e più potente di
quello dei loro contemporanei: perfettamente coscienti
dell'evoluzione del mondo asiatico di cui i due Stati di
Israele e di Giuda non sono che delle parti infime se
paragonate ai grandi imperi babilonese, assiro ed
egiziano, essi sanno che la nazione ebraica si trova sul
pendio fatale della decadenza: decadenza politica nei
riguardi dei grandi imperi; decadenza religiosa di un
popolo che della religione conosce solo riti, offerte e
cantici e che ignora l'arte di fare il bene.
"Cambia
forse un moro la sua pelle/ La pantera il suo mantello
screziato?/ Anche voi potreste far del bene/ Abituati
come siete a far del male? " (Geremia, 13, 23). Essi
sono chiaroveggenti e pessimisti, ma, come sottolinea il
grande esegeta Alfred Loisy (La Religione di Israele,
1908): "Non è la loro chiaroveggenza che li rende
pessimisti, ma è il loro pessimismo che li rende
chiaroveggenti". Questo
pessimismo, politico, morale e religioso viene espresso
dai profeti secondo le forme dell'epoca; poco importa che
essi siano stati o meno realmente ispirati, ciò che è
essenziale è che essi commuovono i loro uditori, il loro
pubblico. E in un paese in cui la parola regna sovrana
non si può convincere un uditorio con dissertazioni
socratiche, calme ed ironiche, con colloqui socratici; è
necessaria una forma, una esibizione. I profeti
sono stati prigionieri, psicologicamente, del loro tempo:
questa è forse per un non credente la spiegazione più
semplice dei loro stati estatici.
I
nomi del profeta.
Il
profeta nella Bibbia è definito con tre nomi: Rò-eh,
hòzeh e Nàhbì. I primi due termini sono participi
attivi che significano "il veggente" e "lo
scorgente", il terzo invece, ha un significato
etimologico incerto ed assai controverso: la maggior
parte dei filologi sostiene che la radice Nàhbì deriva
dall'assiro Nabù che significa "chiamare,
annunziare" o dal verbo arabo Naba'a (addurre un
discorso), oppure dal verbo etiopico Nababa
(parlare sommessamente). Altri pensano che derivi invece
dalla radice Naba'a (radice che si trova oltre che in
ebraico anche nelle lingue siriache ed assire) che
significa "essere in effervescenza"; questo
termine è un aggettivo che si applicava alle sorgenti
d'acqua, ma per un immediato trapasso linguistico si
poteva anche applicare a persona umana in stato di
eccitazione. Una nota
redazionale contenuta in Samuele (IX-9) ci fa sapere che
il termine Nàhbì è più recente degli altri due ed è
usato col preciso significato di "profeta"; la
sostituzione del termine "profeta" a quello di
"veggente" sembra sia avvenuta verso il secolo
VIII, ma sicuramente già nel periodo dei giudici il
termine "profeta" veniva largamente usato.
Questo cambiamento di terminologia è da mettere in
relazione con quella profonda trasformazione
sociale-religiosa avvenuta nel periodo dei giudici,
trasformazione della quale abbiamo ampiamente parlato
precedentemente. La
figura del profeta, infatti, era presente nella
tradizione cananea e in tutti i culti dell'Asia minore:
Babilonia, fin dai tempi di Hammurabi, aveva avuto il
Barù (veggente); in Arabia, fin dai tempi antichissimi,
esisteva la figura del Kàmih, il quale era
essenzialmente un indovino che prediceva il futuro. Verso
l'epoca della monarchia, quando cioè in Israele si opera
una distinzione tra potere politico e religioso, il
"veggente" del deserto assume una missione
ufficiale collettiva, in quanto oltre che a
"vedere" deve anche "parlare" alla
nazione, riferire al popolo il suo messaggio: in questo
momento egli diventa il "profeta" (colui che
parla a nome di Jahvé). Il nome
odierno "profeta" deriva direttamente dal greco
(prófemi) che è la traduzione corretta del termine
ebraico e che significa appunto "annunziare
prima".
Le
congregazioni.
