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STUDIO
54
La regina delle discoteche
254
W 54th street in NYC
Era
l'Ottava meraviglia del Mondo. Una mecca di folli e di
magia. La Camelot del popolo scintillante e dei
paparazzi. Al numero 254 Ovest della Cinquantaquattresima
Strada a Manhattan, tra la Settima e l'Ottava Avenue era
situato il locale di cui per tre anni si è più parlato
e scritto al mondo. Quello che ha fatto più scandalo.
Perché tutti volevano andare allo Studio 54. La gente lo
scopriva dai giornali che mostravano le foto
dell'interminabile corteo di celebrità che sfilavano
attraverso quel vestibolo ricoperto di tappeti,
delimitato da alberi di fico alti sei metri. Sentiva
parlare dai baccanali orgiastici che un pubblico in preda
alle droghe inscenava nelle zone riservate del locale, e
dei favolosi megaparty a tema. La ciliegina sulla torta?
Tutto ciò succedeva al pulsante ipnotico, elettrizzante
e carezzevole della più potente e orgogliosa disco
music. Se La febbre del Sabato Sera è stato il
film epitome dell'intera epoca disco, lo Studio 54 è
stato lo stesso a livello di club.
In realtà, nonostante
la bravura del deejay fisso Richie Kaczor, per i
ballerini più accaniti c'erano posti migliori dove
andare a passare la notte, illuminati da impianti luci
impressionanti, come quelli del 12 West, dell'Infinity o
dell'Ice Palace, per esempio. Ma lo Studio 54 era la
Bengodi per la crème de la crème, per gli hipster più
estremi, per i cacciatori di star, per i voyeur, per i
mondani a tutti i costi. Non era mai successo prima - e
non sarebbe più successo - che superstar e gente comune
si mescolassero in un simile armonioso accordo
sull'altare della disco music. Perché una volta superate
le famigerate transenne di velluto e traversate le
imponenti porte d'ingresso, il tempo si fermava. Eri
giovane per sempre e, nonostante il famoso adagio, domani
non era un altro giorno, ma era sempre il
perpetuo, favoloso presente.
Tutto
era cominciato con Steve Rubell, figlio di un impiegato
delle poste di Brooklyn che arrotondava facendo il
maestro di tennis. Rubell - pelle olivastra e occhi scuri
- diventò a sua volta un tennista
"classificato" per compiacere il padre, ma non
ebbe mai passione per questo sport, come non amava i
corsi di economia che seguiva alla Syracuse University.
Nel '71 Steve ottenne il suo primo lavoro dirigendo un
ufficio di mediazioni finanziarie a Wall Street, ma
nemmeno qui si trovò a suo agio e finì per mollare. A
quel punto si fece prestare 13.000 dollari dagli
sconcertati genitori e aprì una bisteccheria a Rockville
Center, Long Island. Suo partner nell'impresa era
l'agente immobiliare Ian Schrager con cui Rubell aveva
familiarizzato all'università, dopo che aveva scoperto
che era cresciuto nella sua stessa zona a Brooklyn.
Nel
1974 il duo guidava già quattro ristoranti, ma la cosa
non bastava all'inquieto Rubell che voleva qualcosa di
più dalla vita. Così i due decisero di trasformare uno
dei loro Steak Loft - quello di Douglaston, nel Queens -
in una discoteca chiamata Enchanted Garden, nella
speranza di sfruttare la voga disco che si stava
diffondendo. Ma i rumori molesti prodotti dal locale
sollevarono le proteste degli abitanti dei dintorni e il
locale fu presto costretto a chiudere. Ormai comunque era
troppo tardi: Rubell era stato punto e contagiato
dall'insetto della disco. Nel frattempo a Manhattan
prendevano forma gli eventi che avrebbero avuto
stupefacenti effetti sulla sua vita. Uva Harden, un
indossatore proveniente da Amburgo, aveva sempre sognato
di aprire un club capace di scioccare la Grande Mela.
Dopo aver sposato l'attrice Barbara Carrera, aveva
scovato un edificio vuoto sulla Cinquantaquattresima
Strada, perfetto per il suo progetto.
Lo
stabile era stato costruito nel 1927 e aveva funzionato
durante la Grande Depressione come San Carlo Opera House,
era stato poi convertito durante gli anni Trenta nel
teatro-ristorante Casino de Paris e infine trasformato in
teatro di posa televisivo della CBS nel decennio
successivo. I seguitissimi spettacoli What's My
Line?, The $64.000 Question e Captain Kangaroo erano
stati tutti realizzati in quello che allora era chiamato
Studio 54, dal numero civico di un ingresso situato sulla
Cinquantaquattresima Strada. Quando la CBS si trasferì a
Hollywood, l'edificio finì in stato di abbandono,
finché Harden non lo affittò nel 1976, cominciando a
darsi da fare per trasformarlo in una discoteca. Finito
però rapidamente a corto dei fondi necessari per
finanziare l'impresa Harden, in preda al panico, si
rivolse all'amica Carmen D'Alessio, una promoter di
party.
