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L’Antico
Testamento - Analisi
TEORIA DELL’ISPIRAZIONE
La Bibbia è un libro a carattere decisamente popolare e su questo non
ebbero dubbi i Padri della Chiesa, come non ne hanno gli studiosi
moderni: essa costituisce la storia di un'esperienza religiosa
sviluppatasi attraverso secoli di vita e di evoluzione spirituale e in
questo senso da parte di alcuni studiosi si è totalmente abbandonata la
teoria di un libro ispirato dalla divinità, mentre altri, pur ammettendo
l'ispirazione divina come motivo centrale dell'opera, non la considerano
ugualmente presente in ogni singola espressione o frase del testo.
Per i cattolici invece questa teoria presenta molteplici aspetti: il
Concilio Vaticano II ebbe modo di affermare:
“Le verità divinamente rivelate, che nei libri della Sacra Scrittura
sono contenute ed espresse, furono scritte per ispirazione dello Spirito
Santo.
La Santa Madre Chiesa, per fede apostolica ritiene sacri e
canonici tutti interi i libri sia dell'Antico sia del Nuovo Testamento,
con tutte le loro parti, perché, scritti per ispirazione dello Spirito
Santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla
Chiesa…
Per la composizione dei libri Sacri, Dio scelse e si servì di uomini nel
possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo Egli in essi e
per loro mezzo, scrivessero, come veri autori, tutte e soltanto quelle
cose che Egli voleva fossero scritte…
Poiché, dunque, tutto ciò che gli autori ispirati asseriscono è da
ritenersi asserito dallo Spirito Santo, è da ritenersi anche, per
conseguenza, che i libri della Scrittura insegnano con certezza,
fedelmente e senza errore la verità che Dio volle fosse consegnata nelle
Sacre Lettere”.
Gli Autori
Notiamo che la citazione pone l'accento su due fatti in particolare e
cioè l'ispirazione divina delle Scritture e la loro compilazione
avvenuta per mano di un uomo guidato da Dio. Gli autori della Parola di
Dio quindi, per i cattolici sono contemporaneamente due, ben distinti
l'uno dall'altro: Dio e l'uomo.
É necessario sottolineare come Dio appaia l'autore principale
dell'opera, in quanto primo agente di essa, ma parimenti l'uomo non
rivesta una funzione puramente meccanica ed anzi operi nel pieno
possesso delle sue facoltà, quali l'intelligenza, la libertà e la
volontà ed è quindi in grado di conoscere la verità e di decidere di
porla per iscritto. Come ciò fosse avvenuto era stato già precisato in
vari documenti anteriori al Concilio Vaticano II ed in particolare il
problema era stato dibattuto nell'enciclica “Providentissimus Deus”, di
papa Leone XIII, da cui è tratto il seguente brano: “Dio eccitò e mosse
gli autori sacri a scrivere, e li assistè mentre scrivevano, in modo
tale che concepissero rettamente nella loro mente, avessero la volontà
di scrivere fedelmente e potessero debitamente esprimere con verità
tutto e solo quello che Egli voleva che fosse scritto”.
L'influenza divina
L'interpretazione cattolica della teoria dell'ispirazione nelle Sacre
Scritture, quindi, presuppone certamente Dio come autore, ma non
serventesi di inerti strumenti umani, bensì operante una sua influenza
su quelli che erano i singoli, personalissimi costumi e caratteri
spirituali e mentali dell'autore umano.
L'influenza divina sullo scrittore si sarebbe, infatti, esercitata in
tre momenti successivi comprendenti una scelta, che spinse gli antichi
autori ad usare le proprie facoltà al servizio della verità; prima
un'illuminazione, che aveva come scopo di chiarire il vero senza
possibilità di errore o tramite la rivelazione o con mezzi umani e
quindi un'influenza sulla volontà umana affinché vi fosse l'intenzione
di scrivere il vero fedelmente.
Poi un'assidua e continua assistenza di Dio, che venne in aiuto dello
scrittore nel compimento della sua opera, verificando inoltre che tutto
ciò che era scritto corrispondesse al suo volere. Infine un'azione anche
nel tempo, attraverso cui Dio sorvegliava che pure le Scritture giunte
sino a noi dai secoli passati avessero un contenuto realmente ispirato.
L'assoluta verità
Fondamentale conseguenza della duplicità di autore della Bibbia è la sua
inerranza, ovvero l'impossibilità delle Sacre Scritture di errare in
alcun modo o, in altre parole, l'assoluta verità di fede contenuta in
esse.
Per una valutazione corretta ed obiettiva della questione vanno però
tenute presenti anche alcune altre considerazioni: innanzitutto la
molteplicità di forme con cui si esprime la Bibbia, che vanno dalla
poesia alla storiografia alla legislazione e quindi non possono avere
tutte il medesimo valore, senza contare che spesso riesce assai
difficile comprendere le verità adombrate in esse; inoltre la Bibbia va
considerata essenzialmente come un'opera religiosa: religiosa dunque la
sua ispirazione e soprattutto religiose le sue verità, mentre tutto il
resto, come annotazioni geografiche ed astronomiche, passa in secondo
piano rispetto ai motivi appena accennati e non possiede un reale valore
scientifico; infine non si deve scordare l'enorme divario di secoli, di
costumi, di cultura, di esperienze e di mentalità che ci separa dagli
autori sacri e conseguentemente occorre aver sempre presenti queste
divergenze nella lettura e nell'interpretazione dei Testi Sacri.
La visione protestante
Fin qui la tradizione cattolica: i protestanti, invece, specie per
quanto riguarda la critica storica della Bibbia, tendono oggi piuttosto
a trascurare o addirittura negare l'ispirazione divina delle Scritture,
che pure avevano rivestito una parte importante nelle vicende dei primi
riformatori e riformati, tanto più che esclusivamente su di esse si
basavano le loro dottrine.
Oggigiorno comunque la Bibbia, sotto i colpi della corrosiva critica
razionalista protestante, per lo più demolitrice, ha perso molto della
considerazione in cui era tenuta, sicché spesso si guarda ad essa come
ad un qualsiasi altro documento antico, con valore unicamente storico,
non più teologico o morale.
COMPOSIZIONE
Canone e libri canonici.
Quali dei libri formanti la Bibbia debbono essere considerati realmente
validi ed ispirati da Dio, ai fini della costituzione di una norma
morale e religiosa, viene stabilito dal cosiddetto “Canone biblico”.
Canone deriva da un vocabolo greco, ma di probabile precedente origine
semitica: kanòn, che venne utilizzato dai grammatici alessandrini in
riferimento al numero di opere della classicità che per la loro
perfezione formale ed i loro contenuti erano degne di servire da modello
agli autori successivi. In seguito il termine servì ai Padri della
Chiesa per indicare i fondamenti più veri della religione e le regole
basilari della fede e della disciplina cristiane.
Nel IV secolo la parola venne quindi più estesamente riferita ai testi
regolatori ovvero “canonici” della Bibbia, definendo così quegli scritti
che stabilivano la normativa del comportamento cristiano e che furono
poi raccolti nel “Canone”, cioè l'elenco delle opere che stabilivano una
regola.
Questo significato fu accettato dalla Chiesa in molti dei suoi
documenti e fra l'altro anche nel Concilio di Trento, nel 1546, e in
quello Vaticano I del 1870.
Come già detto il Canone biblico fu fissato dal Concilio Tridentino in
settantatré libri: quarantasei per l'Antico Testamento e ventisette per
il Nuovo: la tradizione giudaica, più tardi ripresa dai movimenti
protestanti, non riconosceva che ventiquattro Libri Sacri realmente
ispirati ed anzi, sin dagli anni intorno alla nascita di Cristo, vi
erano due correnti all'interno di essa: la corrente rigorista che
ammetteva come sacri solo i testi originariamente scritti in ebraico e
quella ellenista, di mentalità più aperta e conciliante per i numerosi
contatti con il mondo pagano e greco, che invece riteneva validi anche i
testi scritti in greco, e cioè: “Tobia”, “Giuditta”, “Sapienza”,
Ecclesiastico, “Baruch” e i due libri dei “Maccabei”, oltre ad alcune
parti dei libri di “Ester” e “Daniele”.
Non siamo a conoscenza delle metodologie precise seguite dai rabbini
nello stabilire la lista dei Testi Sacri, ma da una citazione dello
storico ebreo Flavio Giuseppe ricaviamo che già all'epoca di Cristo
esisteva un elenco di libri formanti un canone, il cui numero era
comparato da alcuni a quello delle lettere dell'alfabeto ebraico, cioè
ventidue.
Non sappiamo con esattezza a quando risalga questo elenco, forse ai
tempi del regno di Giosia (639-609), comunque nel quinto secolo Esdra
aveva già stabilito una lista di libri sacri che erano oggetto di
pubblica lettura nelle sinagoghe. Sembra tuttavia che i cosiddetti
“Libri Profetici” siano stati un'aggiunta successiva, avvenuta
probabilmente sul finire del III secolo, mentre il libro dei “Salmi” fu
sicuramente fra i primi ad entrare nel canone ebraico, sia per la sua
grande autorità in materia religiosa sia per la consacrazione dovuta
all'uso liturgico.
Altre opere, gli “Scritti”, furono in seguito aggiunti dai sacerdoti e
dagli scribi, cosicché all'incirca nella seconda metà del II secolo la
raccolta delle Sacre Scritture dovette essere definitiva.
La tradizione ebraica riguardante i Libri Sacri fu in seguito, e non
senza controversie, accettata con diverse varianti dalla Chiesa
cristiana che si accingeva a stabilire la canonicità dei libri della
Bibbia. Sulla base comune di ritenere canonici e quindi validi i testi
citati da Cristo e dagli apostoli, si possono identificare due correnti
principali: la Chiesa orientale propendeva per accogliere esclusivamente
i libri consacrati dalla tradizione giudaica, mentre la Chiesa
occidentale era propensa a canonizzare anche i sette testi
precedentemente estromessi, che a partire dal XVI secolo vennero
definiti “deuterocanonici”, ovvero appartenenti ad un secondo canone, in
opposizione ai “protocanonici”: i protestanti definiscono poi “apocrifi”
i libri solitamente deuterocanonici, mentre nominano “pseudo-epigrafi”
quelli chiamati apocrifi dai cristiani.
Sembra che l'iscrizione dei testi deuterocanonici in seno al canone
biblico si debba all'opera di grandi Padri della Chiesa quali Girolamo e
Agostino.
I libri apocrifi
Apocrifi sono quei testi che sorsero per iniziativa di privati che
avevano come scopo di porre riparo a particolari situazioni contingenti,
le quali riguardavano fenomeni di natura religiosa o sociale, oppure
miravano a diffondere specifiche dottrine o ancora pensavano di meglio
delineare fatti e personaggi notevoli della Bibbia con arricchimenti per
lo più frutto di fantasia e con elaborazioni personali. Per tutti questi
motivi i libri apocrifi furono esclusi dal canone, in quanto non
ritenuti frutto di diretta ispirazione divina; ciò non sminuisce però la
loro importanza, sia storica sia letteraria, tanto che alcune parti di
essi, considerate pie e costruttive, furono persino utilizzate dalla
Chiesa come letture edificanti per i fedeli e perciò fatte stampare
assieme al testo della Bibbia latina “Vulgata”: è il caso della
“Orazione di Manasse Re di Giuda” e del “Terzo” e “Quarto Esdra”.
Gli Apocriti usarono spesso celarsi dietro il nome di grandi profeti o
patriarchi, quasi che essi ne fossero gli autori, od anche assumere toni
apocalittici, annunciando la salvezza e la liberazione dalle calamità
del momento.
Fra i principali scritti apocrifi vanno innanzitutto elencati quelli che
la Chiesa consente di allegare ai libri canonici, pur negando loro una
qualsiasi origine divina: nella Vulgata dopo l'“Apocalisse”, ultimo
libro canonico, si trovano aggiunti il “Terzo” e il “Quarto Libro di
Esdra” e la “Preghiera di Manasse”: il “Terzo Libro di Esdra” è
principalmente composto da frammenti dei primi due “Libri di Esdra e dei
“Paralipomeni”. Originali sono solo due parti del III e del IV capitolo.
Il “Quarto Libro di Esdra” ci é pervenuto in svariate edizioni tutte
derivate da un'originale greco, a sua volta probabilmente tratto
dall'ebraico, che é andato perduto: la versione latina, malgrado le
numerose interpolazioni cristiane, sembra sia ancora quella preferibile.
