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L’Antico Testamento - Analisi

TEORIA DELL’ISPIRAZIONE
La Bibbia è un libro a carattere decisamente popolare e su questo non ebbero dubbi i Padri della Chiesa, come non ne hanno gli studiosi moderni: essa costituisce la storia di un'esperienza religiosa sviluppatasi attraverso secoli di vita e di evoluzione spirituale e in questo senso da parte di alcuni studiosi si è totalmente abbandonata la teoria di un libro ispirato dalla divinità, mentre altri, pur ammettendo l'ispirazione divina come motivo centrale dell'opera, non la considerano ugualmente presente in ogni singola espressione o frase del testo. Per i cattolici invece questa teoria presenta molteplici aspetti: il Concilio Vaticano II ebbe modo di affermare: “Le verità divinamente rivelate, che nei libri della Sacra Scrittura sono contenute ed espresse, furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo.

La Santa Madre Chiesa, per fede apostolica ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia dell'Antico sia del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché, scritti per ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa… Per la composizione dei libri Sacri, Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo Egli in essi e per loro mezzo, scrivessero, come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva fossero scritte… Poiché, dunque, tutto ciò che gli autori ispirati asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, è da ritenersi anche, per conseguenza, che i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio volle fosse consegnata nelle Sacre Lettere”.

Gli Autori
Notiamo che la citazione pone l'accento su due fatti in particolare e cioè l'ispirazione divina delle Scritture e la loro compilazione avvenuta per mano di un uomo guidato da Dio. Gli autori della Parola di Dio quindi, per i cattolici sono contemporaneamente due, ben distinti l'uno dall'altro: Dio e l'uomo. É necessario sottolineare come Dio appaia l'autore principale dell'opera, in quanto primo agente di essa, ma parimenti l'uomo non rivesta una funzione puramente meccanica ed anzi operi nel pieno possesso delle sue facoltà, quali l'intelligenza, la libertà e la volontà ed è quindi in grado di conoscere la verità e di decidere di porla per iscritto. Come ciò fosse avvenuto era stato già precisato in vari documenti anteriori al Concilio Vaticano II ed in particolare il problema era stato dibattuto nell'enciclica “Providentissimus Deus”, di papa Leone XIII, da cui è tratto il seguente brano: “Dio eccitò e mosse gli autori sacri a scrivere, e li assistè mentre scrivevano, in modo tale che concepissero rettamente nella loro mente, avessero la volontà di scrivere fedelmente e potessero debitamente esprimere con verità tutto e solo quello che Egli voleva che fosse scritto”.

L'influenza divina
L'interpretazione cattolica della teoria dell'ispirazione nelle Sacre Scritture, quindi, presuppone certamente Dio come autore, ma non serventesi di inerti strumenti umani, bensì operante una sua influenza su quelli che erano i singoli, personalissimi costumi e caratteri spirituali e mentali dell'autore umano. L'influenza divina sullo scrittore si sarebbe, infatti, esercitata in tre momenti successivi comprendenti una scelta, che spinse gli antichi autori ad usare le proprie facoltà al servizio della verità; prima un'illuminazione, che aveva come scopo di chiarire il vero senza possibilità di errore o tramite la rivelazione o con mezzi umani e quindi un'influenza sulla volontà umana affinché vi fosse l'intenzione di scrivere il vero fedelmente. Poi un'assidua e continua assistenza di Dio, che venne in aiuto dello scrittore nel compimento della sua opera, verificando inoltre che tutto ciò che era scritto corrispondesse al suo volere. Infine un'azione anche nel tempo, attraverso cui Dio sorvegliava che pure le Scritture giunte sino a noi dai secoli passati avessero un contenuto realmente ispirato.

L'assoluta verità
Fondamentale conseguenza della duplicità di autore della Bibbia è la sua inerranza, ovvero l'impossibilità delle Sacre Scritture di errare in alcun modo o, in altre parole, l'assoluta verità di fede contenuta in esse. Per una valutazione corretta ed obiettiva della questione vanno però tenute presenti anche alcune altre considerazioni: innanzitutto la molteplicità di forme con cui si esprime la Bibbia, che vanno dalla poesia alla storiografia alla legislazione e quindi non possono avere tutte il medesimo valore, senza contare che spesso riesce assai difficile comprendere le verità adombrate in esse; inoltre la Bibbia va considerata essenzialmente come un'opera religiosa: religiosa dunque la sua ispirazione e soprattutto religiose le sue verità, mentre tutto il resto, come annotazioni geografiche ed astronomiche, passa in secondo piano rispetto ai motivi appena accennati e non possiede un reale valore scientifico; infine non si deve scordare l'enorme divario di secoli, di costumi, di cultura, di esperienze e di mentalità che ci separa dagli autori sacri e conseguentemente occorre aver sempre presenti queste divergenze nella lettura e nell'interpretazione dei Testi Sacri.

La visione protestante
Fin qui la tradizione cattolica: i protestanti, invece, specie per quanto riguarda la critica storica della Bibbia, tendono oggi piuttosto a trascurare o addirittura negare l'ispirazione divina delle Scritture, che pure avevano rivestito una parte importante nelle vicende dei primi riformatori e riformati, tanto più che esclusivamente su di esse si basavano le loro dottrine. Oggigiorno comunque la Bibbia, sotto i colpi della corrosiva critica razionalista protestante, per lo più demolitrice, ha perso molto della considerazione in cui era tenuta, sicché spesso si guarda ad essa come ad un qualsiasi altro documento antico, con valore unicamente storico, non più teologico o morale.

COMPOSIZIONE Canone e libri canonici.
Quali dei libri formanti la Bibbia debbono essere considerati realmente validi ed ispirati da Dio, ai fini della costituzione di una norma morale e religiosa, viene stabilito dal cosiddetto “Canone biblico”. Canone deriva da un vocabolo greco, ma di probabile precedente origine semitica: kanòn, che venne utilizzato dai grammatici alessandrini in riferimento al numero di opere della classicità che per la loro perfezione formale ed i loro contenuti erano degne di servire da modello agli autori successivi. In seguito il termine servì ai Padri della Chiesa per indicare i fondamenti più veri della religione e le regole basilari della fede e della disciplina cristiane. Nel IV secolo la parola venne quindi più estesamente riferita ai testi regolatori ovvero “canonici” della Bibbia, definendo così quegli scritti che stabilivano la normativa del comportamento cristiano e che furono poi raccolti nel “Canone”, cioè l'elenco delle opere che stabilivano una regola.

Questo significato fu accettato dalla Chiesa in molti dei suoi documenti e fra l'altro anche nel Concilio di Trento, nel 1546, e in quello Vaticano I del 1870. Come già detto il Canone biblico fu fissato dal Concilio Tridentino in settantatré libri: quarantasei per l'Antico Testamento e ventisette per il Nuovo: la tradizione giudaica, più tardi ripresa dai movimenti protestanti, non riconosceva che ventiquattro Libri Sacri realmente ispirati ed anzi, sin dagli anni intorno alla nascita di Cristo, vi erano due correnti all'interno di essa: la corrente rigorista che ammetteva come sacri solo i testi originariamente scritti in ebraico e quella ellenista, di mentalità più aperta e conciliante per i numerosi contatti con il mondo pagano e greco, che invece riteneva validi anche i testi scritti in greco, e cioè: “Tobia”, “Giuditta”, “Sapienza”, Ecclesiastico, “Baruch” e i due libri dei “Maccabei”, oltre ad alcune parti dei libri di “Ester” e “Daniele”.

Non siamo a conoscenza delle metodologie precise seguite dai rabbini nello stabilire la lista dei Testi Sacri, ma da una citazione dello storico ebreo Flavio Giuseppe ricaviamo che già all'epoca di Cristo esisteva un elenco di libri formanti un canone, il cui numero era comparato da alcuni a quello delle lettere dell'alfabeto ebraico, cioè ventidue. Non sappiamo con esattezza a quando risalga questo elenco, forse ai tempi del regno di Giosia (639-609), comunque nel quinto secolo Esdra aveva già stabilito una lista di libri sacri che erano oggetto di pubblica lettura nelle sinagoghe. Sembra tuttavia che i cosiddetti “Libri Profetici” siano stati un'aggiunta successiva, avvenuta probabilmente sul finire del III secolo, mentre il libro dei “Salmi” fu sicuramente fra i primi ad entrare nel canone ebraico, sia per la sua grande autorità in materia religiosa sia per la consacrazione dovuta all'uso liturgico. Altre opere, gli “Scritti”, furono in seguito aggiunti dai sacerdoti e dagli scribi, cosicché all'incirca nella seconda metà del II secolo la raccolta delle Sacre Scritture dovette essere definitiva.

La tradizione ebraica riguardante i Libri Sacri fu in seguito, e non senza controversie, accettata con diverse varianti dalla Chiesa cristiana che si accingeva a stabilire la canonicità dei libri della Bibbia. Sulla base comune di ritenere canonici e quindi validi i testi citati da Cristo e dagli apostoli, si possono identificare due correnti principali: la Chiesa orientale propendeva per accogliere esclusivamente i libri consacrati dalla tradizione giudaica, mentre la Chiesa occidentale era propensa a canonizzare anche i sette testi precedentemente estromessi, che a partire dal XVI secolo vennero definiti “deuterocanonici”, ovvero appartenenti ad un secondo canone, in opposizione ai “protocanonici”: i protestanti definiscono poi “apocrifi” i libri solitamente deuterocanonici, mentre nominano “pseudo-epigrafi” quelli chiamati apocrifi dai cristiani. Sembra che l'iscrizione dei testi deuterocanonici in seno al canone biblico si debba all'opera di grandi Padri della Chiesa quali Girolamo e Agostino.

I libri apocrifi
Apocrifi sono quei testi che sorsero per iniziativa di privati che avevano come scopo di porre riparo a particolari situazioni contingenti, le quali riguardavano fenomeni di natura religiosa o sociale, oppure miravano a diffondere specifiche dottrine o ancora pensavano di meglio delineare fatti e personaggi notevoli della Bibbia con arricchimenti per lo più frutto di fantasia e con elaborazioni personali. Per tutti questi motivi i libri apocrifi furono esclusi dal canone, in quanto non ritenuti frutto di diretta ispirazione divina; ciò non sminuisce però la loro importanza, sia storica sia letteraria, tanto che alcune parti di essi, considerate pie e costruttive, furono persino utilizzate dalla Chiesa come letture edificanti per i fedeli e perciò fatte stampare assieme al testo della Bibbia latina “Vulgata”: è il caso della “Orazione di Manasse Re di Giuda” e del “Terzo” e “Quarto Esdra”. Gli Apocriti usarono spesso celarsi dietro il nome di grandi profeti o patriarchi, quasi che essi ne fossero gli autori, od anche assumere toni apocalittici, annunciando la salvezza e la liberazione dalle calamità del momento.

Fra i principali scritti apocrifi vanno innanzitutto elencati quelli che la Chiesa consente di allegare ai libri canonici, pur negando loro una qualsiasi origine divina: nella Vulgata dopo l'“Apocalisse”, ultimo libro canonico, si trovano aggiunti il “Terzo” e il “Quarto Libro di Esdra” e la “Preghiera di Manasse”: il “Terzo Libro di Esdra” è principalmente composto da frammenti dei primi due “Libri di Esdra e dei “Paralipomeni”. Originali sono solo due parti del III e del IV capitolo. Il “Quarto Libro di Esdra” ci é pervenuto in svariate edizioni tutte derivate da un'originale greco, a sua volta probabilmente tratto dall'ebraico, che é andato perduto: la versione latina, malgrado le numerose interpolazioni cristiane, sembra sia ancora quella preferibile. L'autore del libro, che per il suo contenuto è stato anche definito l'“Apocalisse di Esdra”, fu un ebreo che scrisse all'incirca alla fine del I secolo. La “Orazione di Manasse”, ricca di accenti pietosi, fu molto probabilmente composta in greco.