Ai tempi
dell'ultimo "giudice" - Samuele - appaiono in
Israele gruppi di veggenti che profetizzano, sfrenandosi
in canti e danze; si può considerare questo un vero e
proprio fenomeno di psicosi collettiva: lo stato di
esaltazione diventa contagioso ed assale tutti gli
spettatori (vedi I Samuele X, 5 e seguenti XIX, 20 e
seguenti). Certamente queste manifestazioni dovevano
derivare da quei riti cananei basati sull'eccitamento
fisico e psichico dei quali abbiamo parlato. Più
tardi, ai tempi di Elia e di Eliseo, sorgono le
cosiddette "congregazioni" dei profeti, vere
corporazioni con una propria organizzazione e con una
sede stabile. I membri di queste nuove congreghe erano
chiamati "figli di profeti", figli nel senso
semitico di "appartenenti ad una corporazione"
(come i "figli degli orefici",
ecc.).
Sembra
che queste associazioni avessero una potenza illimitata
tanto da formare entro i rispettivi regni un vero e
proprio regime religioso, e tanto da incidere in modo
decisivo, nelle vicende politiche e nelle successioni
dinastiche. Il
carattere congregazionista del profetismo aveva
precedenti antichi: ai tempi del re Jehu, un certo
Ben-Rechab imponeva ad un suo clan determinate e
rigorosissime regole, creando una comunità il cui ideale
era (se così si può dire) una specie di francescanesimo
israelita, spoglio cioè di elaborate teorie, ma seguito
con fervore e convinzione. La
potenza raggiunta dalle corporazioni accrebbe enormemente
il numero degli "aspiranti profeti" e quella
del profeta diventò una vera e propria carriera.
Illuminante a questo proposito è uno degli episodi
tratti da Amos (VII, 14). Esso narra la violenta disputa
tra Amasi, sacerdoti di Bethel ed il profeta Amos,
disputa nata per questioni di ordine economico. Amasi
consiglia Amos di andare a esercitare la sua professione
di profeta nel regno di Giuda, smettendo così di
"fargli concorrenza" a Bethel; Amos però
replica dicendo: "io non sono profeta né figlio di
profeta", precisando che è diventato araldo di
Jahvé perché è stato espressamente scelto da Lui e non
per altri fini. Se questo episodio serve a far intuire
chi fosse il profeta di professione, introduce anche una
figura di profeta più aderente alla spiritualità, un
uomo investito di una vera e propria vocazione mistica,
scevra da ogni preoccupazione di lucro e di prestigio
sociale.
Profetismo
antico e moderno.
É ormai
di prammatica attuare e rispettare una divisione del
profetismo di Israele in antico e moderno. Questa
distinzione si basa su considerazioni oggettive: riguardo
al profetismo antico ci sono giunte notizie frammentarie
ed imprecise, il che impedisce una visione precisa del
fenomeno dalle sue origini al secolo VIII; al contrario,
a partire dall'VIII secolo troviamo numerosi documenti
scritti dagli stessi profeti e varie testimonianze sulla
loro vita e sulle loro gesta.
Il
messianesimo.
L'idea
che in un tempo futuro si sarebbe dovuta avverare
un'epoca di gloria per il popolo di Israele è presente
nella tradizione e negli scritti ebraici più antichi.
Questo avvenimento si sarebbe concretizzato sotto la
guida di un personaggio "eletto" da Dio
e che doveva nascere in mezzo al popolo ebraico. Presso
gli Ebrei una persona eletta a qualche alto incarico
veniva designata col termine mashíah (dal verbo mashah
= ungere), perché la cerimonia d'investitura comportava
una unzione di olii profumati. Presso il giudaismo
ellenistico questo termine fu tradotto con la parola
greca Christós (participio passato del verbo chrío
= ungere), conservando sempre il significato di
"eletto". L'artefice
ed eponimo della futura epoca di felicità fu chiamato
per antonomasia il Màathtam (Messia) o
Cristo. Questa futura epoca d'oro sarebbe stata
contrassegnata dalla pace e dalla concordia fra tutti i
popoli della terra, poiché tutti avrebbero appreso e
riconosciuto la verità della Legge di Jahvé. "Alla
fine dei giorni sarà stabilito - il monte della casa di
Jahvé - in cima ai monti - più elevato delle colline -
e affluiranno in esso tutte le genti - accorreranno
popoli molti e diranno: - venite, ascendiamo al monte di
Jahvé - alla casa del Dio di Giacobbe" (Isaia, II
segg.). All'epoca
della venuta del Messia inoltre, l'alleanza sarebbe stata
rinnovata ed avrebbe acquistato nuovo vigore.