L'autore del libro, che per il suo contenuto è stato anche definito
l'“Apocalisse di Esdra”, fu un ebreo che scrisse all'incirca alla fine
del I secolo.
La “Orazione di Manasse”, ricca di accenti pietosi, fu molto
probabilmente composta in greco.
Importanti sono pure le “Odi di Salomone”, di origine cristiana, ed il
“Terzo” e “Quarto Libro dei Maccabei” che trattano, il primo, della
persecuzione e della liberazione del popolo ebraico ad Alessandria sotto
Tolomeo (217 a.C.), mentre il secondo é un trattato filosofico dedicato
agli Ebrei. A questi libri vanno aggiunti un “Salmo”, dove Davide
inneggia alla sua vittoria sul gigante Golia ed alla sua elezione a re e
diciotto “Salmi”, detti di Salomone, ma in realtà di un fariseo vissuto
all'incirca nel periodo 68-45 a.C., che scriveva in lingua greca ed era
acerrimo nemico di Sadducei ed Asmonei.
Pure di un certo rilievo é il “Libro di Enoch”, pervenutoci in due
differenti versioni, etiopica e slava, le cui parti più antiche
risalgono al 160 a.C. circa, mentre le altre furono sicuramente composte
nel corso del II secolo d.C. Apocrifi sono anche i cosiddetti “Libri
Sibillini”, redatti fra il II secolo a.C. ed il II secolo d.C., il cui
contenuto é prevalentemente di tipo profetico ed oracolare, e
l'Ascensione di Mosè, del I secolo a.C., contenente la storia del popolo
ebraico, dalle origini all'avvento di Cristo, conservatoci in versione
latina tratta da un originale greco.
Notevole é poi il “Libro dei Giubilei”, che, a detta di Girolamo, fu
scritto in ebraico ma fu trovato solamente in versione etiopica e, in
parte, tradotto in latino: esso risale probabilmente al I secolo a.C. e
contiene, sul succedersi cronologico dei Giubilei, che si tenevano ogni
quarantanove anni, le vicende del popolo eletto dalla creazione alla
Pasqua mosaica.
Il “Testamento dei Dodici Patriarchi”, scritto in ebraico all'incirca
nel II secolo d.C., narra la vita dei patriarchi ed i consigli che essi
rivolsero alla popolazione: il testo originale é purtroppo andato
perduto ma ce ne rimangono diverse versioni in lingua slava, greca ed
armena. Non posteriore al I secolo d.C. é il “Libro di Zadoc”, compilato
nell'ebraico dell'Antico Testamento ed indirizzato ad una comunità
giudaica residente a Damasco.
Stesura dell'Antico Testamento
I numerosi libri che contengono la Bibbia furono compilati in tre lingue
diverse: ebraico, aramaico e greco.
L'Antico Testamento fu scritto per la quasi totalità in ebraico, tranne
alcune parti dei libri di “Esdra”, di “Daniele” ed una breve glossa di
“Geremia” scritte e conservateci in aramaico. Furono originariamente
compilati in aramaico anche “Sapienza” ed il II “Maccabei”, che tuttavia
oggi conosciamo solo in versione greca.
Il Nuovo Testamento fu invece redatto interamente in greco, eccetto la
prima versione del “Vangelo di Matteo”, che fu compilata in aramaico, di
cui però ci è pervenuta solo la traduzione greca.
La trasmissione dei testi della Bibbia é però differente per il Vecchio
e per il Nuovo Testamento perché, pur essendo andati completamente
perduti i manoscritti originali degli autori (come é del resto per tutti
i testi dell'antichità), le copie successive, derivate da quelli e
giunte sino a noi, differiscono in ordine di tempo per i due Testamenti.
L'Antico Testamento fu iniziato frammentariamente a partire dal XI
secolo a.C. e la sua composizione proseguita per molto tempo, ma già dal
III secolo a.C. lo si può considerare completo, pure se non ancora
definitivamente ordinato e fissato nelle sue parti generali.
Il corpo letterario é costituito sia da varie tradizioni popolari, che
prendevano forma in epoche diverse tramite l'opera ispirata di religiosi
detti “profeti”, sia da testi e profezie attribuite a più autori, i cui
contorni però restano sconosciuti o sfumano nel leggendario.
FONTI E TRADUZIONI
Manoscritti originali ebraici.
Fino a pochi decenni fa si conoscevano solo pochissimi manoscritti del
testo ebraico che risalissero almeno al X secolo d.C.: non erano più di
due o tre e per di più decisamente recenti. Gli altri, all'incirca tre
migliaia di esemplari, di cui più di ottocento conservati nella
biblioteca parmense di G. De Rossi, erano posteriori e, molti,
recentissimi. Inoltre la maggior parte di essi non conteneva l'intera
Bibbia ma solo parti o frammenti, sicché si avevano testi assai lontani
dalle fonti originali, da dieci a più di venti secoli, e per lo più
frammentari. Tuttavia accuratissimi lavori di confronto e di critica
filologica avevano dimostrato che le diversità esistenti fra questi
manoscritti erano pochissime e le eventuali divergenze non alteravano
quasi mai la sostanza della narrazione ma tutt'al più l'aspetto formale.
La sostanziale univocità e concordanza dei testi era determinata
principalmente da due elementi: da un lato la cura attenta e minuziosa e
la certosina pazienza con cui gli scribi giudei, in epoca successiva a
Cristo, ricopiarono i Testi Sacri, e dall'altro il fatto che i
manoscritti superstiti dipendevano da un testo unico, stabilito con
valore ufficiale nel II secolo d.C.: la “Massora”.
“Massorah” in ebraico significa “tradizione”, e dopo che al sinodo di
Jamnia del 98 d.C. fu stabilito il canone biblico ebraico, si fissò una
versione ufficiale della Bibbia da parte di Rabbi Aquiba, morto nel 135
d.C.
Questa redazione ci é pervenuta attraverso il “Codice di
Leningrado” (un vero libro e non più dei rotoli) compilato fra l'895 ed
il 1008 d.C. con il testo completo ed ufficiale della Bibbia, detto
appunto “Massora”.
I Massoreti, cioè i “Testimoni della tradizione”, fra il VII ed il X
secolo aggiunsero al testo dei segni diacritici che indicavano la
pronuncia corretta dei vocaboli secondo la tradizione e fissavano pure
il testo definitivo mediante numerose e minute prescrizioni che avevano
lo scopo di trasmetterlo con la massima precisione possibile.
Manoscritti originali anteriori al I secolo d.C. non ne esistevano fino
al 1947. In quell'anno, infatti, in Giordania, ad una dozzina di
chilometri da Gerico, presso le rovine di Khirbet Qumran, furono
scoperti, in alcune grotte presso il Mar Morto, alcune anfore di argilla
contenenti rotoli di pelle avvolti nel lino e scritti a caratteri
ebraici. I manoscritti, in numero di sette, furono immediatamente
acquistati dall'Università ebraica (tre) e da un convento siriano
giacobita (quattro).
Gli scavi, subito iniziati sotto la direzione del Reverendo Padre di
Vaux, portarono al rinvenimento di nuovi importanti documenti che una
volta ritrovati furono pazientemente ricostruiti ed interpretati da
archeologi e studiosi; i manoscritti ritrovati dopo la prima scoperta
effettuata dal pastore Mohammed Ed-Dib, furono acquistati sia dallo
Stato di Israele sia da diverse Università.
La provenienza dei rotoli è
stata convenzionalmente indicata con la sigla IQ in riferimento alla
prima grotta, IIQ che designa la seconda grotta e così via: in tutto ben
undici grotte hanno fornito importanti documenti.
É ormai concordemente ammesso che i rotoli convenuti costituivano la
biblioteca di una comunità religiosa della rigida e severa setta degli
Esseni, la cui storia é simile a quella del movimento cristiano, che
risaliva all'incirca al I secolo d.C.: in particolare nei testi
rinvenuti si troverebbe narrata la vita di un “Maestro di giustizia” che
sarebbe stato martirizzato prima dell'occupazione di Gerusalemme da
parte delle truppe pompeiane, avvenuta nel 63 a.C. É questa la tesi
sostenuta dall'archeologo francese Dupont-Sommer, che è però stata
criticata da alcuni colleghi cattolici, i quali fanno risalire questi
scritti alla seconda metà del I secolo d.C. e precisamente ritengono che
siano stati nascosti prima della sanguinosissima guerra giudaica del 68
d.C.
I suddetti manoscritti, redatti sia in ebraico antico sia in aramaico,
si possono suddividere in due categorie principali: da una parte le
copie o i frammenti di libri biblici e dall'altra, in un numero assai
maggiore, gli ordinamenti di una comunità di asceti che di volta in
volta si trovano definiti come i “Convertiti”, i “Giusti” o gli “Eletti
di Dio”.
Per quanto riguarda le copie e i frammenti di libri biblici essi, pur
costituendo per noi i manoscritti più vicini agli originali, non
sembrando differenziarsi sostanzialmente dalle versioni che, diversi
secoli più tardi, costituiranno le fonti tradizionali del Pentateuco e
dell'A.T. (la “Massora”, la “Settanta” e la “Samaritana”). I più
importanti fra questi rotoli ci hanno conservato due libri completi di
“Isaia”, parte della “Genesi”, dell'“Esodo” e del “Deuteronomio” e di
molti altri libri dell'Antico Testamento, e costituiscono i più antichi
documenti su di esso in nostro possesso. Davvero notevole, fra i molti,
é un rotolo di 7,34 metri di lunghezza per trenta centimetri di
larghezza contenente il libro di “Isaia” e diversi altri frammenti che
risalgono al periodo precristiano, forse al I secolo a.C.
Ad altri documenti in lingua ebraica anteriori al X secolo appartengono
il cosiddetto “Papiro di Nash”, del II secolo a.C., su cui sono incisi i
Dieci Comandamenti dati da Dio a Mosé sulla Montagna Sacra, ed alcuni
frammenti del V secolo d.C. rinvenuti nella “genizah” del Cairo. “Genizah” era il luogo dove venivano riposti i manoscritti troppo
consunti per servire ancora all'usuale lettura che se ne faceva nelle
sinagoghe e che, essendo considerati sacri, non si aveva animo di
distruggere.
Anteriore al X secolo è pure il “Codice del Cairo”,
contenente i libri profetici.
Volendo invece rifarsi alle prime edizioni stampate in ebraico, esse
sono: la “Bibbia” di Felix Pratensis e quella di Jacob Ben Chayim
impresse nel 1524-1525 a Venezia: quest'ultima conteneva anche, oltre al
testo ebraico, un “targum”, ovvero una “traduzione” in aramaico e i
commentari più famosi.
Sin dai tempi anteriori a Cristo, i testi originali della Bibbia
cominciarono ad essere tradotti in varie lingue, ed anzi questo fenomeno
si manifestò ancor prima che fosse stato fissato ufficialmente il numero
dei libri sacri, per poter assicurare la comprensione del testo a tutti,
quando ormai le versioni originali erano poco o nulla comprese.
Quest'opera fu cominciata dalle stesse comunità giudaiche di Palestina,
ed anche da quelle viventi fuori di essa in seguito alla diaspora.
Successivamente si occuparono di ciò anche le prime comunità cristiane,
che pur avendo ricevuto i testi dal giudaismo, non ne comprendevano la
lingua. Queste antiche versioni della Bibbia sono oltremodo importanti
per diversi motivi, primo fra i quali la possibilità di un utilissimo
confronto per poter verificare il grado di conservazione del manoscritto
o del documento in nostra mano, e per effettuare eventuali integrazioni
o rettifiche.
Versioni aramaiche
Già prima della venuta di Cristo, i Giudei palestinesi avevano
abbandonato l'uso dell'ebraico nella vita privata, sostituendolo con
un'altra lingua semitica: l'aramaico. Fu quindi necessario tradurre la
Bibbia in questa lingua.
Queste traduzioni sono fra le più antiche che possediamo e, tra l'altro,
anche le più vicine linguisticamente parlando, al testo ebraico.
Nella pubblica lettura delle Sacre Scritture che avveniva nelle
sinagoghe si continuava ad usare, benché non fosse ormai più il
linguaggio corrente, l'ebraico antico: questo per rispetto alla Bibbia
che era considerata sacra, quantunque la lingua antica fosse compresa
via via sempre meno. L'ostacolo fu superato col far seguire alla lettura
di un breve passo biblico la sua traduzione in lingua aramaica ad opera
di un Turgeman, ossia di un “traduttore”, il cui discorso costituiva un
“targum”, ossia una “traduzione” del testo.