Importanti sono pure le “Odi di Salomone”, di origine cristiana, ed il “Terzo” e “Quarto Libro dei Maccabei” che trattano, il primo, della persecuzione e della liberazione del popolo ebraico ad Alessandria sotto Tolomeo (217 a.C.), mentre il secondo é un trattato filosofico dedicato agli Ebrei. A questi libri vanno aggiunti un “Salmo”, dove Davide inneggia alla sua vittoria sul gigante Golia ed alla sua elezione a re e diciotto “Salmi”, detti di Salomone, ma in realtà di un fariseo vissuto all'incirca nel periodo 68-45 a.C., che scriveva in lingua greca ed era acerrimo nemico di Sadducei ed Asmonei. Pure di un certo rilievo é il “Libro di Enoch”, pervenutoci in due differenti versioni, etiopica e slava, le cui parti più antiche risalgono al 160 a.C. circa, mentre le altre furono sicuramente composte nel corso del II secolo d.C. Apocrifi sono anche i cosiddetti “Libri Sibillini”, redatti fra il II secolo a.C. ed il II secolo d.C., il cui contenuto é prevalentemente di tipo profetico ed oracolare, e l'Ascensione di Mosè, del I secolo a.C., contenente la storia del popolo ebraico, dalle origini all'avvento di Cristo, conservatoci in versione latina tratta da un originale greco.

Notevole é poi il “Libro dei Giubilei”, che, a detta di Girolamo, fu scritto in ebraico ma fu trovato solamente in versione etiopica e, in parte, tradotto in latino: esso risale probabilmente al I secolo a.C. e contiene, sul succedersi cronologico dei Giubilei, che si tenevano ogni quarantanove anni, le vicende del popolo eletto dalla creazione alla Pasqua mosaica. Il “Testamento dei Dodici Patriarchi”, scritto in ebraico all'incirca nel II secolo d.C., narra la vita dei patriarchi ed i consigli che essi rivolsero alla popolazione: il testo originale é purtroppo andato perduto ma ce ne rimangono diverse versioni in lingua slava, greca ed armena. Non posteriore al I secolo d.C. é il “Libro di Zadoc”, compilato nell'ebraico dell'Antico Testamento ed indirizzato ad una comunità giudaica residente a Damasco.

Stesura dell'Antico Testamento
I numerosi libri che contengono la Bibbia furono compilati in tre lingue diverse: ebraico, aramaico e greco. L'Antico Testamento fu scritto per la quasi totalità in ebraico, tranne alcune parti dei libri di “Esdra”, di “Daniele” ed una breve glossa di “Geremia” scritte e conservateci in aramaico. Furono originariamente compilati in aramaico anche “Sapienza” ed il II “Maccabei”, che tuttavia oggi conosciamo solo in versione greca. Il Nuovo Testamento fu invece redatto interamente in greco, eccetto la prima versione del “Vangelo di Matteo”, che fu compilata in aramaico, di cui però ci è pervenuta solo la traduzione greca. La trasmissione dei testi della Bibbia é però differente per il Vecchio e per il Nuovo Testamento perché, pur essendo andati completamente perduti i manoscritti originali degli autori (come é del resto per tutti i testi dell'antichità), le copie successive, derivate da quelli e giunte sino a noi, differiscono in ordine di tempo per i due Testamenti. L'Antico Testamento fu iniziato frammentariamente a partire dal XI secolo a.C. e la sua composizione proseguita per molto tempo, ma già dal III secolo a.C. lo si può considerare completo, pure se non ancora definitivamente ordinato e fissato nelle sue parti generali. Il corpo letterario é costituito sia da varie tradizioni popolari, che prendevano forma in epoche diverse tramite l'opera ispirata di religiosi detti “profeti”, sia da testi e profezie attribuite a più autori, i cui contorni però restano sconosciuti o sfumano nel leggendario.

FONTI E TRADUZIONI Manoscritti originali ebraici.
Fino a pochi decenni fa si conoscevano solo pochissimi manoscritti del testo ebraico che risalissero almeno al X secolo d.C.: non erano più di due o tre e per di più decisamente recenti. Gli altri, all'incirca tre migliaia di esemplari, di cui più di ottocento conservati nella biblioteca parmense di G. De Rossi, erano posteriori e, molti, recentissimi. Inoltre la maggior parte di essi non conteneva l'intera Bibbia ma solo parti o frammenti, sicché si avevano testi assai lontani dalle fonti originali, da dieci a più di venti secoli, e per lo più frammentari. Tuttavia accuratissimi lavori di confronto e di critica filologica avevano dimostrato che le diversità esistenti fra questi manoscritti erano pochissime e le eventuali divergenze non alteravano quasi mai la sostanza della narrazione ma tutt'al più l'aspetto formale. La sostanziale univocità e concordanza dei testi era determinata principalmente da due elementi: da un lato la cura attenta e minuziosa e la certosina pazienza con cui gli scribi giudei, in epoca successiva a Cristo, ricopiarono i Testi Sacri, e dall'altro il fatto che i manoscritti superstiti dipendevano da un testo unico, stabilito con valore ufficiale nel II secolo d.C.: la “Massora”. “Massorah” in ebraico significa “tradizione”, e dopo che al sinodo di Jamnia del 98 d.C. fu stabilito il canone biblico ebraico, si fissò una versione ufficiale della Bibbia da parte di Rabbi Aquiba, morto nel 135 d.C.

Questa redazione ci é pervenuta attraverso il “Codice di Leningrado” (un vero libro e non più dei rotoli) compilato fra l'895 ed il 1008 d.C. con il testo completo ed ufficiale della Bibbia, detto appunto “Massora”. I Massoreti, cioè i “Testimoni della tradizione”, fra il VII ed il X secolo aggiunsero al testo dei segni diacritici che indicavano la pronuncia corretta dei vocaboli secondo la tradizione e fissavano pure il testo definitivo mediante numerose e minute prescrizioni che avevano lo scopo di trasmetterlo con la massima precisione possibile. Manoscritti originali anteriori al I secolo d.C. non ne esistevano fino al 1947. In quell'anno, infatti, in Giordania, ad una dozzina di chilometri da Gerico, presso le rovine di Khirbet Qumran, furono scoperti, in alcune grotte presso il Mar Morto, alcune anfore di argilla contenenti rotoli di pelle avvolti nel lino e scritti a caratteri ebraici. I manoscritti, in numero di sette, furono immediatamente acquistati dall'Università ebraica (tre) e da un convento siriano giacobita (quattro). Gli scavi, subito iniziati sotto la direzione del Reverendo Padre di Vaux, portarono al rinvenimento di nuovi importanti documenti che una volta ritrovati furono pazientemente ricostruiti ed interpretati da archeologi e studiosi; i manoscritti ritrovati dopo la prima scoperta effettuata dal pastore Mohammed Ed-Dib, furono acquistati sia dallo Stato di Israele sia da diverse Università.

La provenienza dei rotoli è stata convenzionalmente indicata con la sigla IQ in riferimento alla prima grotta, IIQ che designa la seconda grotta e così via: in tutto ben undici grotte hanno fornito importanti documenti. É ormai concordemente ammesso che i rotoli convenuti costituivano la biblioteca di una comunità religiosa della rigida e severa setta degli Esseni, la cui storia é simile a quella del movimento cristiano, che risaliva all'incirca al I secolo d.C.: in particolare nei testi rinvenuti si troverebbe narrata la vita di un “Maestro di giustizia” che sarebbe stato martirizzato prima dell'occupazione di Gerusalemme da parte delle truppe pompeiane, avvenuta nel 63 a.C. É questa la tesi sostenuta dall'archeologo francese Dupont-Sommer, che è però stata criticata da alcuni colleghi cattolici, i quali fanno risalire questi scritti alla seconda metà del I secolo d.C. e precisamente ritengono che siano stati nascosti prima della sanguinosissima guerra giudaica del 68 d.C. I suddetti manoscritti, redatti sia in ebraico antico sia in aramaico, si possono suddividere in due categorie principali: da una parte le copie o i frammenti di libri biblici e dall'altra, in un numero assai maggiore, gli ordinamenti di una comunità di asceti che di volta in volta si trovano definiti come i “Convertiti”, i “Giusti” o gli “Eletti di Dio”.

Per quanto riguarda le copie e i frammenti di libri biblici essi, pur costituendo per noi i manoscritti più vicini agli originali, non sembrando differenziarsi sostanzialmente dalle versioni che, diversi secoli più tardi, costituiranno le fonti tradizionali del Pentateuco e dell'A.T. (la “Massora”, la “Settanta” e la “Samaritana”). I più importanti fra questi rotoli ci hanno conservato due libri completi di “Isaia”, parte della “Genesi”, dell'“Esodo” e del “Deuteronomio” e di molti altri libri dell'Antico Testamento, e costituiscono i più antichi documenti su di esso in nostro possesso. Davvero notevole, fra i molti, é un rotolo di 7,34 metri di lunghezza per trenta centimetri di larghezza contenente il libro di “Isaia” e diversi altri frammenti che risalgono al periodo precristiano, forse al I secolo a.C. Ad altri documenti in lingua ebraica anteriori al X secolo appartengono il cosiddetto “Papiro di Nash”, del II secolo a.C., su cui sono incisi i Dieci Comandamenti dati da Dio a Mosé sulla Montagna Sacra, ed alcuni frammenti del V secolo d.C. rinvenuti nella “genizah” del Cairo. “Genizah” era il luogo dove venivano riposti i manoscritti troppo consunti per servire ancora all'usuale lettura che se ne faceva nelle sinagoghe e che, essendo considerati sacri, non si aveva animo di distruggere.

Anteriore al X secolo è pure il “Codice del Cairo”, contenente i libri profetici. Volendo invece rifarsi alle prime edizioni stampate in ebraico, esse sono: la “Bibbia” di Felix Pratensis e quella di Jacob Ben Chayim impresse nel 1524-1525 a Venezia: quest'ultima conteneva anche, oltre al testo ebraico, un “targum”, ovvero una “traduzione” in aramaico e i commentari più famosi. Sin dai tempi anteriori a Cristo, i testi originali della Bibbia cominciarono ad essere tradotti in varie lingue, ed anzi questo fenomeno si manifestò ancor prima che fosse stato fissato ufficialmente il numero dei libri sacri, per poter assicurare la comprensione del testo a tutti, quando ormai le versioni originali erano poco o nulla comprese. Quest'opera fu cominciata dalle stesse comunità giudaiche di Palestina, ed anche da quelle viventi fuori di essa in seguito alla diaspora. Successivamente si occuparono di ciò anche le prime comunità cristiane, che pur avendo ricevuto i testi dal giudaismo, non ne comprendevano la lingua. Queste antiche versioni della Bibbia sono oltremodo importanti per diversi motivi, primo fra i quali la possibilità di un utilissimo confronto per poter verificare il grado di conservazione del manoscritto o del documento in nostra mano, e per effettuare eventuali integrazioni o rettifiche.

Versioni aramaiche
Già prima della venuta di Cristo, i Giudei palestinesi avevano abbandonato l'uso dell'ebraico nella vita privata, sostituendolo con un'altra lingua semitica: l'aramaico. Fu quindi necessario tradurre la Bibbia in questa lingua. Queste traduzioni sono fra le più antiche che possediamo e, tra l'altro, anche le più vicine linguisticamente parlando, al testo ebraico. Nella pubblica lettura delle Sacre Scritture che avveniva nelle sinagoghe si continuava ad usare, benché non fosse ormai più il linguaggio corrente, l'ebraico antico: questo per rispetto alla Bibbia che era considerata sacra, quantunque la lingua antica fosse compresa via via sempre meno. L'ostacolo fu superato col far seguire alla lettura di un breve passo biblico la sua traduzione in lingua aramaica ad opera di un Turgeman, ossia di un “traduttore”, il cui discorso costituiva un “targum”, ossia una “traduzione” del testo. Queste traduzioni risultarono essere estremamente fedeli per i primi cinque libri della Bibbia, cioè il “Pentateuco”, mentre per i successivi divennero man mano assai più libere, anche perché al semplice testo si usava aggiungere commenti, spiegazioni e parafrasi.