Altre e
numerose sono le precisazioni riguardo alla figura e alle
circostanze della venuta del Cristo. Egli nascerà in
Bethlehem ed il popolo non sarà liberato "finché
colei (almah = vergine) che deve partorire non avrà
partorito". Nei
cosiddetti "Carmi del Servo di Jahvé" (Isaia,
XLII, 1-4; XLIX, 1-6; L, 4-9; LII, 13: LIII, 12) questo
personaggio è presentato per la prima volta come
volontario martire immolato per la salvezza degli uomini: "Spregiato
e reietto dagli uomini uomo di dolori, esperto in
languore/ - qual uno innanzi a cui è da velarsi il
volto, / - spregiato si che non lo stimammo punto!/ - Ah,
si, i nostri languori egli ha portato, / e i nostri
dolori si è addossato;/ - noi invece, lo stimammo un
piagato/ - percosso da Dio ed oppresso:/ - mentre egli fu
trafitto per i nostri delitti, / frantumato per le nostre
iniquità./ Il castigo per la nostra pace fu su lui, /
per le sue lividure noi fummo guariti./ Noi, tutti
quanti, errammo come pecore, / ci coltivammo ognun per la
sua strada, / e Jahvé fece convergere su lui/
l'iniquità in tutti quanti noi./ Egli fu tormentato e
pur restò dimesso, / e non aprì la sua bocca;/ fu come
agnello portato a scannare/ e come pecora che innanzi a
chi lo tosa è muta;/... egli fu reciso dalla terra dei
vivi, / per il delitto del mio popolo fu piagato a
morte". (Isaia, LIII, 3 e segg.)
L'origine dell'idea messianica è spiegata dai critici in
vari modi. Alcuni la definiscono una conseguenza delle
dottrine ciclico-cosmiche babilonesi, dottrine secondo
cui ogni ciclo del cosmo doveva finire in maniera analoga
a quella in cui aveva avuto origine: poiché il ciclo in
corso era cominciato con la vittoria di un Dio creatore
sul caos cosmico, analogamente il ciclo si sarebbe dovuto
concludere con la vittoria di un Dio salvatore sopra i
perturbatori cosmici. Secondo questi studiosi la figura
del Messia altro non sarebbe se non la trasposizione
ebraica di questo mitico salvatore babilonese.
Altri
invece suggeriscono una origine persiana: infatti, anche
secondo le dottrine persiane, le vicende cosmiche si
svolgono in cicli (precisamente quattro, di 3.000 anni
ciascuno); la lotta tra il bene ed il male, iniziatasi
nel terzo ciclo, si sarebbe conclusa nel quarto grazie
all'intervento del Saushyant (soccorritore) che
avrebbe fatto trionfare il bene e che avrebbe ricondotto
l'umanità nella originale felice condizione. Un
gruppo di critici ritiene invece che l'idea messianica
sia un prodotto autoctono della cultura ebraica. Il
concetto di una futura "età dell'oro" sarebbe
una specie di ideale rivincita politico-religiosa della
nazione che, risorta dai tempi bui dell'esilio, all'epoca
del risorgimento dei Maccabei spera ardentemente in una
vicina quanto prossima età prosperosa. Ma qualcuno crede
che il formarsi dell'idea sia stato provocato da una
presunta liturgia - celebrata annualmente nel tempio di
Gerusalemme - per onorare Jahvé come re della nazione;
poiché questa regalità di Jahvé non si estendeva alla
politica (in quanto la nazione ebraica era e rimaneva
sempre tributaria dell'Egitto o di altre nazioni
straniere), venne trasferita in un futuro imprecisato in
cui il liturgico regno di Jahvé sarebbe diventato reale
e politico. Per
confermare l'ipotesi che fa iniziare il messianesimo nei
tempi più lontani, bisogna tenere presente che pure
presso i Samaritani si trovava la stessa idea; il
messianesimo sicuramente era già sviluppato nell'epoca
che precedeva lo scisma (avvenuto nel IV secolo).