Queste traduzioni risultarono essere estremamente fedeli per i primi
cinque libri della Bibbia, cioè il “Pentateuco”, mentre per i successivi
divennero man mano assai più libere, anche perché al semplice testo si
usava aggiungere commenti, spiegazioni e parafrasi.
Per i primi tempi queste traduzioni vennero affidate esclusivamente alla
memoria e ad una pur fedele trasmissione orale, ma vennero col tempo
fissate per iscritto, tanto che, sorte poco prima della nascita del
cristianesimo, nel IV secolo ricevettero già una definitiva
sistemazione, sotto la cui veste sono giunte sino a noi.
Ci sono pervenute diverse traduzioni aramaiche, di valore differente, ma
in genere proporzionato all'antichità del manoscritto, fra le quali
spicca per il grande valore il “Targum di Onkelos” (forse un'alterazione
del nome greco di Aquila), che é il più letterale e risale circa al II
secolo, ma purtroppo riporta il solo “Pentateuco”.
Altro targum importante, sebbene offra una traduzione più libera e
parafrasata di quello precedente, è il “Targum di Jonathan”, che
contiene la classe del “Profeti”.
Vi sono ancora numerosi targum della classe degli “Agiografi” che, a
causa dell'origine tardiva e comunque non precedente al VI secolo e del
testo poco attendibile, non rivestono che un'assai scarsa importanza ai
fini di una attendibile critica testuale.
Versioni greche
Fra le versioni in lingua greca dell'Antico Testamento primeggia quella
cosiddetta dei “Settanta”, poiché secondo una leggenda già espressa
nella falsa lettera di Aristea, forse del II secolo a.C., e ripresa
successivamente da vari autori sia cristiani sia Giudei, sotto il regno
di Tolomeo II Filadelfo (283-246 a.C.) giunsero da Gerusalemme ad
Alessandria, per volere del sovrano, settantadue interpreti per
approntare una traduzione delle Sacre Scritture. In effetti questa
versione, antichissima fra quelle della Bibbia rimaste, pare fosse già
cominciata, almeno in parte, nel corso del III secolo a.C. per
permettere agli Ebrei residenti in Alessandria di capire la “Parola di
Dio”, del tutto incomprensibile nella lingua originaria per la maggior
parte di essi.
Essa fu sicuramente opera di diversi traduttori, come è facilmente
desumibile dagli svariati stili e toni rintracciabili nella narrazione.
Certamente la prima parte di cui si intraprese la traduzione in greco fu
il “Pentateuco”, fedele al testo ebraico e letterariamente curato anche
in greco, iniziato probabilmente poco dopo il 300 a.C. Per quanto
riguarda gli altri libri, tradotti fra il III ed il II secolo, é
possibile rilevare in essi più di una differenza stilistica e narrativa:
si va dai mediocri “Libri Profetici”, tra cui quello di “Daniele” é
tanto scadente che fu sostituito dalla Chiesa greca con la versione di
Teodozione, ai “Paralipomeni” o ai “Giudici”, fedelmente tradotti come
il “Pentateuco”, o all'“Ecclesiste” e al “Cantico”, la cui versione é
eccessivamente aderente all'ebraico, mentre troppo se ne discostano
“Giobbe” o i “Proverbi”.
La traduzione del “Settanta”, malgrado le suesposte lacune, godette di
una buona popolarità e diffusione presso i Giudei almeno in un primo
tempo, poiché in seguito, al contrario dei cristiani presso cui incontrò
e mantenne un costante favore, essi avanzarono non poche critiche che li
portarono ben presto ad una posizione di aperto contrasto con le
comunità cristiane. In seguito poi all'acuirsi delle divergenze fra le
due religioni e in vista anche di differenze qualitative e quantitative
che il testo dei “Settanta” presenterebbe nei confronti delle fonti
originali in ebraico, gli Ebrei finirono per ripudiarla definitivamente,
adottando in sua vece altre versioni greche, quali quelle di Teodozione,
di Simmaco o di Aquila, tutti e tre Giudei di lingua greca.
Le tre versioni citate hanno valore differente l'una dall'altra: per la
sua Teodozione utilizzò generalmente come testo base quello greco dei
“Settanta”, attentamente corretto però e riveduto secondo le fonti
originali in ebraico; Simmaco, invece, che si può forse considerare il
migliore dei tre, scrisse con stile chiaro e comprensibile ed anche
letterariamente curato, ma a volte indulse purtroppo a traduzioni troppo
libere o personali, mentre Aquila redasse la sua traduzione secondo
criteri opposti, risultando aderente fino all'eccesso al testo ebraico.
Altre versioni greche successive a quella dei “Settanta, giunteci però
solo in pochi e sparsi frammenti, sono quelle dette “Quinta” e “Sesta”
(e “Settima”), dalla posizione che occupavano nella monumentale Bibbia
di Origene di Alessandria. Il testo dei “Settanta” ebbe comunque
un'importanza notevole ed una funzione insostituibile nella trasmissione
delle Sacre Scritture nel mondo antico ed anche, come già detto, una
notevole diffusione: grazie a ciò ci é giunto attraverso un numero
considerevole di manoscritti, in totale più di millecinquecento, di cui
tuttavia una gran parte non riporta che i “Salmi”, mentre gli unciali
(testi compilati a caratteri maiuscoli), che contengono l'intera opera,
sono i medesimi del Nuovo Testamento.
La grande diffusione di un testo però, se aumenta notevolmente le
probabilità che esso si conservi in numerose copie e quindi ci giunga
attraverso i secoli in più edizioni, é anche a volte causa di eventuali
errori, più o meno volontari, nella trascrizione, se non addirittura di
correzioni ed aggiunte personali effettuate dai privati con scopo
esplicativo o esortativo: é questo purtroppo il caso della traduzione
dei “Settanta”, che già dal II secolo d.C. offriva parecchie divergenze,
e spesso non solo formali, a seconda dell'edizione, e tutto ciò proprio
quando sorgevano più accese ed aspre le controversie sulla sua maggiore
o minore aderenza al testo ebraico e venivano redatte altre versioni
greche delle Sacre Scritture.
Nel tentativo di porre finalmente termine a queste dispute, un teologo e
filosofo di Alessandria, Origene (185-254?), mise mano alla sua maggiore
opera filologica, una delle più imponenti dell'antichità, la Bibbia
detta “Esapla” o “Sestupla”, costituita da un'ampia sinossi dell'Antico
Testamento, ordinata in un prospetto di sei colonne, da cui deriva il
nome. Nella prima colonna egli forniva il testo ebraico in caratteri
ebraici: nella seconda la trascrizione di esso in caratteri greci; nella
terza la versione di Aquila, considerata la più fedele al testo ebraico;
nella quarta riga il testo di Simmaco; nella quinta la versione dei
“Settanta” ed infine nella sesta trascrisse la versione di Teodozione.
Quando vi erano altre versioni greche, come ad esempio per i “Salmi”,
esse erano aggiunte in un'apposita settima od ottava colonna, dalle
quali l'opera attinse anche il nome di “Ettapla” od “Ottapla”.
Dalla versione “Esapla si estrasse col tempo una redazione ridotta, la
“Tetrapla” o “Quadruplice”, che ignorando le prime due colonne,
inutilizzabili ormai per la maggior parte dei cristiani, si serviva
invece delle rimanenti quattro. Scopo di quest'opera monumentale,
composta da circa seimilacinquecento pagine suddivise in colonne sulle
quali non trovavano posto più di due o tre parole per volta, il tutto
riunito in non meno di una cinquantina di volumi, era quello di fornire
un'edizione realmente critica della versione dei “Settanta” e di
ricondurla alla primitiva purezza mediante immediati raffronti, a colpo
d'occhio, con le opere parallele di maggior rilievo.
Per questo motivo egli segnalò le eventuali divergenze fra il testo dei
“Settanta” e quello originale con due segnature speciali: un obelo (U)
indicava i passi che mancavano nel testo ebraico ed erano presenti in
quello greco, mentre un asterisco (*) segnalava i brani del testo
ebraico che non si riscontravano nella versione greca.
L'immane fatica del dotto alessandrino fu custodita nella biblioteca di
Cesarea in Palestina, e dopo la conquista araba del VII secolo se ne
perse ogni traccia: il danno fu pressoché irreparabile, quantunque ci
siano pervenuti frammenti, in quanto l'opera non era mai stata ricopiata
integralmente. La sua importanza resta tuttavia notevole, poiché fu
consultata da moltissimi dotti dell'epoca, tra cui Girolamo, autore
della versione latina “Vulgata”, testo ufficiale della Chiesa cattolica.
Prima della scomparsa erano state effettuate copie di alcuni libri,
specie i “Salmi”, su ogni colonna, e inoltre di tutta la Bibbia sulla
sola quinta colonna, quella che riportava il testo dei “Settanta”, ma
dato che in genere furono omesse le indicazioni filologiche di Origene,
non si fece che aumentare le incertezze e le contraddizioni del testo.
Già dal IV secolo si tentò di emendare tali pecche dalla versione dei
“Settanta” con diverse recensioni critiche, fra le quali una attribuita
ad Esichio di Alessandria (311?), di cui non si sa quasi nulla, ed
un'altra attribuita a Luciano d'Antiochia (312) anch'esso martire, ma
probabilmente anteriore a lui: questa versione predominò in Siria ed in
Asia Minore.
Le già notevoli divergenze aumentarono nei secoli successivi, a causa
dell'apparizione di nuove recensioni, ma fortunatamente a partire dal
III e dal IV secolo abbiamo la fedele documentazione di papiri e di
codici unciali, sui quali odiernamente si ricostruiscono le edizioni
critiche.
Tuttavia, a prescindere dalla singola vicenda della versione dei
“Settanta”, pure di notevole importanza per il fatto che da essa e non
dagli originali testi ebraici furono estratte le successive versioni
della Bibbia, la “Esapla” riveste un duplice, fondamentale significato
negli studi biblici: come testimonianza dell'acume critico e della
diligenza con cui procedette nella sua opera Origene, avendo sempre
presente lo scopo filologico del suo lavoro e senza abbandonarsi
all'interpretazione allegorica degli scritti (quantunque fosse maestro e
caposcuola di un circolo con appunto queste direttive) e come
attestazione dell'ormai viva e sentita esigenza della Chiesa dei primi
secoli di un testo puro ed emendato, di reale valore, su cui poggiare la
propria fede e la propria autorità, al di là delle molte interpolazioni
posteriori dovute a privati o, soprattutto, a sette gnostiche.
Versioni in altre lingue antiche
L'Antico Testamento fu tradotto in lingua siriaca (varietà dell'aramaico
parlato ad Edessa, oggi Urfa, in Turchia, ancora oggi lingua liturgica
della chiesa cristiana di rito siriaco) in una versione detta la
“Peshitta”, ovvero la “Semplice”, di grande valore critico ed estetico.
Le prime traduzioni riguardarono sicuramente i libri cosiddetti
“Protocanonici”, mentre i deuterocanonici ed altri furono aggiunti solo
più tardi, tratti dalla versione greca dei “Settanta”.
Altre versioni in siriaco sono la “Filosseniana”, che fu redatta su
commissione di Filosseno nel VII secolo: anch'essa trae la sua origine
dalla suddetta versione greca, ma non ce ne rimangono che frammenti.
Un'altra versione siriaca, la “Siroesaplare”, denominata così in quanto
tradotta dal greco in siriaco sulla scorta della “Esapla” di Origene,
risale come la precedente al VII secolo: ci rimangono altre versioni in
questa lingua, ma la loro importanza ed anche il loro valore sono
decisamente inferiori a quello delle opere sopraccennate.
Ci sono pervenute, più o meno complete e ben conservate ma spesso
ridotte a poco più che scarsi frammenti, numerose altre edizioni della
Bibbia in diverse lingue: una delle più importanti, da un punto di vista
linguistico oltre che religioso, é la “Bibbia di Ulfila”. Ulfila, che è
forma greca del nome gotico Wulfila, fu vescovo ariano dei Goti
stanziati nel bacino del Basso Danubio e visse fra il 311 ed il 383;
portò a termine i propri studi e la propria formazione religiosa a
Costantinopoli, ove fu consacrato vescovo.