Per i primi tempi queste traduzioni vennero affidate esclusivamente alla memoria e ad una pur fedele trasmissione orale, ma vennero col tempo fissate per iscritto, tanto che, sorte poco prima della nascita del cristianesimo, nel IV secolo ricevettero già una definitiva sistemazione, sotto la cui veste sono giunte sino a noi. Ci sono pervenute diverse traduzioni aramaiche, di valore differente, ma in genere proporzionato all'antichità del manoscritto, fra le quali spicca per il grande valore il “Targum di Onkelos” (forse un'alterazione del nome greco di Aquila), che é il più letterale e risale circa al II secolo, ma purtroppo riporta il solo “Pentateuco”. Altro targum importante, sebbene offra una traduzione più libera e parafrasata di quello precedente, è il “Targum di Jonathan”, che contiene la classe del “Profeti”. Vi sono ancora numerosi targum della classe degli “Agiografi” che, a causa dell'origine tardiva e comunque non precedente al VI secolo e del testo poco attendibile, non rivestono che un'assai scarsa importanza ai fini di una attendibile critica testuale.

Versioni greche
Fra le versioni in lingua greca dell'Antico Testamento primeggia quella cosiddetta dei “Settanta”, poiché secondo una leggenda già espressa nella falsa lettera di Aristea, forse del II secolo a.C., e ripresa successivamente da vari autori sia cristiani sia Giudei, sotto il regno di Tolomeo II Filadelfo (283-246 a.C.) giunsero da Gerusalemme ad Alessandria, per volere del sovrano, settantadue interpreti per approntare una traduzione delle Sacre Scritture. In effetti questa versione, antichissima fra quelle della Bibbia rimaste, pare fosse già cominciata, almeno in parte, nel corso del III secolo a.C. per permettere agli Ebrei residenti in Alessandria di capire la “Parola di Dio”, del tutto incomprensibile nella lingua originaria per la maggior parte di essi. Essa fu sicuramente opera di diversi traduttori, come è facilmente desumibile dagli svariati stili e toni rintracciabili nella narrazione. Certamente la prima parte di cui si intraprese la traduzione in greco fu il “Pentateuco”, fedele al testo ebraico e letterariamente curato anche in greco, iniziato probabilmente poco dopo il 300 a.C. Per quanto riguarda gli altri libri, tradotti fra il III ed il II secolo, é possibile rilevare in essi più di una differenza stilistica e narrativa: si va dai mediocri “Libri Profetici”, tra cui quello di “Daniele” é tanto scadente che fu sostituito dalla Chiesa greca con la versione di Teodozione, ai “Paralipomeni” o ai “Giudici”, fedelmente tradotti come il “Pentateuco”, o all'“Ecclesiste” e al “Cantico”, la cui versione é eccessivamente aderente all'ebraico, mentre troppo se ne discostano “Giobbe” o i “Proverbi”.

La traduzione del “Settanta”, malgrado le suesposte lacune, godette di una buona popolarità e diffusione presso i Giudei almeno in un primo tempo, poiché in seguito, al contrario dei cristiani presso cui incontrò e mantenne un costante favore, essi avanzarono non poche critiche che li portarono ben presto ad una posizione di aperto contrasto con le comunità cristiane. In seguito poi all'acuirsi delle divergenze fra le due religioni e in vista anche di differenze qualitative e quantitative che il testo dei “Settanta” presenterebbe nei confronti delle fonti originali in ebraico, gli Ebrei finirono per ripudiarla definitivamente, adottando in sua vece altre versioni greche, quali quelle di Teodozione, di Simmaco o di Aquila, tutti e tre Giudei di lingua greca. Le tre versioni citate hanno valore differente l'una dall'altra: per la sua Teodozione utilizzò generalmente come testo base quello greco dei “Settanta”, attentamente corretto però e riveduto secondo le fonti originali in ebraico; Simmaco, invece, che si può forse considerare il migliore dei tre, scrisse con stile chiaro e comprensibile ed anche letterariamente curato, ma a volte indulse purtroppo a traduzioni troppo libere o personali, mentre Aquila redasse la sua traduzione secondo criteri opposti, risultando aderente fino all'eccesso al testo ebraico.

Altre versioni greche successive a quella dei “Settanta, giunteci però solo in pochi e sparsi frammenti, sono quelle dette “Quinta” e “Sesta” (e “Settima”), dalla posizione che occupavano nella monumentale Bibbia di Origene di Alessandria. Il testo dei “Settanta” ebbe comunque un'importanza notevole ed una funzione insostituibile nella trasmissione delle Sacre Scritture nel mondo antico ed anche, come già detto, una notevole diffusione: grazie a ciò ci é giunto attraverso un numero considerevole di manoscritti, in totale più di millecinquecento, di cui tuttavia una gran parte non riporta che i “Salmi”, mentre gli unciali (testi compilati a caratteri maiuscoli), che contengono l'intera opera, sono i medesimi del Nuovo Testamento. La grande diffusione di un testo però, se aumenta notevolmente le probabilità che esso si conservi in numerose copie e quindi ci giunga attraverso i secoli in più edizioni, é anche a volte causa di eventuali errori, più o meno volontari, nella trascrizione, se non addirittura di correzioni ed aggiunte personali effettuate dai privati con scopo esplicativo o esortativo: é questo purtroppo il caso della traduzione dei “Settanta”, che già dal II secolo d.C. offriva parecchie divergenze, e spesso non solo formali, a seconda dell'edizione, e tutto ciò proprio quando sorgevano più accese ed aspre le controversie sulla sua maggiore o minore aderenza al testo ebraico e venivano redatte altre versioni greche delle Sacre Scritture.

Nel tentativo di porre finalmente termine a queste dispute, un teologo e filosofo di Alessandria, Origene (185-254?), mise mano alla sua maggiore opera filologica, una delle più imponenti dell'antichità, la Bibbia detta “Esapla” o “Sestupla”, costituita da un'ampia sinossi dell'Antico Testamento, ordinata in un prospetto di sei colonne, da cui deriva il nome. Nella prima colonna egli forniva il testo ebraico in caratteri ebraici: nella seconda la trascrizione di esso in caratteri greci; nella terza la versione di Aquila, considerata la più fedele al testo ebraico; nella quarta riga il testo di Simmaco; nella quinta la versione dei “Settanta” ed infine nella sesta trascrisse la versione di Teodozione. Quando vi erano altre versioni greche, come ad esempio per i “Salmi”, esse erano aggiunte in un'apposita settima od ottava colonna, dalle quali l'opera attinse anche il nome di “Ettapla” od “Ottapla”. Dalla versione “Esapla si estrasse col tempo una redazione ridotta, la “Tetrapla” o “Quadruplice”, che ignorando le prime due colonne, inutilizzabili ormai per la maggior parte dei cristiani, si serviva invece delle rimanenti quattro. Scopo di quest'opera monumentale, composta da circa seimilacinquecento pagine suddivise in colonne sulle quali non trovavano posto più di due o tre parole per volta, il tutto riunito in non meno di una cinquantina di volumi, era quello di fornire un'edizione realmente critica della versione dei “Settanta” e di ricondurla alla primitiva purezza mediante immediati raffronti, a colpo d'occhio, con le opere parallele di maggior rilievo.

Per questo motivo egli segnalò le eventuali divergenze fra il testo dei “Settanta” e quello originale con due segnature speciali: un obelo (U) indicava i passi che mancavano nel testo ebraico ed erano presenti in quello greco, mentre un asterisco (*) segnalava i brani del testo ebraico che non si riscontravano nella versione greca. L'immane fatica del dotto alessandrino fu custodita nella biblioteca di Cesarea in Palestina, e dopo la conquista araba del VII secolo se ne perse ogni traccia: il danno fu pressoché irreparabile, quantunque ci siano pervenuti frammenti, in quanto l'opera non era mai stata ricopiata integralmente. La sua importanza resta tuttavia notevole, poiché fu consultata da moltissimi dotti dell'epoca, tra cui Girolamo, autore della versione latina “Vulgata”, testo ufficiale della Chiesa cattolica. Prima della scomparsa erano state effettuate copie di alcuni libri, specie i “Salmi”, su ogni colonna, e inoltre di tutta la Bibbia sulla sola quinta colonna, quella che riportava il testo dei “Settanta”, ma dato che in genere furono omesse le indicazioni filologiche di Origene, non si fece che aumentare le incertezze e le contraddizioni del testo. Già dal IV secolo si tentò di emendare tali pecche dalla versione dei “Settanta” con diverse recensioni critiche, fra le quali una attribuita ad Esichio di Alessandria (311?), di cui non si sa quasi nulla, ed un'altra attribuita a Luciano d'Antiochia (312) anch'esso martire, ma probabilmente anteriore a lui: questa versione predominò in Siria ed in Asia Minore.

Le già notevoli divergenze aumentarono nei secoli successivi, a causa dell'apparizione di nuove recensioni, ma fortunatamente a partire dal III e dal IV secolo abbiamo la fedele documentazione di papiri e di codici unciali, sui quali odiernamente si ricostruiscono le edizioni critiche. Tuttavia, a prescindere dalla singola vicenda della versione dei “Settanta”, pure di notevole importanza per il fatto che da essa e non dagli originali testi ebraici furono estratte le successive versioni della Bibbia, la “Esapla” riveste un duplice, fondamentale significato negli studi biblici: come testimonianza dell'acume critico e della diligenza con cui procedette nella sua opera Origene, avendo sempre presente lo scopo filologico del suo lavoro e senza abbandonarsi all'interpretazione allegorica degli scritti (quantunque fosse maestro e caposcuola di un circolo con appunto queste direttive) e come attestazione dell'ormai viva e sentita esigenza della Chiesa dei primi secoli di un testo puro ed emendato, di reale valore, su cui poggiare la propria fede e la propria autorità, al di là delle molte interpolazioni posteriori dovute a privati o, soprattutto, a sette gnostiche.

Versioni in altre lingue antiche
L'Antico Testamento fu tradotto in lingua siriaca (varietà dell'aramaico parlato ad Edessa, oggi Urfa, in Turchia, ancora oggi lingua liturgica della chiesa cristiana di rito siriaco) in una versione detta la “Peshitta”, ovvero la “Semplice”, di grande valore critico ed estetico. Le prime traduzioni riguardarono sicuramente i libri cosiddetti “Protocanonici”, mentre i deuterocanonici ed altri furono aggiunti solo più tardi, tratti dalla versione greca dei “Settanta”. Altre versioni in siriaco sono la “Filosseniana”, che fu redatta su commissione di Filosseno nel VII secolo: anch'essa trae la sua origine dalla suddetta versione greca, ma non ce ne rimangono che frammenti. Un'altra versione siriaca, la “Siroesaplare”, denominata così in quanto tradotta dal greco in siriaco sulla scorta della “Esapla” di Origene, risale come la precedente al VII secolo: ci rimangono altre versioni in questa lingua, ma la loro importanza ed anche il loro valore sono decisamente inferiori a quello delle opere sopraccennate.

Ci sono pervenute, più o meno complete e ben conservate ma spesso ridotte a poco più che scarsi frammenti, numerose altre edizioni della Bibbia in diverse lingue: una delle più importanti, da un punto di vista linguistico oltre che religioso, é la “Bibbia di Ulfila”. Ulfila, che è forma greca del nome gotico Wulfila, fu vescovo ariano dei Goti stanziati nel bacino del Basso Danubio e visse fra il 311 ed il 383; portò a termine i propri studi e la propria formazione religiosa a Costantinopoli, ove fu consacrato vescovo. Della sua traduzione delle Sacre Scritture ci sono pervenuti diversi manoscritti, probabilmente redatti durante il dominio ostrogoto, che durò dal 189 al 555, e tutti provenienti dall'Italia: il più importante è indubbiamente il policromo Codex Argenteus di Upsala, di quasi 200 pagine, ritrovato a Werden e depositato a Praga da dove fu asportato dagli Svedesi che nel XVII secolo lo offrirono alla regina Cristina di Svezia.