Alcune
precisazioni.
Ricordiamo
che il Libro di Daniele non è posteriore all'esilio: è
stato probabilmente scritto nel corso del secondo secolo
a.C.
Isaia. Il Libro di Isaia, se si eccettuano alcune
interpolazioni, è in generale considerato opera di tre
autori, di cui soltanto il primo si sarebbe chiamato
Isaia ed è a noi noto (avrebbe scritto i primi 39
capitoli). I capitoli da 40 a 56 sono attribuiti al
"secondo Isaia" (detto anche il Deutero-Isaia),
forse originario della Fenicia. I capitoli da 56 a 66
sarebbero opera di un "terzo Isaia" nettamente
posteriore, che alcuni autori (per esempio P. Duhm)
pongono nel secolo che seguì il ritorno dall'esilio.
L'insegnamento
del primo Isaia, che annuncia la distruzione di Israele e
di Giuda da parte degli Assiri, lascia scorgere la
speranza di una salvezza per un piccolo gruppo di fedeli.
D'altra parte un famoso passaggio (VII/14) è considerato
dai cristiani come la predicazione della venuta di Gesù. Il
secondo Isaia è, più che un profeta, un filosofo
religioso. Non soltanto egli annuncia la restaurazione di
Israele da parte di Ciro, il re dei Persiani, il declino
di Babilonia e la nuova grandezza di Sion (Gerusalemme)
ove non entrerà più "né incirconciso né
impuro" (LII/1), ma egli afferma anche, in modo
dogmatico e fondamentale, l'unità e l'universalità di
Jahvé. Gli dei delle altre nazioni, dice, non sono che
dei pezzi di legno o di metallo, adorare i quali
significa prostrarsi davanti ad un ceppo; l'unico Dio,
che deve essere quello di tutti i popoli, è Jahvé, di
cui Israele è il servitore sulla terra.
Geremia. Il re Giosia intraprese, nel 621 a.C., una
importante riforma riportata in Re, II, 22-23.
Basandosi sulla scoperta del Libro della Legge mosaica
(in effetti, una redazione primitiva del Deuteronomio che
risaliva al 700 a.C. circa), egli purificò la religione
nazionale dalla maggior parte dei suoi elementi estranei
(oggetti, santuari più o meno pagani, come gli altari
delle divinità straniere, quelli degli dei astrali,
l'altare ove si bruciavano i neonati, ecc.) e soppresse
tutti i luoghi sacri della Palestina: il culto di Jahvé
non si sarebbe più potuto celebrare da quel momento in
poi che nel tempio di Gerusalemme.
Da
questa riforma - alla quale aderisce dapprima Geremia -
nacque nel regno di Giuda, un nuovo ottimismo, una
fiducia esagerata, incosciente, nella protezione di
Jahvé. Ben presto Geremia si rese conto di ciò che vi
era di artificiale in questo atteggiamento e cominciò a
profetizzare la tragica sorte che incombeva su
Gerusalemme; le calamità che prevedeva prostrarono il
popolo di Giuda (si tratta della conquista babilonese) e
poiché egli proclamava che il tempio stesso sarebbe
presto stato distrutto, corse il rischio di essere
massacrato dai sacerdoti e dal popolo (nel 609 a.C.).
Profeta di sventura, Geremia ha, in un certo senso,
salvato le convinzioni religiose dei suoi compatrioti:
Giuda era stato vinto non perché gli dei di Babilonia
erano più potenti, ma perché era necessario che
gli Ebrei subissero il corruccio e il castigo di Jahvé.