Della sua traduzione delle Sacre Scritture ci sono pervenuti diversi
manoscritti, probabilmente redatti durante il dominio ostrogoto, che
durò dal 189 al 555, e tutti provenienti dall'Italia: il più importante
è indubbiamente il policromo Codex Argenteus di Upsala, di quasi 200
pagine, ritrovato a Werden e depositato a Praga da dove fu asportato
dagli Svedesi che nel XVII secolo lo offrirono alla regina Cristina di
Svezia.
Ci rimangono anche altri frammenti, contenuti nel Codex
Carolinus e proprietà di varie biblioteche ed Università, ma di minor
importanza.
Da questi manoscritti é possibile ricavare parecchio materiale del Nuovo
Testamento e delle “Lettere” di S.Paolo, oltre a brevi brani dell'Antico
Testamento.
Per ciò che riguarda il problema del linguaggio la “Bibbia di Ulfila” fu
sicuramente tradotta dal greco dei manoscritti allora usati a
Costantinopoli, che contenevano però numerose interpolazioni latine, in
una forma gotica che si arricchiva spesso di grecismi o, appunto, di
latinismi. Tuttavia si é ancora lontani dalla soluzione dei molti
interrogativi che ancora permangono sul testo e sulle modalità di
traduzione di esso, ove si consideri che Ulfila fu costretto a fissare
in gotico forme ed argomenti del tutto estranei a quel linguaggio e a
quella mentalità, ed anzi ideò egli stesso i caratteri di cui servirsi,
basandosi principalmente su quelli greci ma utilizzando ugualmente
latinismi o caratteri runici.
Il gotico di Ulfila, poi, benché non rappresenti la totalità delle
parlate teutoniche del tempo, é la più antica lingua germanica a noi
nota di cui si possiedano documenti scritti, e per questo motivo immensa
é la sua importanza negli studi degli antichi idiomi germanici;
fondamentale é inoltre il suo ausilio nel tentativo di comprendere la
mentalità di quelle antiche popolazioni, grazie anche alla grande
abilità del vescovo nel rendere il testo originario greco nella rozza
prosa gotica.
Antiche edizioni della Bibbia sono pure la “Copta”, del III secolo,
compilata per i cristiani d'Egitto in quattro forme dialettali diverse
per l'Egitto meridionale, centrale o settentrionale: il sahidico, il
bohairico, il faiumico e l'akhminico: dai frammenti rimastici é
probabile che solo le versioni compilate nei primi due dialetti e tratte
dai “Settanta” si estendessero a tutta la Bibbia.
Del V e VI secolo é l'“Etiopica”, anch'essa tratta dalla versione dei
“Settanta”, come pure l'“Armena” e la “Georgiana”, successive a questa.
Assai numerose anche le versioni arabe, anche se tratte da fonti e testi
differenti fra loro, e comunque non anteriori all'VIII secolo, mentre
del IX secolo é la traduzione della Bibbia in slavo antico.
Versioni latine
Le versioni latine della Bibbia rivestono una particolare importanza
all'interno del cristianesimo e della storia della Chiesa Romana e
vengono suddivise in due parti a seconda che siano state composte
anteriormente o successivamente all'edizione “Vulgata” di Girolamo.
Le primissime edizioni latine della Bibbia risalgono al II secolo, ma
non conosciamo con esattezza il loro numero e la loro origine, anche se
probabilmente la maggior parte proveniva dall'Africa Romana. La loro
quantità aumentò notevolmente col passare del tempo, e con essa
aumentarono gli inevitabili errori e divergenze dovuti sia alla
apparizione di nuove traduzioni parziali sia ai continui interventi
sull'unica traduzione originale, tanto che gli stessi Padri della
Chiesa, come Agostino, ebbero a lamentare che quasi ognuno che
conoscesse greco e latino, intraprendeva una nuova traduzione dei Libri
Sacri.
Lo stesso Agostino, tuttavia, indicava come preferibile alle altre una
versione detta “Itala” una fra le prime traduzioni sistematiche della
Bibbia dal greco in latino, opera di numerosi autori anonimi a cavallo
fra il II ed il III secolo.
A parere di molti esperti questa versione sarebbe stata molto usata in
Italia, ed in particolare a Milano, mentre altri ritengono che il nome
“Itala” rivesta un altro significato o addirittura sia un errore di
copiatura. Con questo nome comunque si distingue la versione “europea”
da quella adottata nell'Africa cristiana, differente dalla prima
soprattutto nella versione data dai vocaboli greci, che nella “Itala” é
più conforme alla mentalità latina. Sia la “Itala” sia la “Afra”
appartengono tuttavia alla cosiddetta “Vetus Latina”, ovvero ad una
serie di versioni latine della Bibbia precedenti la “Vulgata”, di cui
probabilmente si servì lo stesso Girolamo per la sua riedizione.
Prima di Girolamo la traduzione era effettuata dal testo dei “Settanta”
per l'Antico Testamento e dai testi originali per il Nuovo Testamento:
fedele ed anzi quasi pedissequa, essa é composta nel latino della
decadenza e tende quindi spesso a latinizzare vocaboli greci: per quanto
poi, come é rilevato dai differenti stili della narrazione, quest'opera
risulti dalla fatica di svariati autori, é tuttavia raccomandabile per
l'aderenza ai testi antichi.
Di essa ci rimangono ampie parti, perché furono riprodotte per intero da
Girolamo nella sua “Vulgata”: in particolare ci restano la parte
deuterocanonica dell'Antico Testamento, salvo “Tobia” e “Giuditta”, i
“Salmi” ed il Nuovo Testamento, anche se queste due ultime parti dopo i
ritocchi di Girolamo. Altri frammenti e soprattutto citazioni posteriori
ci ricompensano in parte dei brani mancanti, benché il loro numero non
sia grande.
Sul finire del IV secolo si manifestò da parte di molti la sentita
necessità di una radicale revisione dell'antica versione latina “Vetus
Latina”, che per i molteplici errori di copiatura, per la condizione
deplorevole e spesso trascurata dei codici ed anche per le numerosissime
singole versioni si trovava in stato di grande incertezza e confusione.
All'imponente opera di emendamento si accinse San Girolamo (347-420),
studioso esperto e ben preparato, che univa alla vasta ed approfondita
erudizione generale un'ottima conoscenza del greco e del latino e, più
tardi, anche dell'ebraico e dell'aramaico.
Dapprima Girolamo compì molti interventi di correzione sulla “Vetus
Latina”, e nella revisione del 383 dei quattro Vangeli si limitò a pochi
ritocchi formali. Non si è del tutto sicuri, anche se ammesso dalla
quasi totalità degli studiosi, che in quell'anno stesso o al massimo
nell'anno successivo, nel 384, egli rivide, anche se in modo più
affrettato, il resto del Nuovo Testamento, insieme agli “Atti degli
Apostoli”, alle “Epistole” e alla “Apocalisse”.
Riprese comunque
sicuramente, confrontandolo col greco dei “Settanta”, il libro del
“Salmi”.
Recatosi in Oriente, Girolamo ebbe modo di conoscervi la Bibbia
“Esaplare” di Origene, e sulla base di questo testo mise mano alla
versione latina di altri libri, quali “Giobbe”, i “Proverbi”,
l'“Ecclesiaste”, i “Paralipomeni” ed il “Cantico dei Cantici”, che però,
tranne che per i “Salmi” ed il libro di “Giobbe”, non ci è pervenuta.
Pare che Girolamo limitasse la propria revisione a pochi libri, avendo
già in mente l'arduo progetto della traduzione dell'Antico Testamento
direttamente dagli originali ebraici, disegno che, concepito intorno al
390, lo porterà al compimento dell'edizione della Bibbia detta
“Vulgata”.
Egli cominciò l'immane lavoro con i libri di “Samuele”, e dei “Re”,
passò quindi ai “Salmi”, ai “Profeti”, a “Giobbe” (392-393); poi ad
“Esdra” e alle “Cronache” (394-396).
Dopo due anni di interruzione
dovuti ad una lunga malattia, nel 398 riprese con la traduzione del
“Proverbi”, continuando con l'“Ecclesiaste” ed il “Cantico dei Cantici”.
Sembra che all'incirca nel 401 traducesse il “Pentateuco”, mentre al 405
risalgono “Giosuè”, i “Giudici”, “Ruth”, “Esther”.
Dal caldaico tradusse in latino le aggiunte deuterocanoniche di
“Daniele”, poi “Tobia” ed infine “Giuditta”. Operò una rigida cernita,
tralasciando perché considerati non canonici o dubbiosi “Sapienza”,
“Ecclesiastico”, “Baruch” con la “Lettera di Geremia, i due libri dei
“Maccabei” ed il “Terzo” e il “Quarto Esdra”: questi libri furono
introdotti da Girolamo nella “Vulgata” dalla versione “Vetus Latina”.
Permangono altre incertezze nei confronti delle aggiunte
deuterocanoniche al libro di “Esther:” probabilmente quello in nostro
possesso é un rifacimento di Girolamo stesso sul testo di Origene. La
“Vulgata”, infine, così come ci é pervenuta risulta essere composta da
quattro parti:
a) libri su cui Girolamo non operò alcuna modifica ma furono tratti di
peso dalla “Vetus Latina”:
b) libri rivisti da Girolamo sul testo della “Vetus Latina”:
c) libri rifatti sul testo esaplare di Origene;
d) libri tradotti da lui personalmente dall'ebraico, che sono la grande
maggioranza, rappresentando circa i tre quarti dell'intera opera.
Questa versione latina fu indicata come “Vulgata” ovvero “Comune” per la
prima volta da Ruggero Bacone (1214-1294), termine questo che fu poi
ripreso da Erasmo da Rotterdam e definitivamente fissato nel 1546 dal
Concilio di Trento. Precedentemente la definizione “Vulgata” era stata
attribuita dallo stesso Girolamo alla versione dei “Settanta” o alla
“Vetus Latina”, ed era traduzione del greco “koinè”.
La “Vulgata” supera di larga misura tutte le versioni precedenti per la
correttezza e la dichiarazione del latino e per la fedeltà al testo
originale, benché lo stesso Girolamo ci dica di non aver tradotto ogni
parola secondo il significato letterale, ma di aver badato maggiormente
al senso compiuto che la frase esprimeva.
L'opera ebbe, come già ricordato, una grandissima importanza all'interno
del cristianesimo occidentale, giacché le antiche versioni volgari della
Bibbia furono tutte tratte da essa che, ancor oggi, è il testo ufficiale
della Chiesa cattolica. Ciononostante essa non fu subito favorevolmente
accolta e non incontrò immediatamente una incondizionata approvazione,
anche per il differente valore delle parti che la costituiscono: mentre,
infatti, in alcune parti della Bibbia sono evidenti gli sforzi di
aderenza al testo ebraico ed una certa accuratezza formale, altre furono
tradotte assai frettolosamente: pare che i “Proverbi”, l'“Ecclesiaste”
ed il “Cantico dei Cantici” fossero tradotti in soli tre giorni.
Altre pecche sono riscontrabili nell'inesatta interpretazione di alcune
espressioni ebraiche o anche nel seguire opinioni e credenze giudaiche o
cristiane che, pur correnti al tempo, si rivelarono poi infondate:
presente a volte anche qualche carenza di critica nel testo, in quanto,
pur essendo esatta la traduzione dell'ebraico, questo era mal conservato
nel codice. Sicuramente i libri che risultano meglio tradotti sono
quelli storici, se si escludono “Tobia”, tradotto in un sol giorno e
“Giuditta”, tradotta invece in una sola notte.
Lo stesso Agostino ebbe da ridire, in modo particolare sulla traduzione
dall'ebraico, pure se negli ultimi tempi attenuò un poco le sue
posizioni. Le principali preoccupazioni di Agostino erano dovute al
timore che la nuova versione sminuisse e finisse per soppiantare in un
secondo tempo la “Settanta” e la “Vetus Latina”, che fino allora avevano
fatto testo ed erano state consacrate da una tradizione di secoli. In
effetti la nuova traduzione per più di tre secoli dovette contendere il
terreno alla “Vetus Latina”, anche se la sua diffusione avvenne con
rapidità differente a seconda delle zone: mentre, infatti, in Gallia si
affermò assai presto, come del resto in Spagna ed in Irlanda, incontrò
molti ostacoli e molta ostilità da parte della Chiesa Romana, tanto che
ancora Gregorio Magno (535-604) la utilizzava unitamente alla “Vetus
Latina”.
Già dai secoli VII ed VIII tuttavia, essa andò sempre più affermandosi e
acquistando buona fama, così da finire per diventare la versione
preferita e soppiantare quindi definitivamente le precedenti traduzioni,
sia greche sia latine.