Ci rimangono anche altri frammenti, contenuti nel Codex Carolinus e proprietà di varie biblioteche ed Università, ma di minor importanza. Da questi manoscritti é possibile ricavare parecchio materiale del Nuovo Testamento e delle “Lettere” di S.Paolo, oltre a brevi brani dell'Antico Testamento. Per ciò che riguarda il problema del linguaggio la “Bibbia di Ulfila” fu sicuramente tradotta dal greco dei manoscritti allora usati a Costantinopoli, che contenevano però numerose interpolazioni latine, in una forma gotica che si arricchiva spesso di grecismi o, appunto, di latinismi. Tuttavia si é ancora lontani dalla soluzione dei molti interrogativi che ancora permangono sul testo e sulle modalità di traduzione di esso, ove si consideri che Ulfila fu costretto a fissare in gotico forme ed argomenti del tutto estranei a quel linguaggio e a quella mentalità, ed anzi ideò egli stesso i caratteri di cui servirsi, basandosi principalmente su quelli greci ma utilizzando ugualmente latinismi o caratteri runici.

Il gotico di Ulfila, poi, benché non rappresenti la totalità delle parlate teutoniche del tempo, é la più antica lingua germanica a noi nota di cui si possiedano documenti scritti, e per questo motivo immensa é la sua importanza negli studi degli antichi idiomi germanici; fondamentale é inoltre il suo ausilio nel tentativo di comprendere la mentalità di quelle antiche popolazioni, grazie anche alla grande abilità del vescovo nel rendere il testo originario greco nella rozza prosa gotica. Antiche edizioni della Bibbia sono pure la “Copta”, del III secolo, compilata per i cristiani d'Egitto in quattro forme dialettali diverse per l'Egitto meridionale, centrale o settentrionale: il sahidico, il bohairico, il faiumico e l'akhminico: dai frammenti rimastici é probabile che solo le versioni compilate nei primi due dialetti e tratte dai “Settanta” si estendessero a tutta la Bibbia. Del V e VI secolo é l'“Etiopica”, anch'essa tratta dalla versione dei “Settanta”, come pure l'“Armena” e la “Georgiana”, successive a questa. Assai numerose anche le versioni arabe, anche se tratte da fonti e testi differenti fra loro, e comunque non anteriori all'VIII secolo, mentre del IX secolo é la traduzione della Bibbia in slavo antico.

Versioni latine
Le versioni latine della Bibbia rivestono una particolare importanza all'interno del cristianesimo e della storia della Chiesa Romana e vengono suddivise in due parti a seconda che siano state composte anteriormente o successivamente all'edizione “Vulgata” di Girolamo. Le primissime edizioni latine della Bibbia risalgono al II secolo, ma non conosciamo con esattezza il loro numero e la loro origine, anche se probabilmente la maggior parte proveniva dall'Africa Romana. La loro quantità aumentò notevolmente col passare del tempo, e con essa aumentarono gli inevitabili errori e divergenze dovuti sia alla apparizione di nuove traduzioni parziali sia ai continui interventi sull'unica traduzione originale, tanto che gli stessi Padri della Chiesa, come Agostino, ebbero a lamentare che quasi ognuno che conoscesse greco e latino, intraprendeva una nuova traduzione dei Libri Sacri.

Lo stesso Agostino, tuttavia, indicava come preferibile alle altre una versione detta “Itala” una fra le prime traduzioni sistematiche della Bibbia dal greco in latino, opera di numerosi autori anonimi a cavallo fra il II ed il III secolo. A parere di molti esperti questa versione sarebbe stata molto usata in Italia, ed in particolare a Milano, mentre altri ritengono che il nome “Itala” rivesta un altro significato o addirittura sia un errore di copiatura. Con questo nome comunque si distingue la versione “europea” da quella adottata nell'Africa cristiana, differente dalla prima soprattutto nella versione data dai vocaboli greci, che nella “Itala” é più conforme alla mentalità latina. Sia la “Itala” sia la “Afra” appartengono tuttavia alla cosiddetta “Vetus Latina”, ovvero ad una serie di versioni latine della Bibbia precedenti la “Vulgata”, di cui probabilmente si servì lo stesso Girolamo per la sua riedizione.

Prima di Girolamo la traduzione era effettuata dal testo dei “Settanta” per l'Antico Testamento e dai testi originali per il Nuovo Testamento: fedele ed anzi quasi pedissequa, essa é composta nel latino della decadenza e tende quindi spesso a latinizzare vocaboli greci: per quanto poi, come é rilevato dai differenti stili della narrazione, quest'opera risulti dalla fatica di svariati autori, é tuttavia raccomandabile per l'aderenza ai testi antichi. Di essa ci rimangono ampie parti, perché furono riprodotte per intero da Girolamo nella sua “Vulgata”: in particolare ci restano la parte deuterocanonica dell'Antico Testamento, salvo “Tobia” e “Giuditta”, i “Salmi” ed il Nuovo Testamento, anche se queste due ultime parti dopo i ritocchi di Girolamo. Altri frammenti e soprattutto citazioni posteriori ci ricompensano in parte dei brani mancanti, benché il loro numero non sia grande.

Sul finire del IV secolo si manifestò da parte di molti la sentita necessità di una radicale revisione dell'antica versione latina “Vetus Latina”, che per i molteplici errori di copiatura, per la condizione deplorevole e spesso trascurata dei codici ed anche per le numerosissime singole versioni si trovava in stato di grande incertezza e confusione. All'imponente opera di emendamento si accinse San Girolamo (347-420), studioso esperto e ben preparato, che univa alla vasta ed approfondita erudizione generale un'ottima conoscenza del greco e del latino e, più tardi, anche dell'ebraico e dell'aramaico. Dapprima Girolamo compì molti interventi di correzione sulla “Vetus Latina”, e nella revisione del 383 dei quattro Vangeli si limitò a pochi ritocchi formali. Non si è del tutto sicuri, anche se ammesso dalla quasi totalità degli studiosi, che in quell'anno stesso o al massimo nell'anno successivo, nel 384, egli rivide, anche se in modo più affrettato, il resto del Nuovo Testamento, insieme agli “Atti degli Apostoli”, alle “Epistole” e alla “Apocalisse”.

Riprese comunque sicuramente, confrontandolo col greco dei “Settanta”, il libro del “Salmi”. Recatosi in Oriente, Girolamo ebbe modo di conoscervi la Bibbia “Esaplare” di Origene, e sulla base di questo testo mise mano alla versione latina di altri libri, quali “Giobbe”, i “Proverbi”, l'“Ecclesiaste”, i “Paralipomeni” ed il “Cantico dei Cantici”, che però, tranne che per i “Salmi” ed il libro di “Giobbe”, non ci è pervenuta. Pare che Girolamo limitasse la propria revisione a pochi libri, avendo già in mente l'arduo progetto della traduzione dell'Antico Testamento direttamente dagli originali ebraici, disegno che, concepito intorno al 390, lo porterà al compimento dell'edizione della Bibbia detta “Vulgata”. Egli cominciò l'immane lavoro con i libri di “Samuele”, e dei “Re”, passò quindi ai “Salmi”, ai “Profeti”, a “Giobbe” (392-393); poi ad “Esdra” e alle “Cronache” (394-396).

Dopo due anni di interruzione dovuti ad una lunga malattia, nel 398 riprese con la traduzione del “Proverbi”, continuando con l'“Ecclesiaste” ed il “Cantico dei Cantici”. Sembra che all'incirca nel 401 traducesse il “Pentateuco”, mentre al 405 risalgono “Giosuè”, i “Giudici”, “Ruth”, “Esther”. Dal caldaico tradusse in latino le aggiunte deuterocanoniche di “Daniele”, poi “Tobia” ed infine “Giuditta”. Operò una rigida cernita, tralasciando perché considerati non canonici o dubbiosi “Sapienza”, “Ecclesiastico”, “Baruch” con la “Lettera di Geremia, i due libri dei “Maccabei” ed il “Terzo” e il “Quarto Esdra”: questi libri furono introdotti da Girolamo nella “Vulgata” dalla versione “Vetus Latina”. Permangono altre incertezze nei confronti delle aggiunte deuterocanoniche al libro di “Esther:” probabilmente quello in nostro possesso é un rifacimento di Girolamo stesso sul testo di Origene. La “Vulgata”, infine, così come ci é pervenuta risulta essere composta da quattro parti:

a) libri su cui Girolamo non operò alcuna modifica ma furono tratti di peso dalla “Vetus Latina”:
b) libri rivisti da Girolamo sul testo della “Vetus Latina”:
c) libri rifatti sul testo esaplare di Origene;
d) libri tradotti da lui personalmente dall'ebraico, che sono la grande maggioranza, rappresentando circa i tre quarti dell'intera opera.

Questa versione latina fu indicata come “Vulgata” ovvero “Comune” per la prima volta da Ruggero Bacone (1214-1294), termine questo che fu poi ripreso da Erasmo da Rotterdam e definitivamente fissato nel 1546 dal Concilio di Trento. Precedentemente la definizione “Vulgata” era stata attribuita dallo stesso Girolamo alla versione dei “Settanta” o alla “Vetus Latina”, ed era traduzione del greco “koinè”. La “Vulgata” supera di larga misura tutte le versioni precedenti per la correttezza e la dichiarazione del latino e per la fedeltà al testo originale, benché lo stesso Girolamo ci dica di non aver tradotto ogni parola secondo il significato letterale, ma di aver badato maggiormente al senso compiuto che la frase esprimeva. L'opera ebbe, come già ricordato, una grandissima importanza all'interno del cristianesimo occidentale, giacché le antiche versioni volgari della Bibbia furono tutte tratte da essa che, ancor oggi, è il testo ufficiale della Chiesa cattolica. Ciononostante essa non fu subito favorevolmente accolta e non incontrò immediatamente una incondizionata approvazione, anche per il differente valore delle parti che la costituiscono: mentre, infatti, in alcune parti della Bibbia sono evidenti gli sforzi di aderenza al testo ebraico ed una certa accuratezza formale, altre furono tradotte assai frettolosamente: pare che i “Proverbi”, l'“Ecclesiaste” ed il “Cantico dei Cantici” fossero tradotti in soli tre giorni.

Altre pecche sono riscontrabili nell'inesatta interpretazione di alcune espressioni ebraiche o anche nel seguire opinioni e credenze giudaiche o cristiane che, pur correnti al tempo, si rivelarono poi infondate: presente a volte anche qualche carenza di critica nel testo, in quanto, pur essendo esatta la traduzione dell'ebraico, questo era mal conservato nel codice. Sicuramente i libri che risultano meglio tradotti sono quelli storici, se si escludono “Tobia”, tradotto in un sol giorno e “Giuditta”, tradotta invece in una sola notte. Lo stesso Agostino ebbe da ridire, in modo particolare sulla traduzione dall'ebraico, pure se negli ultimi tempi attenuò un poco le sue posizioni. Le principali preoccupazioni di Agostino erano dovute al timore che la nuova versione sminuisse e finisse per soppiantare in un secondo tempo la “Settanta” e la “Vetus Latina”, che fino allora avevano fatto testo ed erano state consacrate da una tradizione di secoli. In effetti la nuova traduzione per più di tre secoli dovette contendere il terreno alla “Vetus Latina”, anche se la sua diffusione avvenne con rapidità differente a seconda delle zone: mentre, infatti, in Gallia si affermò assai presto, come del resto in Spagna ed in Irlanda, incontrò molti ostacoli e molta ostilità da parte della Chiesa Romana, tanto che ancora Gregorio Magno (535-604) la utilizzava unitamente alla “Vetus Latina”.