Per Geremia non ribellarsi, non andare contro l'invasore,
ma subire, con rassegnazione, la deportazione e i
massacri, significava dimostrare che la religione era
indipendente dalle vicissitudini politiche. Geremia
fu imprigionato durante l'assedio di Gerusalemme, perché
i suoi compatrioti lo sospettavano di voler passare al
nemico; liberato nel 587, alla caduta della città, egli
si ritirò in Egitto, a Tahpanhes, ove la tradizione
riferisce che sarebbe stato messo a morte per
lapidazione.
Ezechiele era un sacerdote che fece parte di uno dei
primi convogli di deportati verso la Babilonia nel 597;
per più di vent'anni, egli fu il capo spirituale di
questa comunità del "fiume Kebar" (un piccolo
affluente dell'Eufrate). In riva a questo fiume Jahvé si
rivela al profeta e gli fa mangiare un rotolo sul quale
è scritto il messaggio che egli dovrà trasmettere ai
suoi compagni.
La
personalità complessa di Ezechiele, che fa prova nel
medesimo tempo di fermezza morale, di entusiasmo estatico
(rimane muto 2 anni al tempo dell'assedio di Gerusalemme)
e di "saggezza politica", ne fa uno dei profeti
più avvincenti dell'Antico Testamento. Il suo
insegnamento è dapprima pessimista (dal 593 alla caduta
di Gerusalemme): egli spiega ai suoi compagni che
Gerusalemme e il regno di Giuda devono essere distrutti
per volontà di Dio, e così si pone dalla parte di
Geremia. Dopo la
caduta della città e la distruzione del tempio, egli
predica la speranza e la possibilità per i giusti di
essere salvati, cioè di ricevere una specie di ricompensa
individuale da parte di Dio. Egli sviluppa pure il
tema della restaurazione di Israele, della
distruzione dei suoi nemici e della futura ricostruzione
del tempio. La
resurrezione di Israele doveva avvenire sotto forma di un
ritorno all'alleanza: il sacerdote-profeta si trasforma
allora in legislatore e fissa per iscritto tutta una
serie di norme e prescrizioni che vigeranno per molto
tempo nella nazione risorta.
La legge elaborata da
Ezechiele conferma il contenuto della Torah, ma con più
precisione e vigore; confrontando questa legislazione con
quella di Mosé, si nota un generico parallelismo, ma
nella prima emerge una costante tendenza a un maggiore
rigorismo, specialmente nelle leggi di purità sacra. Questa
revisione della Torah operata da Ezechiele nasce da ben
precise necessità contingenti. L'antica Torah era stata,
oltre che poco conosciuta, anche troppo deformata
nell'applicazione pratica a causa della vaghezza di
alcuni concetti; da qui forse lo smarrimento e lo
sbandamento della nazione quando fu messa a contatto con
la religione pagana cananea, più semplice da capire. La
nuova Legge nasce insomma dalla volontà di supplire alle
carenze e alle imprecisioni dell'antica Torah e anche
dall'esigenza di rinnovamento spirituale sentita dopo la
catastrofe della nazione.
Ezechiele
fu l'esponente più autorevole di questo movimento, ma
non il solo: si suppone esistesse una vera e propria
scuola di discepoli jahvisti che collaboravano per il
rinnovamento religioso di Israele. Inoltre
in questo periodo nasce una nuova classe di guide
spirituali: gli esperti nella Legge. Costoro si
suddividevano in Mebhinim (intendenti) e in Sopherim
(scrittori o scribi); i primi avevano autorità di
decisione riguardo le norme controverse della Legge, i
secondi ne erano i trasmettitori ed i custodi. Più tardi
la figura dello scriba acquisterà sempre più potere e
prestigio. In quel tempo di ritorno alle tradizioni, si
provvide anche a salvare il patrimonio culturale della
nazione: furono tratti dall'oblìo antichi documenti
(legali e storici), che vennero riuniti in raccolte e
sottoposti a revisione. Queste operazioni (iniziatesi in
Babilonia nei circoli di scribi seguaci di Ezechiele) si
applicarono a tutti i nuovi documenti che si riteneva
costituissero il patrimonio morale della nazione; la più
imponente ed importante di queste operazioni culturali fu
la collezione sacra, o Canone della Bibbia.
Fonte:
Enciclopedia Alfatematica - Microforum - Peruzzo
Informatica
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