Purtroppo nel corso dei secoli la “Vulgata” subì un processo di
contaminazione simile a quello subìto dalla maggior parte delle antiche
versioni della Bibbia, dovuto ai soliti errori dei copisti o anche, più
spesso, al desiderio dei singoli lettori di apportare correzioni e
migliorie, ovvero di ritoccare il testo geronimiano: il pericolo,
infatti, già prospettato da Agostino si era realizzato in modo quanto
mai concreto.
Sorsero ed ebbero rapida e larga diffusione numerosissime recensioni
dell'opera di Girolamo, con lo scopo di emendare il testo e di
riportarlo alla primitiva purezza privandolo delle interpolazioni
successive, specie per quanto riguardava il libro dei “Re”, dei
“Proverbi” e i quattro Vangeli. Fra i codici più pregevoli per critica
testuale e valore intrinseco si ricordano quello “Amiatino”,
comprendente tutta la Bibbia e risalente circa alla fine del VII secolo,
e quello “Fuldense”, limitato al Nuovo Testamento ma anteriore a quello
precedente: risale infatti alla metà del VI secolo.
Successivamente alla situazione prospettata, vi fu il tentativo da parte
di vari dotti di purificare, per quanto possibile con recensioni
critiche particolari, il testo geronimiano: é il caso, ad esempio, della
recensione di Teodulfo, che fu condotta su codici spagnoli ed ebbe una
diffusione piuttosto limitata; al contrario molto diffusa fu la quasi
contemporanea ed ottima edizione critica di Alcuino, che, ordinata da
Carlo Magno, fu portata a compimento nell'anno 801.
Una certa fama godette anche una recensione approntata dall'Università
di Parigi, ad uso degli studenti che vi affluivano numerosi da tutta
Europa, ma tutto sommato il suo valore é assai scarso. Col passare degli
anni tuttavia, malgrado i suddetti tentativi da parte degli studiosi, il
testo andò di copia in copia deteriorandosi sempre più nella sua
trasmissione, sicché la situazione generale subì un reale aggravamento
quando, in concomitanza col nascere di nuovi fermenti classicistici e la
riscoperta del latino e del greco dovuta all'Umanesimo, comparvero
edizioni integralmente nuove o rifacimenti o, ancora, parziali
correzioni. Sorsero, infatti, ovunque centinaia di edizioni, più o meno
curate e critiche, ma tutte ugualmente lontane dallo stabilire il vero
testo originale della “Vulgata”, cosicché, con la Riforma protestante,
quantunque la Bibbia fosse stato il primo grande libro stampato dal
Gutenberg, la “Vulgata” venne definitivamente ripudiata ed i Riformati
ebbero la loro celeberrima versione della Bibbia nella famosa “Bibbia di
Lutero”.
Per i cattolici, invece, la “Vulgata” assume un valore particolare: dopo
la Riforma, infatti, con l'approfondirsi degli studi filologici,
polemiche e critiche inasprirono; la situazione era tale da costringere
il Concilio di Trento a dire una parola definitiva in materia, almeno
per quanto riguarda i cattolici, con l'affermazione seguente, dell'8
aprile 1546: “... considerando che potrebbe risultare utilità non scarsa
alla Chiesa di Dio, se fosse noto quale, fra tutte le edizioni latine
dei Libri sacri che vanno in giro, si debba ritenere per autentica:
stabilisce e dichiara che questa stessa antica e vulgata edizione, la
quale è stata approvata nella stessa Chiesa per lungo uso di tanti
secoli, si abbia per autentica nelle pubbliche lezioni, dispute,
predicazioni ed esposizioni, e nessuno per qualsiasi pretesto ardisca o
presuma rigettarla”. Il decreto continua stabilendo che tutte le
edizioni delle Sacre Scritture e in particolare proprio quella “antica e
vulgata edizione” siano stampate “nella maniera più emendata possibile”.
É da notare, comunque, che il decreto non prende in considerazione le
edizioni non in latino della Bibbia e meno che meno i testi originali ed
il loro valore critico, ma si riferisce esclusivamente alla “Vulgata” ed
alle altre edizioni latine.
Queste ultime però, vengono nel complesso valutate piuttosto
negativamente dal Concilio, o perlomeno poste su un piano nettamente
inferiore alla “Vulgata”, ove si consideri che solo ad essa é attribuito
l'epiteto di “autentica” che, desunto dall'antico lessico dei giuristi
romani, ne conserva il valore: “autentica” sta cioè ad indicare una
opera di estrema autorità e il cui peso è determinante in ogni giudizio,
grazie alla fama ed al credito di cui gode, e che pertanto non potrà
essere svalutata, ignorata o peggio ancora rigettata da nessuno, e
nessuno potrà più riaprire la questione della sua autenticità: la
“Vulgata” viene così ad assumere queste prerogative per quanto riguarda
la Chiesa cattolica e la rivelazione cristiana.
I teologi sono oggi concordi nell'affermare il valore “disciplinare” e
non “dogmatico” del decreto conciliare, che può quindi essere revocato,
prescrivendo esso una norma da seguire nella pratica e non questioni di
fede.
Ciononostante all'interno del decreto si presuppone comunque un fatto
dogmatico, ovvero l'aderenza del testo geronimiano a quello biblico,
poiché se venisse a mancare tale presupposto la “Vulgata” perderebbe
ogni valore come testo sacro.
Si è pure concordi, da parte della maggioranza degli studiosi, nel
convenire che é sufficiente una concordanza di significato cogli
originali, pure se l'aderenza del testo non è assoluta: la Vulgata”
viene quindi considerata valida su qualsiasi argomento di fede o morale,
e se per i cattolici non è possibile prescindere da essa su tali
questioni, è comunque sempre auspicabile il ritorno ai testi originali,
coll'intento di apportarvi eventuali migliorie testuali od eventuali
correzioni ed integrazioni. E ciò a maggior ragione se si considera che
il decreto conciliare si riferiva al testo reale della Vulgata”, senza
alcuna interpolazione successiva, cosa che al tempo del Concilio era
praticamente impossibile ottenere, considerato che la situazione di
incertezza, poc'anzi prospettata, era giunta al suo culmine.
Il Concilio stesso si era reso conto della necessità di un'edizione
emendata dell'opera geronimiana, ed aveva affidato il compito di
revisione alla Sede Romana, con la speranza che essa potesse terminare
il lavoro prima della chiusura del Concilio e quindi il testo potesse
essere ufficialmente approvato durante i lavori conciliari.
L'arduo compito, iniziatosi nel 1546 con Paolo III si dimostrò ben
presto assai più lungo del previsto, protraendosi per molti anni e
trovando infine la sua conclusione nel 1592 con Clemente VIII, assai
dopo la chiusura del Concilio.
All'opera di revisione della “Vulgata” parteciparono coll'ausilio dei
codici più autorevoli molti noti studiosi, quali il Morone o Flaminio
Nobili, mentre edizioni critiche diverse apparivano anche da parte di
privati, come quella di Lovanio.
Nel 1590 la nuova redazione, che era stata approntata da più commissioni
successive di dotti, fu pubblicata con le numerose aggiunte apportatevi
dal papa Sisto V, e costituì l'edizione detta “Sistina”. Alla morte del
pontefice, avvenuta nell'agosto dello stesso anno, si tentò nei limiti
del possibile di porre rimedio ai numerosi ritocchi che egli aveva
apportato alla “Sistina” anche dopo che l'opera era passata dalle
stamperie vaticane, ritirando e distruggendo le copie che erano già
state distribuite ed era stato possibile rintracciare e
contemporaneamente dando inizio col nuovo pontefice Clemente VIII ad una
nuova serie di lavori che due anni più tardi porterà ad un'edizione
definitiva, detta versione “Clementina”.
Per quanto, come ammesso nella stessa prefazione all'opera, essa fosse
suscettibile di numerosi miglioramenti (cosa che del resto era stata
subito rilevata dagli studiosi) rimase il testo ufficiale della Chiesa
Romana e solamente nel nostro secolo, e precisamente nel 1907, la Santa
Sede, accogliendo le istanze che giungevano da varie parti, decise di
rimettere mano all'edizione “Clementina”.
Il lavoro fu intrapreso da due Padri Barnabiti italiani, l'Ungarelli ed
il Vercellone, ed intitolato: “Variae lectiones Vulgatae bibliorum
editionis”; esso fu purtroppo interrotto dopo il libro dei “Re” per la
morte del Vercellone, e quindi ripreso dalla Santa Sede che affidò
l'incarico di portare a termine l'opera iniziata all'Ordine Benedettino,
che ha già curato la pubblicazione dei primi libri della Bibbia.
Versioni italiane
Di traduzioni delle Sacre Scritture in italiano si ha notizia fin dal
XIII secolo, ma non si tratta mai di opere intere bensì di singoli brani
e spezzoni e comunque di indole così libera e personale da risultare più
spesso parafrasi o interpretazioni piuttosto che vere e proprie
traduzioni, il che indica anche l'appagamento e la soddisfazione che il
popolino ricavava dalla lettura dei Sacri Testi, che anzi divenivano
spesso, specie per quanto riguarda il libro dei “Salmi”, che la gente
conosceva a memoria, oggetto di canzoni sacre od omelie.
Sulla base di questi saggi nel XV secolo furono pubblicate a Venezia le
due prime Bibbie in volgare (1471) ad opera di Nicolò Malermi e di
Nicola Jenson, lavori che ebbero ampia diffusione in Veneto fra la gente
comune.
Contro le versioni in volgare troppo libere e personali si scagliò
l'autorità ecclesiastica di Roma, spinta dal pericolo della Riforma a
restringere assai e a limitare la diffusione e soprattutto la
compilazione delle versioni in volgare, coercizioni che, prima rigide,
anche se sembra scarsamente applicate, si vennero col tempo via via
mitigando.
Varie traduzioni della Bibbia in italiano si diffusero subito dopo il XV
secolo, e fra le più note vi sono quella protestante di Giovanni Martini
e quella cattolica di Diodati.
La prima, che fu interdetta ai cattolici, fu redatta sui testi
originali, sia ebraici che greci, e venne stampata nel 1604 a Ginevra;
costituisce il testo ufficiale dei protestanti italiani. La seconda é
invece la diffusissima traduzione dell'arcivescovo di Firenze, che
cominciò ad essere stampata a Torino nel 1769 ed uscì quindi per intero
in vari tomi successivi a Napoli ed a Firenze, fino all'edizione
definitiva che dal 1782 si protrasse fino al 1792, con ampie
introduzioni e numerose note esplicative.
Numerose traduzioni anche dai testi originali ebraici apparvero poi nel
XIX secolo e in quello attuale, grazie anche al rifiorire degli studi
biblici e filologici nel nostro paese.
Versioni in lingue moderne
Famosissima e giustamente considerata la regina delle edizioni
protestanti della Bibbia è la “Bibbia di Lutero” (1487-1546), con la
quale il riformatore volle finalmente dare al proprio popolo una
versione delle Sacre Scritture in ottimo tedesco e aderente alla sua
mentalità.
La “Bibbia di Lutero” non fu tuttavia l'unica o la prima versione in
lingua tedesca dei Libri Sacri, in quanto erano già state redatte in
precedenza ben quattordici versioni in alto tedesco e tre in basso
tedesco, la più antica delle quali, opera del Mentel, risaliva al 1466,
mentre la più recente venne pubblicata ad Halberstadt nel 1522.
Espressione di un'Europa permeata di spirito umanistico, Lutero non
poteva non risentire nella lunga e tormentata compilazione del suo
capolavoro, delle nuove, pressanti istanze dell'Umanesimo e della
Riforma.
I nuovi fermenti spirituali ed intellettuali furono da Lutero
tradotti in due principi che saldamente fungeranno da guida a tutta la
sua opera: essi sono innanzitutto l'esigenza di risalire alle fonti
originali, ebraiche e greche, nel tentativo di ripristinare il più
esattamente possibile il testo antico, estrapolando le purtroppo
numerose aggiunte e variazioni successive, le quali spesso non si
limitavano a ritocchi formali; quindi la necessità molto avvertita di
una stretta aderenza del libro alla mentalità del popolo al quale é
destinata: infatti, ferme restando l'esattezza e la correttezza della
traduzione, é tuttavia necessario adattarne lo stile e i contenuti alle
tradizioni di coloro ai quali l'opera è destinata.
Questi due nuovi ed originali elementi costitutivi saranno la fortuna
della Bibbia luterana e ne aiuteranno notevolmente la diffusione, che fu
in breve tempo notevole.