Già dai secoli VII ed VIII tuttavia, essa andò sempre più affermandosi e acquistando buona fama, così da finire per diventare la versione preferita e soppiantare quindi definitivamente le precedenti traduzioni, sia greche sia latine. Purtroppo nel corso dei secoli la “Vulgata” subì un processo di contaminazione simile a quello subìto dalla maggior parte delle antiche versioni della Bibbia, dovuto ai soliti errori dei copisti o anche, più spesso, al desiderio dei singoli lettori di apportare correzioni e migliorie, ovvero di ritoccare il testo geronimiano: il pericolo, infatti, già prospettato da Agostino si era realizzato in modo quanto mai concreto. Sorsero ed ebbero rapida e larga diffusione numerosissime recensioni dell'opera di Girolamo, con lo scopo di emendare il testo e di riportarlo alla primitiva purezza privandolo delle interpolazioni successive, specie per quanto riguardava il libro dei “Re”, dei “Proverbi” e i quattro Vangeli. Fra i codici più pregevoli per critica testuale e valore intrinseco si ricordano quello “Amiatino”, comprendente tutta la Bibbia e risalente circa alla fine del VII secolo, e quello “Fuldense”, limitato al Nuovo Testamento ma anteriore a quello precedente: risale infatti alla metà del VI secolo.

Successivamente alla situazione prospettata, vi fu il tentativo da parte di vari dotti di purificare, per quanto possibile con recensioni critiche particolari, il testo geronimiano: é il caso, ad esempio, della recensione di Teodulfo, che fu condotta su codici spagnoli ed ebbe una diffusione piuttosto limitata; al contrario molto diffusa fu la quasi contemporanea ed ottima edizione critica di Alcuino, che, ordinata da Carlo Magno, fu portata a compimento nell'anno 801. Una certa fama godette anche una recensione approntata dall'Università di Parigi, ad uso degli studenti che vi affluivano numerosi da tutta Europa, ma tutto sommato il suo valore é assai scarso. Col passare degli anni tuttavia, malgrado i suddetti tentativi da parte degli studiosi, il testo andò di copia in copia deteriorandosi sempre più nella sua trasmissione, sicché la situazione generale subì un reale aggravamento quando, in concomitanza col nascere di nuovi fermenti classicistici e la riscoperta del latino e del greco dovuta all'Umanesimo, comparvero edizioni integralmente nuove o rifacimenti o, ancora, parziali correzioni. Sorsero, infatti, ovunque centinaia di edizioni, più o meno curate e critiche, ma tutte ugualmente lontane dallo stabilire il vero testo originale della “Vulgata”, cosicché, con la Riforma protestante, quantunque la Bibbia fosse stato il primo grande libro stampato dal Gutenberg, la “Vulgata” venne definitivamente ripudiata ed i Riformati ebbero la loro celeberrima versione della Bibbia nella famosa “Bibbia di Lutero”.

Per i cattolici, invece, la “Vulgata” assume un valore particolare: dopo la Riforma, infatti, con l'approfondirsi degli studi filologici, polemiche e critiche inasprirono; la situazione era tale da costringere il Concilio di Trento a dire una parola definitiva in materia, almeno per quanto riguarda i cattolici, con l'affermazione seguente, dell'8 aprile 1546: “... considerando che potrebbe risultare utilità non scarsa alla Chiesa di Dio, se fosse noto quale, fra tutte le edizioni latine dei Libri sacri che vanno in giro, si debba ritenere per autentica: stabilisce e dichiara che questa stessa antica e vulgata edizione, la quale è stata approvata nella stessa Chiesa per lungo uso di tanti secoli, si abbia per autentica nelle pubbliche lezioni, dispute, predicazioni ed esposizioni, e nessuno per qualsiasi pretesto ardisca o presuma rigettarla”. Il decreto continua stabilendo che tutte le edizioni delle Sacre Scritture e in particolare proprio quella “antica e vulgata edizione” siano stampate “nella maniera più emendata possibile”. É da notare, comunque, che il decreto non prende in considerazione le edizioni non in latino della Bibbia e meno che meno i testi originali ed il loro valore critico, ma si riferisce esclusivamente alla “Vulgata” ed alle altre edizioni latine.

Queste ultime però, vengono nel complesso valutate piuttosto negativamente dal Concilio, o perlomeno poste su un piano nettamente inferiore alla “Vulgata”, ove si consideri che solo ad essa é attribuito l'epiteto di “autentica” che, desunto dall'antico lessico dei giuristi romani, ne conserva il valore: “autentica” sta cioè ad indicare una opera di estrema autorità e il cui peso è determinante in ogni giudizio, grazie alla fama ed al credito di cui gode, e che pertanto non potrà essere svalutata, ignorata o peggio ancora rigettata da nessuno, e nessuno potrà più riaprire la questione della sua autenticità: la “Vulgata” viene così ad assumere queste prerogative per quanto riguarda la Chiesa cattolica e la rivelazione cristiana. I teologi sono oggi concordi nell'affermare il valore “disciplinare” e non “dogmatico” del decreto conciliare, che può quindi essere revocato, prescrivendo esso una norma da seguire nella pratica e non questioni di fede. Ciononostante all'interno del decreto si presuppone comunque un fatto dogmatico, ovvero l'aderenza del testo geronimiano a quello biblico, poiché se venisse a mancare tale presupposto la “Vulgata” perderebbe ogni valore come testo sacro.

Si è pure concordi, da parte della maggioranza degli studiosi, nel convenire che é sufficiente una concordanza di significato cogli originali, pure se l'aderenza del testo non è assoluta: la Vulgata” viene quindi considerata valida su qualsiasi argomento di fede o morale, e se per i cattolici non è possibile prescindere da essa su tali questioni, è comunque sempre auspicabile il ritorno ai testi originali, coll'intento di apportarvi eventuali migliorie testuali od eventuali correzioni ed integrazioni. E ciò a maggior ragione se si considera che il decreto conciliare si riferiva al testo reale della Vulgata”, senza alcuna interpolazione successiva, cosa che al tempo del Concilio era praticamente impossibile ottenere, considerato che la situazione di incertezza, poc'anzi prospettata, era giunta al suo culmine. Il Concilio stesso si era reso conto della necessità di un'edizione emendata dell'opera geronimiana, ed aveva affidato il compito di revisione alla Sede Romana, con la speranza che essa potesse terminare il lavoro prima della chiusura del Concilio e quindi il testo potesse essere ufficialmente approvato durante i lavori conciliari.

L'arduo compito, iniziatosi nel 1546 con Paolo III si dimostrò ben presto assai più lungo del previsto, protraendosi per molti anni e trovando infine la sua conclusione nel 1592 con Clemente VIII, assai dopo la chiusura del Concilio. All'opera di revisione della “Vulgata” parteciparono coll'ausilio dei codici più autorevoli molti noti studiosi, quali il Morone o Flaminio Nobili, mentre edizioni critiche diverse apparivano anche da parte di privati, come quella di Lovanio. Nel 1590 la nuova redazione, che era stata approntata da più commissioni successive di dotti, fu pubblicata con le numerose aggiunte apportatevi dal papa Sisto V, e costituì l'edizione detta “Sistina”. Alla morte del pontefice, avvenuta nell'agosto dello stesso anno, si tentò nei limiti del possibile di porre rimedio ai numerosi ritocchi che egli aveva apportato alla “Sistina” anche dopo che l'opera era passata dalle stamperie vaticane, ritirando e distruggendo le copie che erano già state distribuite ed era stato possibile rintracciare e contemporaneamente dando inizio col nuovo pontefice Clemente VIII ad una nuova serie di lavori che due anni più tardi porterà ad un'edizione definitiva, detta versione “Clementina”.

Per quanto, come ammesso nella stessa prefazione all'opera, essa fosse suscettibile di numerosi miglioramenti (cosa che del resto era stata subito rilevata dagli studiosi) rimase il testo ufficiale della Chiesa Romana e solamente nel nostro secolo, e precisamente nel 1907, la Santa Sede, accogliendo le istanze che giungevano da varie parti, decise di rimettere mano all'edizione “Clementina”. Il lavoro fu intrapreso da due Padri Barnabiti italiani, l'Ungarelli ed il Vercellone, ed intitolato: “Variae lectiones Vulgatae bibliorum editionis”; esso fu purtroppo interrotto dopo il libro dei “Re” per la morte del Vercellone, e quindi ripreso dalla Santa Sede che affidò l'incarico di portare a termine l'opera iniziata all'Ordine Benedettino, che ha già curato la pubblicazione dei primi libri della Bibbia.

Versioni italiane
Di traduzioni delle Sacre Scritture in italiano si ha notizia fin dal XIII secolo, ma non si tratta mai di opere intere bensì di singoli brani e spezzoni e comunque di indole così libera e personale da risultare più spesso parafrasi o interpretazioni piuttosto che vere e proprie traduzioni, il che indica anche l'appagamento e la soddisfazione che il popolino ricavava dalla lettura dei Sacri Testi, che anzi divenivano spesso, specie per quanto riguarda il libro dei “Salmi”, che la gente conosceva a memoria, oggetto di canzoni sacre od omelie. Sulla base di questi saggi nel XV secolo furono pubblicate a Venezia le due prime Bibbie in volgare (1471) ad opera di Nicolò Malermi e di Nicola Jenson, lavori che ebbero ampia diffusione in Veneto fra la gente comune. Contro le versioni in volgare troppo libere e personali si scagliò l'autorità ecclesiastica di Roma, spinta dal pericolo della Riforma a restringere assai e a limitare la diffusione e soprattutto la compilazione delle versioni in volgare, coercizioni che, prima rigide, anche se sembra scarsamente applicate, si vennero col tempo via via mitigando.

Varie traduzioni della Bibbia in italiano si diffusero subito dopo il XV secolo, e fra le più note vi sono quella protestante di Giovanni Martini e quella cattolica di Diodati. La prima, che fu interdetta ai cattolici, fu redatta sui testi originali, sia ebraici che greci, e venne stampata nel 1604 a Ginevra; costituisce il testo ufficiale dei protestanti italiani. La seconda é invece la diffusissima traduzione dell'arcivescovo di Firenze, che cominciò ad essere stampata a Torino nel 1769 ed uscì quindi per intero in vari tomi successivi a Napoli ed a Firenze, fino all'edizione definitiva che dal 1782 si protrasse fino al 1792, con ampie introduzioni e numerose note esplicative. Numerose traduzioni anche dai testi originali ebraici apparvero poi nel XIX secolo e in quello attuale, grazie anche al rifiorire degli studi biblici e filologici nel nostro paese.

Versioni in lingue moderne
Famosissima e giustamente considerata la regina delle edizioni protestanti della Bibbia è la “Bibbia di Lutero” (1487-1546), con la quale il riformatore volle finalmente dare al proprio popolo una versione delle Sacre Scritture in ottimo tedesco e aderente alla sua mentalità. La “Bibbia di Lutero” non fu tuttavia l'unica o la prima versione in lingua tedesca dei Libri Sacri, in quanto erano già state redatte in precedenza ben quattordici versioni in alto tedesco e tre in basso tedesco, la più antica delle quali, opera del Mentel, risaliva al 1466, mentre la più recente venne pubblicata ad Halberstadt nel 1522. Espressione di un'Europa permeata di spirito umanistico, Lutero non poteva non risentire nella lunga e tormentata compilazione del suo capolavoro, delle nuove, pressanti istanze dell'Umanesimo e della Riforma.

I nuovi fermenti spirituali ed intellettuali furono da Lutero tradotti in due principi che saldamente fungeranno da guida a tutta la sua opera: essi sono innanzitutto l'esigenza di risalire alle fonti originali, ebraiche e greche, nel tentativo di ripristinare il più esattamente possibile il testo antico, estrapolando le purtroppo numerose aggiunte e variazioni successive, le quali spesso non si limitavano a ritocchi formali; quindi la necessità molto avvertita di una stretta aderenza del libro alla mentalità del popolo al quale é destinata: infatti, ferme restando l'esattezza e la correttezza della traduzione, é tuttavia necessario adattarne lo stile e i contenuti alle tradizioni di coloro ai quali l'opera è destinata. Questi due nuovi ed originali elementi costitutivi saranno la fortuna della Bibbia luterana e ne aiuteranno notevolmente la diffusione, che fu in breve tempo notevole.

Tratta dunque dai testi ebraici e greci che già Erasmo da Rotterdam aveva rivisto nel 1516, essa è tradotta in un linguaggio nato dalla fusione dei numerosi dialetti tedeschi del tempo, armoniosamente contemperati in una nuova lingua: il tedesco, appunto. L'idioma usato, nella sua struttura, é più precisamente una fusione delle parlate della Cancelleria Sassone e della Cancelleria Boemo-Lussemburghese, unite però al vivo linguaggio popolare e della gente comune, colto per le strade e nei mercati, a diretto contatto con la popolazione, il che attesta anche lo sforzo di Lutero di scrivere un Libro Sacro che fosse principalmente diretto al popolo. L'uso di un simile linguaggio, estremamente vivo ed immediato, fu naturalmente dettato, oltre che da un acceso spirito nazionalistico, anche dall'esigenza di rendere chiaramente comprensibile a tutti un libro di Dio destinato a tutti, e la nuova impostazione data all'opera, insieme al contributo, pure notevole apportatovi dalla stampa, fu uno dei motivi principali della grande diffusione raggiunta nella regione germanica, e conseguentemente fu anche causa del dilagare del protestantesimo in quelle zone.

Lutero attese alla compilazione della sua Bibbia per oltre dodici anni di tenaci fatiche, e con lui collaborarono una schiera di amici, per lo più validi filologi che apportarono il notevole contributo della loro scienza, dove Lutero dispiegava la sua grande capacità letteraria e la propria versatilità spirituale. L'opera fu intrapresa con la traduzione nel 1522 del “Nuovo Testamento”, seguito nel 1523 dal “Pentateuco”: nel 1524 da “Giosuè”; “Giacobbe”, i “Salmi”, “Salomone” e dai “Profeti” dal 1526 al 1530, nel 1529 furono tradotti i libri Sapienziali quindi nel 1532 i rimanenti deuterocanonici, sinché due anni più tardi a Wittenberg usciva la Bibbia completa, grazie all'editore Lufft. Si può considerare questa come la data di nascita della letteratura tedesca, come fusione e superamento delle diversità linguistiche locali ed elevazione a dignità letteraria dell'idioma germanico.

Notevoli furono le difficoltà incontrate da Lutero e dai suoi collaboratori nella compilazione del gigantesco lavoro, difficoltà inerenti soprattutto la grande diversità che intercorreva fra lo scorrevole e fluido linguaggio ebraico e quello aspro e duro dei Tedeschi; gli ostacoli si rivelarono assai ardui da superare specie là dove più difficile era l'interpretazione del senso, come nei “Profeti”, ma si poterono eliminare grazie all'opera indefessa ed all'aiuto costante dei valenti amici di Lutero, come Melantone, ed al genio letterario dell'autore. Fra le versioni in lingua inglese della Bibbia celebre é quella detta “Great Bible” (la “Grande Bibbia”) che fu pubblicata nel 1579 per ordine di Enrico VIII e fu anche nominata, dal nome dell'arcivescovo di Canterbury: Cranmers' Bible. La prima edizione inglese delle Sacre Scritture risale tuttavia a John Wycliffe, morto nel 1384, che fu compilata con l'aiuto di diversi collaboratori e tramandataci attraverso numerosi manoscritti. Famosa versione inglese e protestante della Bibbia è pure la “Bibbia di Ginevra” che fu composta dai riformisti fuggiti a Ginevra durante il regno di Maria I di Inghilterra sulla versione precedentemente compilata nel 1540 dal Malingre in collaborazione con lo stesso Calvino.

SUDDIVISIONI, SCHEMI, RAGGRUPPAMENTI
Quale canone? L'intero Antico Testamento è suddiviso in relazione al contenuto dei libri in varie parti, ciascuna comprensiva di alcuni di essi, in numero variabile a seconda che si consideri la tradizione cristiana o quella giudaica. Gli antichi Ebrei suddividevano l'Antico Testamento in tre gruppi secondo il seguente schema:

1) Torah (la Legge): é costituita dal “Pentateuco”, ovvero dai primi cinque libri della Bibbia.
2) Neblim (i Profeti): a loro volta si suddividono in Libri Storici, cioè anteriori (da “Giosuè” ai “Re”) e in Libri Profetici, ovvero posteriori (dai “Dodici Profeti Minori” ad “Ezechiele”).
3) Ketubim (gli Scritti): comprendono i rimanenti libri.

Dal “Cantico dei Cantici” al libro di “Esther” formano i cosiddetti “Cinque Megillot”, cioé i cinque volumi. Con le lettere iniziali di queste tre principali suddivisioni, ossia TNK, gli Ebrei usano designare l'Antico Testamento, detto appunto: “Tanak”. Il canone ebraico dunque risulta essere composto dai seguenti ventiquattro libri, riuniti nelle tre classi suddette:

1) Torah: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio;
2) Neblim: (anteriori) Giosuè, Giudici, Samuele (1º e 2º Re), Re (3º e 4º Re); (posteriori) Dodici Profeti Minori, Isaia, Geremia, Ezechiele;
3) Ketubim: Salmi, Proverbi, Giobbe: Cantico dei Cantici, Rut, Lamentazioni, Ecclesiaste, Ester; Daniele, Esdra e Neemia (1º e 2º Esdra); Cronache.

A questo canone si rifà in parte anche la tradizione cattolica, pure se con numerose variazioni. Esso era già conosciuto ed applicato nel II secolo a.C., come attestatoci da un traduttore in greco dell'“Ecclesistico” in una nota introduttiva. Per quanto riguarda i cattolici, dal XIII secolo essi usavano suddividere l'Antico Testamento in quattro grandi parti: il “Pentateuco”, i Libri Storici (da “Giosué” ai “Maccabei”), i Libri Poetici (da “Giobbe all'“Ecclesiastico”) e Libri Profetici (da “Isaia” a “Malachia”). In breve al canone ebraico i cattolici aggiunsero sette libri più la “Lettera di Geremia”, ovvero i testi deuterocanonici; il canone cattolico si arricchisce inoltre di alcune parti dei libri di “Ester” e “Daniele”, dette anch'esse deuterocanoniche. Considerando infine gli sdoppiamenti ed i cambiamenti di ordine, l'elenco che ne deriva appare nel complesso piuttosto mutato, risultando formato nel seguente modo:

1) Pentateuco: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio;
2) Libri Storici: Giosuè, Giudici, Rut, 1º Re, 2º Re (Samuele); 3º Re, 4º Re (Re secondo gli Ebrei); 1º Paralipomeni, 2º Paralipomeni (Cronache); 1º Esdra, 2º Esdra (Esdra e Neemia); Tobia, Giuditta, Ester, 1º Maccabei, 2º Maccabei;
3) Libri Poetici: Giobbe, Salmi, Proverbi, Ecclesiaste, Cantico dei Cantici, Sapienza, Ecclesiastico;
4) Libri Profetici: Isaia, Geremia, Lamentazioni, Baruc (con la Lettera di Geremia), Ezechiele, Daniele, Dodici Profeti Minori (Osea, Joele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia).

Le consistenti differenze che vi sono fra i due canoni sono il frutto delle divergenze esistenti ancor prima della venuta di Cristo fra gli Ebrei che risiedevano in Palestina e quelli che in seguito alla Diaspora emigrarono in tutto il mondo, pur se il loro centro più agguerrito culturalmente era in Alessandria. I primi, più rigidi nel determinare la composizione delle Scritture, esclusero, sembra sul finire del I secolo d.C., i libri scritti in greco o scritti in ebraico ed aramaico ma attribuiti a personaggi non famosi della storia: tali, ad esempio, la “Sapienza”, scritto in greco, o l'“Ecclesiastico”, che, pur compilato originariamente in ebraico, non era attribuito a nessun grande personaggio, al contrario dell'“Ecclesiaste”, attribuito a Salomone. Gli ebrei di Alessandria, più concilianti dei loro confratelli anche per i numerosi contatti col mondo ellenico, mantennero nel loro canone anche i libri in greco; successivamente con l'affermarsi del cristianesimo il canone alessandrino venne adottato dalla Chiesa, che, nonostante temporanee incertezze riguardo i libri deuterocanonici, lo ha mantenuto fino ad oggi.

Il Pentateuco (i libri della Thora ebraica)
Il nome dei primi libri della Bibbia deriva dal greco “pente” = cinque e da “teukos” = astuccio in cui si conservava un volume arrotolato: già usato dai Giudei alessandrini prima della venuta di Cristo, questo nome, attraverso il latino, é giunto fino a noi, continuando ad indicare i medesimi libri della Torah ebraica. Questa prima parte, secondo una antica tradizione confermata anche dalle traduzioni della “Settanta” e della “Vulgata”, comprende cinque libri che sono nell'ordine: “Genesi”, “Esodo”, “Levitico”, “Numeri” e “Deuteronomio”. L'argomento generale è quello della creazione del mondo, delle origini dell'uomo e del popolo ebreo (Genesi): l'uscita degli Ebrei dall'Egitto sotto la guida di Mosé ed il Decalogo divino dato sul Monte Sacro (Esodo); le norme o le leggi ordinarie o speciali per i sacerdoti e la tribù di Levi (Levitico); il viaggio sostenuto dalla popolazione dal Sinai sino a Cades e la sua permanenza di quaranta anni nel deserto, seguita dalla migrazione fino alle terre dei Moabiti (Numeri) ed infine le nuove leggi e gli ordinamenti per il popolo che ha mutato il proprio stile di vita trasformandosi da nomade in sedentario (Deuteronomio).

Il “Pentateuco” dunque, come appare già da una sommaria analisi, risulta piuttosto complesso nella sua impostazione, per la molteplicità e la diversità degli elementi che concorrono a formarlo, elementi di tipo sia religioso e storico sia legislativo e leggendario. Caratteristica di questa parte iniziale della Bibbia é la progressiva messa a fuoco della narrazione da un piano generale ed universale ad uno più ristretto: le vicende di un solo popolo, anch'esse però adombrate sotto grandissime figure di patriarchi e profeti. Si avverte subito, inoltre, il carattere e l'intenzione più specifici del “Pentateuco”, ove si consideri che è la realizzazione di un piano divino di salvezza per l'umanità, estrinsecatosi attraverso la promessa fatta da Abramo di una terra dove risiedere stabilmente e di una numerosa discendenza, e l'elezione da parte di Dio di un popolo tramite il quale giungere ad un'alleanza, stipulata attraverso il Decalogo. Notevolissimo per i credenti, sia cristiani che Ebrei è poi il contenuto teologico-dottrinale del “Pentateuco”, che é indubbiamente il documento di maggior importanza dell'Antico Testamento sia dal punto di vista storico sia da quello religioso.

• Valore storico: per una corretta valutazione storica del “Pentateuco” é necessario premettere che una simile analisi deve necessariamente prescindere dai moderni criteri di storiografia e di critica storiografica, in quanto anticamente non si consideravano assolutamente le vicende umane con la rigorosa precisione odierna, ma anzi essa era spesso arricchita da aggiunte leggendarie o comunque costituenti il patrimonio comune di un popolo ancora alle sue origini. In particolare, nella narrazione storica del “Pentateuco”, bisogna distinguere due momenti successivi: i primi undici capitoli della Genesi e la storia dei Patriarchi. Il primo momento non appartiene nemmeno al periodo storico propriamente detto: si tratta bensì di una descrizione dell'origine dell'universo e dell'uomo, della sua prima colpa e delle conseguenze di essa, condotta coi metodi ed i criteri propri dell'antica narrativa orientale, a sfondo prevalentemente religioso, con un tono popolare adatto ai tempi ed alle persone.