Tratta dunque dai testi ebraici e greci che già Erasmo da Rotterdam
aveva rivisto nel 1516, essa è tradotta in un linguaggio nato dalla
fusione dei numerosi dialetti tedeschi del tempo, armoniosamente
contemperati in una nuova lingua: il tedesco, appunto. L'idioma usato,
nella sua struttura, é più precisamente una fusione delle parlate della
Cancelleria Sassone e della Cancelleria Boemo-Lussemburghese, unite però
al vivo linguaggio popolare e della gente comune, colto per le strade e
nei mercati, a diretto contatto con la popolazione, il che attesta anche
lo sforzo di Lutero di scrivere un Libro Sacro che fosse principalmente
diretto al popolo.
L'uso di un simile linguaggio, estremamente vivo ed immediato, fu
naturalmente dettato, oltre che da un acceso spirito nazionalistico,
anche dall'esigenza di rendere chiaramente comprensibile a tutti un
libro di Dio destinato a tutti, e la nuova impostazione data all'opera,
insieme al contributo, pure notevole apportatovi dalla stampa, fu uno
dei motivi principali della grande diffusione raggiunta nella regione
germanica, e conseguentemente fu anche causa del dilagare del
protestantesimo in quelle zone.
Lutero attese alla compilazione della sua Bibbia per oltre dodici anni
di tenaci fatiche, e con lui collaborarono una schiera di amici, per lo
più validi filologi che apportarono il notevole contributo della loro
scienza, dove Lutero dispiegava la sua grande capacità letteraria e la
propria versatilità spirituale.
L'opera fu intrapresa con la traduzione nel 1522 del “Nuovo Testamento”,
seguito nel 1523 dal “Pentateuco”: nel 1524 da “Giosuè”; “Giacobbe”, i
“Salmi”, “Salomone” e dai “Profeti” dal 1526 al 1530, nel 1529 furono
tradotti i libri Sapienziali quindi nel 1532 i rimanenti
deuterocanonici, sinché due anni più tardi a Wittenberg usciva la Bibbia
completa, grazie all'editore Lufft. Si può considerare questa come la
data di nascita della letteratura tedesca, come fusione e superamento
delle diversità linguistiche locali ed elevazione a dignità letteraria
dell'idioma germanico.
Notevoli furono le difficoltà incontrate da Lutero e dai suoi
collaboratori nella compilazione del gigantesco lavoro, difficoltà
inerenti soprattutto la grande diversità che intercorreva fra lo
scorrevole e fluido linguaggio ebraico e quello aspro e duro dei
Tedeschi; gli ostacoli si rivelarono assai ardui da superare specie là
dove più difficile era l'interpretazione del senso, come nei “Profeti”,
ma si poterono eliminare grazie all'opera indefessa ed all'aiuto
costante dei valenti amici di Lutero, come Melantone, ed al genio
letterario dell'autore.
Fra le versioni in lingua inglese della Bibbia celebre é quella detta
“Great Bible” (la “Grande Bibbia”) che fu pubblicata nel 1579 per ordine
di Enrico VIII e fu anche nominata, dal nome dell'arcivescovo di
Canterbury: Cranmers' Bible.
La prima edizione inglese delle Sacre Scritture risale tuttavia a John
Wycliffe, morto nel 1384, che fu compilata con l'aiuto di diversi
collaboratori e tramandataci attraverso numerosi manoscritti. Famosa
versione inglese e protestante della Bibbia è pure la “Bibbia di
Ginevra” che fu composta dai riformisti fuggiti a Ginevra durante il
regno di Maria I di Inghilterra sulla versione precedentemente compilata
nel 1540 dal Malingre in collaborazione con lo stesso Calvino.
SUDDIVISIONI, SCHEMI, RAGGRUPPAMENTI
Quale canone?
L'intero Antico Testamento è suddiviso in relazione al contenuto dei
libri in varie parti, ciascuna comprensiva di alcuni di essi, in numero
variabile a seconda che si consideri la tradizione cristiana o quella
giudaica. Gli antichi Ebrei suddividevano l'Antico Testamento in tre
gruppi secondo il seguente schema:
1) Torah (la Legge): é costituita dal “Pentateuco”, ovvero dai primi
cinque libri della Bibbia.
2) Neblim (i Profeti): a loro volta si suddividono in Libri Storici,
cioè anteriori (da “Giosuè” ai “Re”) e in Libri Profetici, ovvero
posteriori (dai “Dodici Profeti Minori” ad “Ezechiele”).
3) Ketubim (gli Scritti): comprendono i rimanenti libri.
Dal “Cantico dei Cantici” al libro di “Esther” formano i cosiddetti
“Cinque Megillot”, cioé i cinque volumi.
Con le lettere iniziali di queste tre principali suddivisioni, ossia
TNK, gli Ebrei usano designare l'Antico Testamento, detto appunto:
“Tanak”.
Il canone ebraico dunque risulta essere composto dai seguenti
ventiquattro libri, riuniti nelle tre classi suddette:
1) Torah: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio;
2) Neblim: (anteriori) Giosuè, Giudici, Samuele (1º e 2º Re), Re (3º e
4º Re); (posteriori) Dodici Profeti Minori, Isaia, Geremia, Ezechiele;
3) Ketubim: Salmi, Proverbi, Giobbe: Cantico dei Cantici, Rut,
Lamentazioni, Ecclesiaste, Ester; Daniele, Esdra e Neemia (1º e 2º
Esdra); Cronache.
A questo canone si rifà in parte anche la tradizione cattolica, pure se
con numerose variazioni. Esso era già conosciuto ed applicato nel II
secolo a.C., come attestatoci da un traduttore in greco
dell'“Ecclesistico” in una nota introduttiva.
Per quanto riguarda i cattolici, dal XIII secolo essi usavano
suddividere l'Antico Testamento in quattro grandi parti: il
“Pentateuco”, i Libri Storici (da “Giosué” ai “Maccabei”), i Libri
Poetici (da “Giobbe all'“Ecclesiastico”) e Libri Profetici (da “Isaia” a
“Malachia”). In breve al canone ebraico i cattolici aggiunsero sette
libri più la “Lettera di Geremia”, ovvero i testi deuterocanonici; il
canone cattolico si arricchisce inoltre di alcune parti dei libri di
“Ester” e “Daniele”, dette anch'esse deuterocanoniche. Considerando
infine gli sdoppiamenti ed i cambiamenti di ordine, l'elenco che ne
deriva appare nel complesso piuttosto mutato, risultando formato nel
seguente modo:
1) Pentateuco: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio;
2) Libri Storici: Giosuè, Giudici, Rut, 1º Re, 2º Re (Samuele); 3º Re,
4º Re (Re secondo gli Ebrei); 1º Paralipomeni, 2º Paralipomeni
(Cronache); 1º Esdra, 2º Esdra (Esdra e Neemia); Tobia, Giuditta, Ester,
1º Maccabei, 2º Maccabei;
3) Libri Poetici: Giobbe, Salmi, Proverbi, Ecclesiaste, Cantico dei
Cantici, Sapienza, Ecclesiastico;
4) Libri Profetici: Isaia, Geremia, Lamentazioni, Baruc (con la Lettera
di Geremia), Ezechiele, Daniele, Dodici Profeti Minori (Osea, Joele,
Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria,
Malachia).
Le consistenti differenze che vi sono fra i due canoni sono il frutto
delle divergenze esistenti ancor prima della venuta di Cristo fra gli
Ebrei che risiedevano in Palestina e quelli che in seguito alla Diaspora
emigrarono in tutto il mondo, pur se il loro centro più agguerrito
culturalmente era in Alessandria. I primi, più rigidi nel determinare la
composizione delle Scritture, esclusero, sembra sul finire del I secolo
d.C., i libri scritti in greco o scritti in ebraico ed aramaico ma
attribuiti a personaggi non famosi della storia: tali, ad esempio, la
“Sapienza”, scritto in greco, o l'“Ecclesiastico”, che, pur compilato
originariamente in ebraico, non era attribuito a nessun grande
personaggio, al contrario dell'“Ecclesiaste”, attribuito a Salomone.
Gli ebrei di Alessandria, più concilianti dei loro confratelli anche per
i numerosi contatti col mondo ellenico, mantennero nel loro canone anche
i libri in greco; successivamente con l'affermarsi del cristianesimo il
canone alessandrino venne adottato dalla Chiesa, che, nonostante
temporanee incertezze riguardo i libri deuterocanonici, lo ha mantenuto
fino ad oggi.
Il Pentateuco (i libri della Thora ebraica)
Il nome dei primi libri della Bibbia deriva dal greco “pente” = cinque e
da “teukos” = astuccio in cui si conservava un volume arrotolato: già
usato dai Giudei alessandrini prima della venuta di Cristo, questo nome,
attraverso il latino, é giunto fino a noi, continuando ad indicare i
medesimi libri della Torah ebraica.
Questa prima parte, secondo una antica tradizione confermata anche dalle
traduzioni della “Settanta” e della “Vulgata”, comprende cinque libri
che sono nell'ordine: “Genesi”, “Esodo”, “Levitico”, “Numeri” e
“Deuteronomio”.
L'argomento generale è quello della creazione del mondo, delle origini
dell'uomo e del popolo ebreo (Genesi): l'uscita degli Ebrei dall'Egitto
sotto la guida di Mosé ed il Decalogo divino dato sul Monte Sacro
(Esodo); le norme o le leggi ordinarie o speciali per i sacerdoti e la
tribù di Levi (Levitico); il viaggio sostenuto dalla popolazione dal
Sinai sino a Cades e la sua permanenza di quaranta anni nel deserto,
seguita dalla migrazione fino alle terre dei Moabiti (Numeri) ed infine
le nuove leggi e gli ordinamenti per il popolo che ha mutato il proprio
stile di vita trasformandosi da nomade in sedentario (Deuteronomio).
Il “Pentateuco” dunque, come appare già da una sommaria analisi, risulta
piuttosto complesso nella sua impostazione, per la molteplicità e la
diversità degli elementi che concorrono a formarlo, elementi di tipo sia
religioso e storico sia legislativo e leggendario.
Caratteristica di questa parte iniziale della Bibbia é la progressiva
messa a fuoco della narrazione da un piano generale ed universale ad uno
più ristretto: le vicende di un solo popolo, anch'esse però adombrate
sotto grandissime figure di patriarchi e profeti.
Si avverte subito, inoltre, il carattere e l'intenzione più specifici
del “Pentateuco”, ove si consideri che è la realizzazione di un piano
divino di salvezza per l'umanità, estrinsecatosi attraverso la promessa
fatta da Abramo di una terra dove risiedere stabilmente e di una
numerosa discendenza, e l'elezione da parte di Dio di un popolo tramite
il quale giungere ad un'alleanza, stipulata attraverso il Decalogo.
Notevolissimo per i credenti, sia cristiani che Ebrei è poi il contenuto
teologico-dottrinale del “Pentateuco”, che é indubbiamente il documento
di maggior importanza dell'Antico Testamento sia dal punto di vista
storico sia da quello religioso.
• Valore storico: per una corretta valutazione storica del “Pentateuco”
é necessario premettere che una simile analisi deve necessariamente
prescindere dai moderni criteri di storiografia e di critica
storiografica, in quanto anticamente non si consideravano assolutamente
le vicende umane con la rigorosa precisione odierna, ma anzi essa era
spesso arricchita da aggiunte leggendarie o comunque costituenti il
patrimonio comune di un popolo ancora alle sue origini.
In particolare, nella narrazione storica del “Pentateuco”, bisogna
distinguere due momenti successivi: i primi undici capitoli della Genesi
e la storia dei Patriarchi. Il primo momento non appartiene nemmeno al
periodo storico propriamente detto: si tratta bensì di una descrizione
dell'origine dell'universo e dell'uomo, della sua prima colpa e delle
conseguenze di essa, condotta coi metodi ed i criteri propri dell'antica
narrativa orientale, a sfondo prevalentemente religioso, con un tono
popolare adatto ai tempi ed alle persone.
• Valore legislativo: è significativo a questo proposito che gli Ebrei
definissero il “Pentateuco”: la Torah, cioè la Legge; esso, infatti, con
le sue numerose leggi e prescrizioni, contenute in particolar modo nei
“Numeri” e nel “Deuteronomio”, informava praticamente tutta la loro vita
quotidiana, e costituiva l'inappellabile fondamento della loro morale.