• Valore legislativo: è significativo a questo proposito che gli Ebrei definissero il “Pentateuco”: la Torah, cioè la Legge; esso, infatti, con le sue numerose leggi e prescrizioni, contenute in particolar modo nei “Numeri” e nel “Deuteronomio”, informava praticamente tutta la loro vita quotidiana, e costituiva l'inappellabile fondamento della loro morale. Particolarissima del “Pentateuco” é poi l'intensa carica religiosa che lo permea, ma che ci apparirà facilmente comprensibile ove si consideri che in generale la vita delle popolazioni antiche si svolgeva sempre sotto forti influssi religiosi e in generale era basata su normative di questo tipo. A maggior ragione un fenomeno come questo si esplicava più manifestamente presso il popolo d'Israele, la cui storia fu sempre così indissolubilmente legata all'esperienza religiosa da costituire spesso un tutto unico: esso, infatti, si considerava il popolo eletto da Dio, depositario della Rivoluzione e suo custode attraverso i secoli per mezzo di un'alleanza col Signore. Tuttavia la generale indole religiosa non impedì che la legislazione subisse l'influenza dei popoli confinanti e della generale ambientazione geografica e soprattutto che non risentisse delle mutate condizioni di vita (da pastori nomadi ad agricoltori ed allevatori sedentari) degli Ebrei.

• Autore e criteri interni ed esterni nella composizione del Pentateuco. La questione dell'autore del “Pentateuco” é una delle più accese e dibattute attualmente, e si presenta estremamente complessa ed articolata e tuttora lontana da una soluzione positiva e convincente per tutti. Innanzitutto é necessario premettere che la “vexatissima quaestio” riguarda solamente l'autore “umano” del “Pentateuco”, in quanto per i cattolici l'ispirazione divina del libro è una verità dogmatica stabilita dal Magistero Ecclesiastico, sulla quale non sussiste il minimo dubbio. Un secondo ordine di problemi consta nella differenziazione fra “autenticità della rivelazione mosaica ” e “autenticità mosaica” del “Pentateuco”, due questioni ben distinte, anche se collegate fra loro: la prima riguarda la reale sussistenza dei fatti narrati sulla vita, la missione e l'alleanza di Mosè con Dio; la seconda invece tenta di stabilire fino a che punto risulti fondata la tradizione che attribuisce a Mosè i primi cinque libri delle Scritture.

Il problema della veracità storica delle vicende narrate da Mosè è ormai superato col considerarle effettivamente accadute e comprovate da una lunga serie di documentazioni storiche ed archeologiche, come ad esempio la permanenza dello Jahvismo in tutta la storia ebraica e la fermissima convinzione di Israele di essere il popolo eletto, la cui storia non è che la realizzazione della promessa divina. A ciò si aggiunge anche l'assoluta preminenza della figura di Mosè in tutta la storia d'Israele, dalla schiavitù d'Egitto sino alla liberazione, per cui il grande patriarca divenne un simbolo, un emblema di Israele, e in lui si riassunsero tutte le esperienze e le iniziative di un popolo. Resta ancora il problema della “autenticità mosaica”, ovvero se Mosè è il vero autore dell'opera: nel tentativo di rispondere occorre esaminare i vari criteri, esterni ed interni che siano, e cercare da essi una soluzione che, prima che corrispondente a questa o quella dottrina e credenza, sia aderente alla realtà.

In una valutazione dei criteri esterni ci appare immediatamente un punto fisso in tutta la tradizione giudaica e, di riflesso, attraverso i Padri della Chiesa, in quella cristiana: l'affermazione che Mosè è l'autore del “Pentateuco”. Ora, bisogna però anche considerare che alla mentalità giudaica era del tutto estranea la nozione di proprietà letteraria e soprattutto che il concetto di “legge”, per cui tante volte si trova attribuita a Mosè una determinata regola, era piuttosto vago nella mentalità ebraica successiva all'esilio: si aggiunga a questo il fenomeno della pseudo-epigrafia, cioè l'attribuzione arbitraria di un testo ad un famoso personaggio del passato e si vedrà come Mosè potesse essere concordemente considerato l'unico autore del “Pentateuco”. Mosè, del resto, era stato il primo ed il più grande dei profeti, l'iniziatore anzi della tradizione profetica, per cui, anche se la sua opera rimase aperta ad aggiunte ed integrazioni posteriori, queste vennero fatte seguendo lo “spirito mosaico”, e cioè alla luce della tradizione da lui avviata.

Quindi nulla di strano nel fatto che si considerasse Mosé come autore del libro, visto che ne fu anche il primo ispiratore umano, ma tutto questo non è sufficiente per convalidare la tesi per cui Mosé fu pure autore “letterario” dell'opera. Oltre alla tradizione ed alla sua testimonianza é possibile reperire anche nel “Pentateuco” stesso alcune citazioni (vedere Es. 17, 14; 24, 4) che confermano una certa attività letteraria del patriarca, senza per questo dover supporre che nel libro in nostro possesso le parti di cui egli è autore diretto siano molto estese. Se dunque la tradizione non ci può aiutare nello scioglimento di questo problema, alcuni dati in più si possono ricavare dall'analisi dei dati interni all'opera: infatti una lettura attenta di essa porta al rinvenimento di numerose ripetizioni, doppioni, discontinuità e così via, tali da far pensare che ben difficilmente una sola persona sia stata l'autore del “Pentateuco”, ma piuttosto esso sia derivato da un'evoluzione e da una fusione di varie fonti, anche posteriori a Mosè.

La critica ha generalmente distinto quattro diversi stili narrativi successivi nel libro, chiamandoli “Jahvista”, “Eloista”, “Deuteronomista” e “Sacerdotale”. Le prime sue distinzioni derivano da una celebre ed acuta osservazione critica fatta dal medico francese Jean Astruc nel 1753: egli aveva, infatti, osservato che Dio era nominato con due differenti appellativi: Elohim o Jahvé. Di un simile processo critico si impadronì poi la critica biblica, in particolare non cattolica, nel tentativo di risolvere l'annosa questione. É questa la soluzione che più si avvicina alla realtà dei fatti, benché non sia in grado di illuminare tutti i problemi sollevati: bisognerà attendere gli sviluppi di ulteriori studi per approfondire e forse finalmente risolvere la questione; a questo proposito anche la Commissione Biblica Pontificia ha rivolto un appello a tutti gli scienziati affinché, senza preconcetti, studino il problema.

Libri storici
La tradizione cristiana si affianca a quella ebraica nel considerare i primi cinque libri della Bibbia, il “Pentateuco”, come ben separati dagli altri raggruppamenti, e, sull'esempio dei rabbini, assegna loro un'importanza eccezionale, come testi basilari della religione. Per gli Ebrei, infatti, un libro delle Scritture veniva considerato sacro solo se il suo contenuto era conforme agli insegnamenti del “Pentateuco”. É per questi motivi, oltre che per i differenti problemi che comporta lo studio dei loro contenuti, che il “Pentateuco” fu ed è separato dai libri cosiddetti “Storici”. Questa denominazione era però sconosciuta agli antichi Ebrei che suddividevano i Libri Sacri in “La Legge”, “I Profeti” e gli “Agiografi”. Venendo i primi a coincidere col “Pentateuco”, i “Profetici” erano invece suddivisi in anteriori e posteriori e comprendevano la maggior parte dei libri da noi iscritti tra gli “Storici” ed i “Profetici”; gli “Agiografi” includevano alcuni tra i nostri “Libri Storici” e “Sapienziali”, tranne “Sapienza” ed “Ecclesiastico”.

É necessario premettere, intanto, che il termine “storico” ha un valore completamente differente presso di noi oggi e presso gli antichi ebrei ed in generale i popoli orientali di tre millenni fa. Era completamente diversa la metodologia ed anche il fine che ci si riproponeva dall'indagine storica: innanzitutto, lo scopo della storiografia era essenzialmente morale e religioso, si cercava cioè di evocare tramite la storia gli eventi e i personaggi che avessero poi un fine didattico e servissero in modo particolare di esempio per le generazioni attuali. Gli stessi accademici storici, le grandi battaglie, i condottieri e i capi religiosi non erano visti nella loro oggettiva essenza, ma sempre finalizzati all'unico Dio e in ordine ad una adempienza cieca alla volontà della divinità. Ed è così che la storia perde i caratteri che siamo soliti attribuirle oggigiorno, per diventare essenzialmente un fenomeno religioso.

Una simile scelta metodologica ha naturalmente influenzato anche la stesura dei vari libri: risulta così che gli argomenti da trattare fossero basati più sull'utilità morale del singolo fatto che nemmeno sulla sua reale importanza storica. Lo stesso ordine cronologico non è sempre rispettato e per di più i numeri vengono a volte utilizzati con significati differenti dai nostri. Bisogna inoltre aggiungere la mentalità completamente differente che era di quegli antichi compilatori e le differenze enormi che riguardano i modi di dire, le immagini allegoriche, i doppi sensi, le etimologie, insomma la sostanziale diversità che investiva tutta la forma letteraria ed espressiva. Copioso è comunque il ricorso a fonti storiche, sia orali sia scritte, che venivano però generalmente integrate nella narrazione, senza essere menzionate; spesso venivano accostati documenti addirittura contrastanti fra di loro, o mutilati od anche riassunti, senza prendersi eccessiva cura di una sistemazione organica ed unitaria.

Ne risulta un lavoro che, se a noi può apparire lontanissimo dagli odierni canoni storici, si adattava invece perfettamente alle intenzioni etico-religiose del suo autore ed adempiva egregiamente al proprio compito di guida morale. Luogo comune di tutta la storiografia biblica é la legge divina: ogni qualsiasi avvenimento viene riferito alla volontà dell'unico Dio, e all'essere umano non si presentano che due sole vie da seguire: una di fedeltà a Jahvé, l'unica vera e santa, apportatrice di felicità spirituale e materiale; l'altra, idolatra e sacrilega, che conduce alla perdizione ed alla rovina. Tutta la storia biblica é dunque incentrata su questo duplice perno e principale scopo dello storiografo é proprio quello di dimostrare, in base agli avvenimenti passati, come l'unica via retta e conveniente sia quella monoteistica tradizionale mentre l'idolatria, sin dagli albori della vita umana, ha sempre portato alla rovina.

L'impronta decisamente religiosa, che informa tutta la storiografia biblica, non inficia però la validità reale della narrazione degli avvenimenti, ed anzi é una preziosa fonte di notizie e di aneddoti in mano allo storico moderno, ed un validissimo strumento di compendio negli studi storici, etnologici ed archeologici, i quali hanno per lo più tramandato i dati fornitici dagli agiografi, e sono spesso serviti a colmare le loro lacune. Dei “Libri Storici” non si conosce l'autore, ma la tendenza comune a mostrare come la fedeltà a Dio sia l'unica via giusta, ci indica come probabilmente essi siano frutto, se non di un unico autore, senz'altro di una scuola di uomini religiosi: ciò spiegherebbe anche la presenza di libri quali “Rut”, o “Tobia” o “Giuditta”, in cui il fondo storico è solo una base su cui poi si costruisce l'episodio tratto dalla tradizione e con fine edificante.

Libri profetici
Il profetismo é un fenomeno comune a tutte le religioni anche se, nel corso dei secoli, vari furono i significati attribuiti al vocabolo, pur se esso include sempre una relazione con la divinità. Questi contatti possono manifestarsi sia attraverso il tentativo di indovinare la volontà del dio, sia attraverso manifestazioni esteriori come nella divinazione. Vi può essere anche la trasmissione diretta del volere divino o, sebbene più raramente, di avvenimenti futuri. Tipico del fenomeno del profetismo é che lo si ritrova più spesso alle origini di una religione, magari create dal mito o dalla fantasia popolare. Si ritrovano esempi di profeti eletti dalla divinità, in quasi ogni religione: dall'islamismo con Maometto alla setta mazdea con Zaratustra. Il profeta in ebraico é designato col termine “Nabhî”, sul quale sono state fatte due ipotesi di derivazione: la prima lo farebbe derivare dalla radice babilonica “nabu”, cioè parlare, e quindi egli sarebbe colui che parla al posto del dio: per la seconda invece deriverebbe dalla radice “naba” sgorgare, bollire ed il profeta sarebbe dunque chi comunica il volere di Dio con veemenza ed eccitazione.