Particolarissima del “Pentateuco” é poi l'intensa carica religiosa che
lo permea, ma che ci apparirà facilmente comprensibile ove si consideri
che in generale la vita delle popolazioni antiche si svolgeva sempre
sotto forti influssi religiosi e in generale era basata su normative di
questo tipo. A maggior ragione un fenomeno come questo si esplicava più
manifestamente presso il popolo d'Israele, la cui storia fu sempre così
indissolubilmente legata all'esperienza religiosa da costituire spesso
un tutto unico: esso, infatti, si considerava il popolo eletto da Dio,
depositario della Rivoluzione e suo custode attraverso i secoli per
mezzo di un'alleanza col Signore.
Tuttavia la generale indole religiosa non impedì che la legislazione
subisse l'influenza dei popoli confinanti e della generale ambientazione
geografica e soprattutto che non risentisse delle mutate condizioni di
vita (da pastori nomadi ad agricoltori ed allevatori sedentari) degli
Ebrei.
• Autore e criteri interni ed esterni nella composizione del Pentateuco.
La questione dell'autore del “Pentateuco” é una delle più accese e
dibattute attualmente, e si presenta estremamente complessa ed
articolata e tuttora lontana da una soluzione positiva e convincente per
tutti. Innanzitutto é necessario premettere che la “vexatissima
quaestio” riguarda solamente l'autore “umano” del “Pentateuco”, in
quanto per i cattolici l'ispirazione divina del libro è una verità
dogmatica stabilita dal Magistero Ecclesiastico, sulla quale non
sussiste il minimo dubbio.
Un secondo ordine di problemi consta nella differenziazione fra
“autenticità della rivelazione mosaica ” e “autenticità mosaica” del
“Pentateuco”, due questioni ben distinte, anche se collegate fra loro:
la prima riguarda la reale sussistenza dei fatti narrati sulla vita, la
missione e l'alleanza di Mosè con Dio; la seconda invece tenta di
stabilire fino a che punto risulti fondata la tradizione che attribuisce
a Mosè i primi cinque libri delle Scritture.
Il problema della veracità storica delle vicende narrate da Mosè è ormai
superato col considerarle effettivamente accadute e comprovate da una
lunga serie di documentazioni storiche ed archeologiche, come ad esempio
la permanenza dello Jahvismo in tutta la storia ebraica e la fermissima
convinzione di Israele di essere il popolo eletto, la cui storia non è
che la realizzazione della promessa divina. A ciò si aggiunge anche
l'assoluta preminenza della figura di Mosè in tutta la storia d'Israele,
dalla schiavitù d'Egitto sino alla liberazione, per cui il grande
patriarca divenne un simbolo, un emblema di Israele, e in lui si
riassunsero tutte le esperienze e le iniziative di un popolo.
Resta ancora il problema della “autenticità mosaica”, ovvero se Mosè è
il vero autore dell'opera: nel tentativo di rispondere occorre esaminare
i vari criteri, esterni ed interni che siano, e cercare da essi una
soluzione che, prima che corrispondente a questa o quella dottrina e
credenza, sia aderente alla realtà.
In una valutazione dei criteri esterni ci appare immediatamente un punto
fisso in tutta la tradizione giudaica e, di riflesso, attraverso i Padri
della Chiesa, in quella cristiana: l'affermazione che Mosè è l'autore
del “Pentateuco”.
Ora, bisogna però anche considerare che alla mentalità giudaica era del
tutto estranea la nozione di proprietà letteraria e soprattutto che il
concetto di “legge”, per cui tante volte si trova attribuita a Mosè una
determinata regola, era piuttosto vago nella mentalità ebraica
successiva all'esilio: si aggiunga a questo il fenomeno della
pseudo-epigrafia, cioè l'attribuzione arbitraria di un testo ad un
famoso personaggio del passato e si vedrà come Mosè potesse essere
concordemente considerato l'unico autore del “Pentateuco”.
Mosè, del resto, era stato il primo ed il più grande dei profeti,
l'iniziatore anzi della tradizione profetica, per cui, anche se la sua
opera rimase aperta ad aggiunte ed integrazioni posteriori, queste
vennero fatte seguendo lo “spirito mosaico”, e cioè alla luce della
tradizione da lui avviata.
Quindi nulla di strano nel fatto che si considerasse Mosé come autore
del libro, visto che ne fu anche il primo ispiratore umano, ma tutto
questo non è sufficiente per convalidare la tesi per cui Mosé fu pure
autore “letterario” dell'opera.
Oltre alla tradizione ed alla sua testimonianza é possibile reperire
anche nel “Pentateuco” stesso alcune citazioni (vedere Es. 17, 14; 24,
4) che confermano una certa attività letteraria del patriarca, senza per
questo dover supporre che nel libro in nostro possesso le parti di cui
egli è autore diretto siano molto estese.
Se dunque la tradizione non ci può aiutare nello scioglimento di questo
problema, alcuni dati in più si possono ricavare dall'analisi dei dati
interni all'opera: infatti una lettura attenta di essa porta al
rinvenimento di numerose ripetizioni, doppioni, discontinuità e così
via, tali da far pensare che ben difficilmente una sola persona sia
stata l'autore del “Pentateuco”, ma piuttosto esso sia derivato da
un'evoluzione e da una fusione di varie fonti, anche posteriori a Mosè.
La critica ha generalmente distinto quattro diversi stili narrativi
successivi nel libro, chiamandoli “Jahvista”, “Eloista”,
“Deuteronomista” e “Sacerdotale”. Le prime sue distinzioni derivano da
una celebre ed acuta osservazione critica fatta dal medico francese Jean
Astruc nel 1753: egli aveva, infatti, osservato che Dio era nominato con
due differenti appellativi: Elohim o Jahvé. Di un simile processo
critico si impadronì poi la critica biblica, in particolare non
cattolica, nel tentativo di risolvere l'annosa questione. É questa la
soluzione che più si avvicina alla realtà dei fatti, benché non sia in
grado di illuminare tutti i problemi sollevati: bisognerà attendere gli
sviluppi di ulteriori studi per approfondire e forse finalmente
risolvere la questione; a questo proposito anche la Commissione Biblica
Pontificia ha rivolto un appello a tutti gli scienziati affinché, senza
preconcetti, studino il problema.
Libri storici
La tradizione cristiana si affianca a quella ebraica nel considerare i
primi cinque libri della Bibbia, il “Pentateuco”, come ben separati
dagli altri raggruppamenti, e, sull'esempio dei rabbini, assegna loro
un'importanza eccezionale, come testi basilari della religione. Per gli
Ebrei, infatti, un libro delle Scritture veniva considerato sacro solo
se il suo contenuto era conforme agli insegnamenti del “Pentateuco”. É
per questi motivi, oltre che per i differenti problemi che comporta lo
studio dei loro contenuti, che il “Pentateuco” fu ed è separato dai
libri cosiddetti “Storici”. Questa denominazione era però sconosciuta
agli antichi Ebrei che suddividevano i Libri Sacri in “La Legge”, “I
Profeti” e gli “Agiografi”. Venendo i primi a coincidere col
“Pentateuco”, i “Profetici” erano invece suddivisi in anteriori e
posteriori e comprendevano la maggior parte dei libri da noi iscritti
tra gli “Storici” ed i “Profetici”; gli “Agiografi” includevano alcuni
tra i nostri “Libri Storici” e “Sapienziali”, tranne “Sapienza” ed
“Ecclesiastico”.
É necessario premettere, intanto, che il termine “storico” ha un valore
completamente differente presso di noi oggi e presso gli antichi ebrei
ed in generale i popoli orientali di tre millenni fa. Era completamente
diversa la metodologia ed anche il fine che ci si riproponeva
dall'indagine storica: innanzitutto, lo scopo della storiografia era
essenzialmente morale e religioso, si cercava cioè di evocare tramite la
storia gli eventi e i personaggi che avessero poi un fine didattico e
servissero in modo particolare di esempio per le generazioni attuali.
Gli stessi accademici storici, le grandi battaglie, i condottieri e i
capi religiosi non erano visti nella loro oggettiva essenza, ma sempre
finalizzati all'unico Dio e in ordine ad una adempienza cieca alla
volontà della divinità. Ed è così che la storia perde i caratteri che
siamo soliti attribuirle oggigiorno, per diventare essenzialmente un
fenomeno religioso.
Una simile scelta metodologica ha naturalmente influenzato anche la
stesura dei vari libri: risulta così che gli argomenti da trattare
fossero basati più sull'utilità morale del singolo fatto che nemmeno
sulla sua reale importanza storica. Lo stesso ordine cronologico non è
sempre rispettato e per di più i numeri vengono a volte utilizzati con
significati differenti dai nostri. Bisogna inoltre aggiungere la
mentalità completamente differente che era di quegli antichi compilatori
e le differenze enormi che riguardano i modi di dire, le immagini
allegoriche, i doppi sensi, le etimologie, insomma la sostanziale
diversità che investiva tutta la forma letteraria ed espressiva.
Copioso è comunque il ricorso a fonti storiche, sia orali sia scritte,
che venivano però generalmente integrate nella narrazione, senza essere
menzionate; spesso venivano accostati documenti addirittura contrastanti
fra di loro, o mutilati od anche riassunti, senza prendersi eccessiva
cura di una sistemazione organica ed unitaria.
Ne risulta un lavoro che,
se a noi può apparire lontanissimo dagli odierni canoni storici, si
adattava invece perfettamente alle intenzioni etico-religiose del suo
autore ed adempiva egregiamente al proprio compito di guida morale.
Luogo comune di tutta la storiografia biblica é la legge divina: ogni
qualsiasi avvenimento viene riferito alla volontà dell'unico Dio, e
all'essere umano non si presentano che due sole vie da seguire: una di
fedeltà a Jahvé, l'unica vera e santa, apportatrice di felicità
spirituale e materiale; l'altra, idolatra e sacrilega, che conduce alla
perdizione ed alla rovina. Tutta la storia biblica é dunque incentrata su questo duplice perno e
principale scopo dello storiografo é proprio quello di dimostrare, in
base agli avvenimenti passati, come l'unica via retta e conveniente sia
quella monoteistica tradizionale mentre l'idolatria, sin dagli albori
della vita umana, ha sempre portato alla rovina.
L'impronta decisamente religiosa, che informa tutta la storiografia
biblica, non inficia però la validità reale della narrazione degli
avvenimenti, ed anzi é una preziosa fonte di notizie e di aneddoti in
mano allo storico moderno, ed un validissimo strumento di compendio
negli studi storici, etnologici ed archeologici, i quali hanno per lo
più tramandato i dati fornitici dagli agiografi, e sono spesso serviti a
colmare le loro lacune.
Dei “Libri Storici” non si conosce l'autore, ma la tendenza comune a
mostrare come la fedeltà a Dio sia l'unica via giusta, ci indica come
probabilmente essi siano frutto, se non di un unico autore, senz'altro
di una scuola di uomini religiosi: ciò spiegherebbe anche la presenza di
libri quali “Rut”, o “Tobia” o “Giuditta”, in cui il fondo storico è
solo una base su cui poi si costruisce l'episodio tratto dalla
tradizione e con fine edificante.
Libri profetici
Il profetismo é un fenomeno comune a tutte le religioni anche se, nel
corso dei secoli, vari furono i significati attribuiti al vocabolo, pur
se esso include sempre una relazione con la divinità. Questi contatti
possono manifestarsi sia attraverso il tentativo di indovinare la
volontà del dio, sia attraverso manifestazioni esteriori come nella
divinazione. Vi può essere anche la trasmissione diretta del volere
divino o, sebbene più raramente, di avvenimenti futuri.
Tipico del fenomeno del profetismo é che lo si ritrova più spesso alle
origini di una religione, magari create dal mito o dalla fantasia
popolare. Si ritrovano esempi di profeti eletti dalla divinità, in quasi
ogni religione: dall'islamismo con Maometto alla setta mazdea con
Zaratustra.
Il profeta in ebraico é designato col termine “Nabhî”, sul quale sono
state fatte due ipotesi di derivazione: la prima lo farebbe derivare
dalla radice babilonica “nabu”, cioè parlare, e quindi egli sarebbe
colui che parla al posto del dio: per la seconda invece deriverebbe
dalla radice “naba” sgorgare, bollire ed il profeta sarebbe dunque chi
comunica il volere di Dio con veemenza ed eccitazione.
Oltre che per l'azione del parlare, il profeta ebraico è anche designato
per le sue capacità divinatorie e la sua vita contemplativa coi nomi di
“ro'eh”, veggente, e “hozeh”, contemplante. A volte poi il profeta, per
rendere più duraturo e suffragare il proprio messaggio lo accompagnava
con dimostrazioni simboliche o strane che servissero a far presa sulla
folla.
Il profetismo fu nella storia del popolo ebreo un movimento vastissimo
nel tempo e svariatissimo nelle sue manifestazioni, ed il profeta,
considerato eletto da Dio, poteva essere chiunque, non essendovi alcuna
limitazione né per quanto riguardava il censo o l'età o il sesso: sempre
presente nella storia del popolo ebraico (lo stesso Abramo fu chiamato
“profeta”) esso fece la sua prima ufficiale comparsa con Mosé, e da
allora la sua presenza fu una costante della storia ebraica. La sua
influenza, anche ad altissimo livello, fu sempre notevole e generalmente
andò crescendo col tempo, anche se conobbe alterne fortune.
La figura era assai ben delineata nelle Sacre Scritture, che cercavano
di separarla nettamente da indovini, falsi profeti e negromanti.
Nella storia del profetismo ebraico si distinguono due momenti
successivi, il primo (1800-1300 a.C.), più antico, caratterizzato dai
cosiddetti “profeti dell'azione”, in quanto la loro opera si svolgeva
concisa ed emblematica durante comizi ed assemblee, e dai “profeti
scrittori” (1190-900 a.C.), del cui operato facevano anche parte
discorsi e narrazioni più complesse.
Il profetismo ebraico presenta caratteristiche uniche nella storia delle
religioni, che lo rendono un fenomeno particolare ed irripetibile:
innanzitutto quello ebraico era il popolo eletto, ossia il popolo
prescelto dal Signore e quindi retto da un ordinamento teocratico.
Costantemente presente, il profetismo troverà poi rinnovato vigore
quando i capi del popolo, per l'instaurazione di una monarchia
ereditaria, non saranno più scelti direttamente da Dio, ma eletti
automaticamente.
Il profeta diverrà allora interamente interprete della parola divina e
si ergerà a ricordare l'incrollabile fede dei padri e a stigmatizzare le
pesanti colpe del presente.
Dopo l'esilio babilonese il profetismo andrà via via esaurendosi,
essendo venuti a mancare i presupposti per la sua esistenza, giacché la
parola di Dio era già stabilmente fissata nelle Scritture.
Gli scritti “profetici” che ci restano sono opera di profeti solo in
minima parte: infatti, benché essi fossero suddivisi in “scrittori” e
“di azione”, brevissimi sono i brani compilati di loro pugno, in quanto
anche gli “scrittori” erano innanzitutto predicatori.
I “Libri Profetici” sono andati comunque evolvendosi attraverso una
prima fase di trasmissione orale, spesso frammentaria ed opera di
persone diverse con metodi e tempi anch'essi diversi; a questo primo
momento si fanno risalire gli scritti autografi dei profeti.
Successivamente gli elementi più salienti della predicazione, le
sentenze, gli oracoli, le predicazioni e così via, dopo un periodo più o
meno lungo di trasmissione orale, vennero messe per iscritto dai
discepoli e dai seguaci, formando così una raccolta degli insegnamenti
del profeta.
Dette raccolte vennero poi riunite in opere di maggiori proporzioni, le
quali non badavano quasi mai ad un ordine cronologico ma sistematico ed
erano per lo più corredate di cenni biografici e di aggiunte del
redattore.
Queste antologie seguivano talora anche di alcuni secoli la predicazione
del profeta e risultavano composte da varie forme letterarie: oracoli,
cantici, predizioni, parabole, racconti, ecc. In base alla quantità di
scritti che ci é pervenuta, i profeti sono suddivisi in maggiori: Isaia,
Geremia, Ezechiele, Daniele; e minori: Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona,
Michea, Nahum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria e Malachia.
Questa differenziazione ha però un valore solo formale, poiché ben altre
sono le diversità fra di essi, diversità di tempi, di luoghi, di modi.
Tutti, comunque, agivano su un piano unitario che aveva come fondamento
un rigido monoteismo, un moralismo integerrimo ed una cieca fiducia in
un regno messianico.
L'osservanza del monoteismo fu sempre presente
nella predicazione profetica, in quanto essa rappresentava la più
saliente differenza del popolo ebreo dagli altri, idolatri e pagani, ed
era garante dell'unità nazionale e della coesione dell'intera
popolazione di fronte alle minacce esterne. Il moralismo sgorgava dalla
coscienza della presenza del peccato e del male nel mondo,
dell'infedeltà del popolo al suo Dio: così i profeti divenivano ardenti
difensori della giustizia e richiamavano ai valori reali un popolo che
andava via via contaminandosi e perdendo la fede primitiva.
Il messianesimo fu oggetto di predizione a cominciare da Amos; centro
delle profezie era la certezza che dopo la rovina e l'esilio, causati
dalle colpe e dai peccati, il “Resto” della popolazione, mantenutosi
fedele al vero Dio, sarà da Lui benedetto e i suoi discendenti vedranno
la ricostituzione di un regno messianico, retto da un messia, figlio
dell'Uomo e discendente di Davide.
Libri poetici e sapienziali
Il genere “sapienziale” non era affatto un'esclusiva della cultura
ebraica, ma anzi era già da moltissimi secoli patrimonio comune delle
civiltà mediterranee ed orientali.
In modo particolare erano diffusi i testi sapienziali egiziani e
babilonesi, che erano di solito raccolte di proverbi, motti e regole che
riguardavano soprattutto la convivenza civile e fornivano indicazioni
pratiche su come condurre una vita regolata e felice: a volte trattavano
anche di come far carriera nella vita politica.
Gli argomenti di questi trattati erano quelli comuni alla morale
naturale: si considerava sapienza il rispetto per i genitori, il
matrimonio con una sposa morigerata, lo sfuggire le compagnie inique, la
moderazione nel piacere, la ricerca del bene e così via. Queste regole
vennero naturalmente incorporate dalla Bibbia e divennero possesso (pur
se con un certo ritardo dovuto alla tardiva unificazione) anche del
popolo ebreo, che le fece sue e le nobilitò.
Si può dunque affermare che il genere sapienziale non fu proprio della
letteratura ebraica, ma che questa ne espresse un aspetto relativo alle
proprie autonome caratteristiche.
In particolare i “Libri Sapienziali”
fecero la loro comparsa dopo Salomone, della cui sapienza si disse che:
“superava quella di tutti i figli d'Oriente e tutta la sapienza degli
Egiziani”. Fu comunque sotto il primo re pacifico, Salomone appunto, che, non
essendo più impellente la necessità di difendere la propria nazione,
nacquero le prime forme di “sapienza”: Salomone, ci é tramandato, era in
possesso di una sapienza commerciale, che ne fece il re più ricco della
terra, una sapienza filosofica, che analizzava i rapporti con la
divinità ed i problemi umani, ed infine una sapienza giudiziaria, che ne
fece un re proverbiale per la sua giustizia.
La sapienza introdotta in Palestina non fu però subito fissata nel libri
ma subì anzi una lunga evoluzione, per cui si passò attraverso le
massime di vita degli antichi padri ed i proverbi dedotti dal vivere
quotidiano fino all'identificazione della sapienza con la legge mosaica
ed il volere divino, di modo che sempre più andarono fondendosi i
concetti di sapienza e di timore di Dio. Con il tempo la sapienza,
considerata attributo divino, venne sempre più personificata, fino a
diventare, sempre però nell'ambito di una personificazione poetica, uno
spirito dalle virtù altissime, diretta emanazione di Dio.
La letteratura sapienziale ha la sua nascita ed il periodo di maggior
fulgore dopo l'esilio, quando tutta la saggezza e le considerazioni
fatte da tempi remoti, ma in particolare da Salomone in poi, viene
finalmente messa per iscritto ed ha una notevole fioritura. Questo anche
perché, con la deportazione in Babilonia, il popolo aveva perso i suoi
sacerdoti ed erano divenuti guide gli scribi ed i dotti letterati, i
quali, dopo l'esilio, trovarono nella parola di Dio la fonte più vera
della sapienza e quindi una guida sicura: essa assume però, in bocca
loro, un nuovo carattere, forse più umano ed accessibile a tutti, anche
ai pagani. Nasce così la letteratura sapienziale.
Essa é costruita in base ad una esperienza profondamente umana, fatta di
vita vissuta e di fede nella divinità, e, seppure non giunge a
speculazioni filosofiche, sa tuttavia trarre insegnamenti sublimi anche
da una morale naturale. Altre caratteristiche di questa letteratura sono
la sua profonda moralità, imperniata sui valori umani della temperanza,
della religiosità e del rispetto reciproco: la sua ampiezza di vedute,
che esula dal ristretto ambito nazionalistico per abbracciare l'umanità
nella sua universalità.
Il monoteismo é però la peculiarità che maggiormente differenzia la
letteratura sapienziale ebraica da quella degli altri popoli, anche dove
le fonti appaiono comuni.
I libri sapienziali sono sette: Giobbe, Salmi, Proverbi, Ecclesiaste,
Cantico dei Cantici, Sapienza ed Ecclesiastico.
Giobbe tratta del dolore umano come mistero della divinità: temere Dio é
l'unica vera fonte di sapienza. I Salmi invece sono quasi totalmente a
carattere didattico sapienziale. I Libri Sapienziali, per la
particolarità del loro stile, sono anche detti poetici: esclusivamente
religiosa é la poesia ebraica pervenutaci, ma eccelsi ed estremamente
musicali sono spesso i suoi versi: caratteristico poi è il parallelismo,
cioè una forma di collegamento - del significato di un verso coi
successivi. Peculiare della poesia ebraica é poi lo stile ricchissimo e
vario, in grado di esprimere nobilissimi sentimenti e di creare immagini
assai più suggestive della prosa.
LA CRITICA DELLA BIBBIA, IL PROBLEMA
Ci si é accorti fin dal Rinascimento che i testi ufficiali della Bibbia
(la Massora e la Settanta, specialmente) non sempre concordavano;
inoltre, queste versioni devono essere paragonate all'enorme quantità di
manoscritti completi o frammentari e risalenti a epoche molto diverse.
L'insieme di questi studi e di questi paragoni costituisce la critica
biblica che deve risolvere i seguenti problemi.
• Ripristinare il testo eliminando tutti gli errori, le interpolazioni,
ecc., che si sono inserite nel corso di lavori di copiatura (critica
testuale).
• Determinare le date di composizione, le fonti e gli autori dei vari
libri (critica letteraria).
• Determinare il valore storico e l'autenticità delle informazioni
trasmesse dalla Bibbia (critica storica).
A questo si sovrappone un altro problema critico, molto più vasto:
quello del significato religioso del messaggio biblico.
I risultati
• La critica testuale. Già ampiamente affrontata in precedenza, è
necessario ricordare specialmente che la versione ufficiale ebraica (la
Massora) contiene i suoni vocalici, rappresentati da accenti sopra le
consonanti (l'equivalente, nel nostro alfabeto, di a, e, ecc.); ma
l'alfabeto ebraico, come quello degli Aramei e dei Fenici, non conteneva
vocali: si tratta dunque di segni aggiunti dagli scribi ebrei tra il V e
il IX secolo d.C. Prima di queste aggiunte, alcune consonanti erano
state utilizzate per rappresentare dei suoni vocalici ed erano state
introdotte nel testo originale. Da ciò deriva una incertezza
specialmente per ciò che riguarda la trascrizione dei nomi propri
biblici.
• La Chiesa e la Sinagoga hanno per lungo tempo affermato che il
Pentateuco era l'opera di Mosè, i Libri profetici l'opera dei profeti,
ecc.; gli esegeti attuali non ammettono più questa convinzione.
La critica “letteraria” della Bibbia inizia scientificamente con gli
studi di J.G.Eichorn, alla fine del XVIII secolo, ma si devono a
K.H.Graf le conclusioni decisive sulla composizione del Pentateuco.
• La cronologia biblica. Il teologo anglicano James Usher (1581-1656),
considerando i dati biblici, fissò una cronologia che assegnava ad ogni
grande avvenimento dell'Antico Testamento una data. Otteneva i seguenti
risultati:
-
Creazione 4004 a.C.
-
Chiamata di Abramo 2501 a.C.
-
Esodo (Mosè) 1491 a.C.
-
Regno di Salomone 1014-975 a.C. e costruzione del tempio.
Fonte:
Enciclopedia Alfatematica - Microforum - Peruzzo
Informatica
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