Oltre che per l'azione del parlare, il profeta ebraico è anche designato per le sue capacità divinatorie e la sua vita contemplativa coi nomi di “ro'eh”, veggente, e “hozeh”, contemplante. A volte poi il profeta, per rendere più duraturo e suffragare il proprio messaggio lo accompagnava con dimostrazioni simboliche o strane che servissero a far presa sulla folla. Il profetismo fu nella storia del popolo ebreo un movimento vastissimo nel tempo e svariatissimo nelle sue manifestazioni, ed il profeta, considerato eletto da Dio, poteva essere chiunque, non essendovi alcuna limitazione né per quanto riguardava il censo o l'età o il sesso: sempre presente nella storia del popolo ebraico (lo stesso Abramo fu chiamato “profeta”) esso fece la sua prima ufficiale comparsa con Mosé, e da allora la sua presenza fu una costante della storia ebraica. La sua influenza, anche ad altissimo livello, fu sempre notevole e generalmente andò crescendo col tempo, anche se conobbe alterne fortune.

La figura era assai ben delineata nelle Sacre Scritture, che cercavano di separarla nettamente da indovini, falsi profeti e negromanti. Nella storia del profetismo ebraico si distinguono due momenti successivi, il primo (1800-1300 a.C.), più antico, caratterizzato dai cosiddetti “profeti dell'azione”, in quanto la loro opera si svolgeva concisa ed emblematica durante comizi ed assemblee, e dai “profeti scrittori” (1190-900 a.C.), del cui operato facevano anche parte discorsi e narrazioni più complesse. Il profetismo ebraico presenta caratteristiche uniche nella storia delle religioni, che lo rendono un fenomeno particolare ed irripetibile: innanzitutto quello ebraico era il popolo eletto, ossia il popolo prescelto dal Signore e quindi retto da un ordinamento teocratico. Costantemente presente, il profetismo troverà poi rinnovato vigore quando i capi del popolo, per l'instaurazione di una monarchia ereditaria, non saranno più scelti direttamente da Dio, ma eletti automaticamente.

Il profeta diverrà allora interamente interprete della parola divina e si ergerà a ricordare l'incrollabile fede dei padri e a stigmatizzare le pesanti colpe del presente. Dopo l'esilio babilonese il profetismo andrà via via esaurendosi, essendo venuti a mancare i presupposti per la sua esistenza, giacché la parola di Dio era già stabilmente fissata nelle Scritture. Gli scritti “profetici” che ci restano sono opera di profeti solo in minima parte: infatti, benché essi fossero suddivisi in “scrittori” e “di azione”, brevissimi sono i brani compilati di loro pugno, in quanto anche gli “scrittori” erano innanzitutto predicatori. I “Libri Profetici” sono andati comunque evolvendosi attraverso una prima fase di trasmissione orale, spesso frammentaria ed opera di persone diverse con metodi e tempi anch'essi diversi; a questo primo momento si fanno risalire gli scritti autografi dei profeti. Successivamente gli elementi più salienti della predicazione, le sentenze, gli oracoli, le predicazioni e così via, dopo un periodo più o meno lungo di trasmissione orale, vennero messe per iscritto dai discepoli e dai seguaci, formando così una raccolta degli insegnamenti del profeta.

Dette raccolte vennero poi riunite in opere di maggiori proporzioni, le quali non badavano quasi mai ad un ordine cronologico ma sistematico ed erano per lo più corredate di cenni biografici e di aggiunte del redattore. Queste antologie seguivano talora anche di alcuni secoli la predicazione del profeta e risultavano composte da varie forme letterarie: oracoli, cantici, predizioni, parabole, racconti, ecc. In base alla quantità di scritti che ci é pervenuta, i profeti sono suddivisi in maggiori: Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele; e minori: Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Nahum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria e Malachia. Questa differenziazione ha però un valore solo formale, poiché ben altre sono le diversità fra di essi, diversità di tempi, di luoghi, di modi. Tutti, comunque, agivano su un piano unitario che aveva come fondamento un rigido monoteismo, un moralismo integerrimo ed una cieca fiducia in un regno messianico.

L'osservanza del monoteismo fu sempre presente nella predicazione profetica, in quanto essa rappresentava la più saliente differenza del popolo ebreo dagli altri, idolatri e pagani, ed era garante dell'unità nazionale e della coesione dell'intera popolazione di fronte alle minacce esterne. Il moralismo sgorgava dalla coscienza della presenza del peccato e del male nel mondo, dell'infedeltà del popolo al suo Dio: così i profeti divenivano ardenti difensori della giustizia e richiamavano ai valori reali un popolo che andava via via contaminandosi e perdendo la fede primitiva. Il messianesimo fu oggetto di predizione a cominciare da Amos; centro delle profezie era la certezza che dopo la rovina e l'esilio, causati dalle colpe e dai peccati, il “Resto” della popolazione, mantenutosi fedele al vero Dio, sarà da Lui benedetto e i suoi discendenti vedranno la ricostituzione di un regno messianico, retto da un messia, figlio dell'Uomo e discendente di Davide.

Libri poetici e sapienziali
Il genere “sapienziale” non era affatto un'esclusiva della cultura ebraica, ma anzi era già da moltissimi secoli patrimonio comune delle civiltà mediterranee ed orientali. In modo particolare erano diffusi i testi sapienziali egiziani e babilonesi, che erano di solito raccolte di proverbi, motti e regole che riguardavano soprattutto la convivenza civile e fornivano indicazioni pratiche su come condurre una vita regolata e felice: a volte trattavano anche di come far carriera nella vita politica. Gli argomenti di questi trattati erano quelli comuni alla morale naturale: si considerava sapienza il rispetto per i genitori, il matrimonio con una sposa morigerata, lo sfuggire le compagnie inique, la moderazione nel piacere, la ricerca del bene e così via. Queste regole vennero naturalmente incorporate dalla Bibbia e divennero possesso (pur se con un certo ritardo dovuto alla tardiva unificazione) anche del popolo ebreo, che le fece sue e le nobilitò. Si può dunque affermare che il genere sapienziale non fu proprio della letteratura ebraica, ma che questa ne espresse un aspetto relativo alle proprie autonome caratteristiche.

In particolare i “Libri Sapienziali” fecero la loro comparsa dopo Salomone, della cui sapienza si disse che: “superava quella di tutti i figli d'Oriente e tutta la sapienza degli Egiziani”. Fu comunque sotto il primo re pacifico, Salomone appunto, che, non essendo più impellente la necessità di difendere la propria nazione, nacquero le prime forme di “sapienza”: Salomone, ci é tramandato, era in possesso di una sapienza commerciale, che ne fece il re più ricco della terra, una sapienza filosofica, che analizzava i rapporti con la divinità ed i problemi umani, ed infine una sapienza giudiziaria, che ne fece un re proverbiale per la sua giustizia. La sapienza introdotta in Palestina non fu però subito fissata nel libri ma subì anzi una lunga evoluzione, per cui si passò attraverso le massime di vita degli antichi padri ed i proverbi dedotti dal vivere quotidiano fino all'identificazione della sapienza con la legge mosaica ed il volere divino, di modo che sempre più andarono fondendosi i concetti di sapienza e di timore di Dio. Con il tempo la sapienza, considerata attributo divino, venne sempre più personificata, fino a diventare, sempre però nell'ambito di una personificazione poetica, uno spirito dalle virtù altissime, diretta emanazione di Dio.

La letteratura sapienziale ha la sua nascita ed il periodo di maggior fulgore dopo l'esilio, quando tutta la saggezza e le considerazioni fatte da tempi remoti, ma in particolare da Salomone in poi, viene finalmente messa per iscritto ed ha una notevole fioritura. Questo anche perché, con la deportazione in Babilonia, il popolo aveva perso i suoi sacerdoti ed erano divenuti guide gli scribi ed i dotti letterati, i quali, dopo l'esilio, trovarono nella parola di Dio la fonte più vera della sapienza e quindi una guida sicura: essa assume però, in bocca loro, un nuovo carattere, forse più umano ed accessibile a tutti, anche ai pagani. Nasce così la letteratura sapienziale. Essa é costruita in base ad una esperienza profondamente umana, fatta di vita vissuta e di fede nella divinità, e, seppure non giunge a speculazioni filosofiche, sa tuttavia trarre insegnamenti sublimi anche da una morale naturale. Altre caratteristiche di questa letteratura sono la sua profonda moralità, imperniata sui valori umani della temperanza, della religiosità e del rispetto reciproco: la sua ampiezza di vedute, che esula dal ristretto ambito nazionalistico per abbracciare l'umanità nella sua universalità. Il monoteismo é però la peculiarità che maggiormente differenzia la letteratura sapienziale ebraica da quella degli altri popoli, anche dove le fonti appaiono comuni.

I libri sapienziali sono sette: Giobbe, Salmi, Proverbi, Ecclesiaste, Cantico dei Cantici, Sapienza ed Ecclesiastico. Giobbe tratta del dolore umano come mistero della divinità: temere Dio é l'unica vera fonte di sapienza. I Salmi invece sono quasi totalmente a carattere didattico sapienziale. I Libri Sapienziali, per la particolarità del loro stile, sono anche detti poetici: esclusivamente religiosa é la poesia ebraica pervenutaci, ma eccelsi ed estremamente musicali sono spesso i suoi versi: caratteristico poi è il parallelismo, cioè una forma di collegamento - del significato di un verso coi successivi. Peculiare della poesia ebraica é poi lo stile ricchissimo e vario, in grado di esprimere nobilissimi sentimenti e di creare immagini assai più suggestive della prosa.

LA CRITICA DELLA BIBBIA, IL PROBLEMA
Ci si é accorti fin dal Rinascimento che i testi ufficiali della Bibbia (la Massora e la Settanta, specialmente) non sempre concordavano; inoltre, queste versioni devono essere paragonate all'enorme quantità di manoscritti completi o frammentari e risalenti a epoche molto diverse. L'insieme di questi studi e di questi paragoni costituisce la critica biblica che deve risolvere i seguenti problemi.
• Ripristinare il testo eliminando tutti gli errori, le interpolazioni, ecc., che si sono inserite nel corso di lavori di copiatura (critica testuale).
• Determinare le date di composizione, le fonti e gli autori dei vari libri (critica letteraria).
• Determinare il valore storico e l'autenticità delle informazioni trasmesse dalla Bibbia (critica storica).
A questo si sovrappone un altro problema critico, molto più vasto: quello del significato religioso del messaggio biblico.

I risultati
• La critica testuale. Già ampiamente affrontata in precedenza, è necessario ricordare specialmente che la versione ufficiale ebraica (la Massora) contiene i suoni vocalici, rappresentati da accenti sopra le consonanti (l'equivalente, nel nostro alfabeto, di a, e, ecc.); ma l'alfabeto ebraico, come quello degli Aramei e dei Fenici, non conteneva vocali: si tratta dunque di segni aggiunti dagli scribi ebrei tra il V e il IX secolo d.C. Prima di queste aggiunte, alcune consonanti erano state utilizzate per rappresentare dei suoni vocalici ed erano state introdotte nel testo originale. Da ciò deriva una incertezza specialmente per ciò che riguarda la trascrizione dei nomi propri biblici.
• La Chiesa e la Sinagoga hanno per lungo tempo affermato che il Pentateuco era l'opera di Mosè, i Libri profetici l'opera dei profeti, ecc.; gli esegeti attuali non ammettono più questa convinzione. La critica “letteraria” della Bibbia inizia scientificamente con gli studi di J.G.Eichorn, alla fine del XVIII secolo, ma si devono a K.H.Graf le conclusioni decisive sulla composizione del Pentateuco.
• La cronologia biblica. Il teologo anglicano James Usher (1581-1656), considerando i dati biblici, fissò una cronologia che assegnava ad ogni grande avvenimento dell'Antico Testamento una data. Otteneva i seguenti risultati:
- Creazione 4004 a.C.
- Chiamata di Abramo 2501 a.C.
- Esodo (Mosè) 1491 a.C.
- Regno di Salomone 1014-975 a.C. e costruzione del tempio.

Fonte: Enciclopedia Alfatematica - Microforum - Peruzzo Informatica