La D'Alessio presentò Harden a Rubell e Schrager,
che aveva conosciuto quando i due l'avevano ingaggiata
per lanciare una festa a tema all'Enchanted Garden. Dopo
una lunga contrattazione Harden fu liquidato da Rubell e
Schrager, che riuscirono a mettere insieme i 400.000
dollari necessari all'investimento, divisi in tre quote,
una delle quali detenuta dal loro "socio
silenzioso", il magnate del commercio Jack Dushey.
Lo Studio 54 fu concepito e progettato in sei settimane
dal gay Rubell e dall'etero Schrager perché diventasse
il più esclusivo e affascinante night-club di tutti i
tempi. L'arredamento barocco degli interni originali fu
salvato, restaurato e abbellito. I 1.800
metri quadrati della pista da ballo vennero bombardati da
uno spiegamento di 54 differenti effetti luce, fiamme di
stoffa svolazzanti, strisce di alluminio che
ondeggiavano, neon rotanti, luci stroboscopiche e torri
di riflettori colorati che diffondevano luci
intermittenti e che si alzavano e si abbassavano sui
mille ballerini che potevano accalcarsi sulla pista.
Bufere di neve sintetica investivano l'intero spazio e
palloni di varie fogge e dimensioni venivano lanciati in
momenti prestabiliti. Il celebre Uomo sulla Luna veniva
fatto scendere all'acme dalla frenesia notturna per
offrire ai presenti lo scintillante contenuto di un
cucchiaino d'argento. Tutto era un perfetto esempio di
come Rubell si prendesse gioco delle convenzioni,
esibendo al mondo i peccatucci illegali consentiti tra le
pareti di un club esclusivo. Un'ardita strategia che
avrebbe provocato la distruzione dell'impresa, ma che
all'inizio costituì un gioco rischioso ed eccitante. La
discoteca fu inaugurata la gelida sera del 26 aprile 1977
e sconvolse immediatamente il mondo dei night-club. Non
era un locale qualsiasi: l'aura incandescente che lo
circondava e la sua eccentrica collocazione nel cuore
della cultura pop fecero subito apparire lo Studio 54
come qualcosa di speciale. Era la prima volta che le foto
di personaggi celebri apparivano sulle prime pagine dei
giornali per nessun'altra ragione che per quella di aver
passato la notte al "54".
L'immagine
di Bianca Jagger che galoppava su uno stallone bianco
all'interno del club in occasione del suo party di
compleanno fu solo la prima di una serie di sbalorditive
istantanee che la gente comune divorava, sognando di
potersi un giorno spingersi tra le sacre mura di quel
santuario. Non era facile. Lo Studio 54 fu la prima
discoteca a promuovere l'odiatissima politica della
selezione all'ingresso. Il fatto di andare lì con in
tasca i dieci dollari del biglietto non significava
automaticamente che si fosse sicuri di entrare. Di certo
si doveva sostare dietro quelle intimidatorie transenne
di velluto, mentre il gran capo dei buttafuori Marc
Benecke, o il suo vice Al Corley (futura star di Dinasty
e cantante HI-NRG di Square Rooms),
decideva se eri abbastanza bello, abbastanza oltraggioso
o abbastanza famoso per essere ammesso. Rubell chiamava
questa procedura "pulire l'insalata". Non
voleva che nessun gruppo fosse prevalente all'interno
della pista da ballo e aveva istruito il personale alla
porta affinché venisse introdotta una quantità
equilibrata di neri, travestiti, celebrità, gente
normale, modelle, gente dei sobborghi, sballati e
anziani.
Se ti chiamavi Andy Warhol, Liza Minnelli,
Truman Capote, Halston, Calvin Klein e Diana Ross,
l'ingresso era automatico. Ma le transenne di velluto si
aprivano come il mar rosso di fronte a Mosé anche se eri
uno di quei tipi fantastici con un proprio stile
inimitabile come Disco Sally, il settantottenne ex
avvocato che era anche un ottimo ballerino di hustle. O
come Potassa, il travestito spagnolo, o la Rollerina la
stella dei pattini. Tutti gli altri - "la gente
grigia", secondo la definizione di Rubell - dovevano
mettersi in fila e sperare. Non ti sei sbarbato? Te lo
puoi scordare! Indossi un coordinato in poliestere?
Vattene e non tornare più! Durante una storica notte fu
rifiutato l'ingresso persino a Cher. Rubell sapeva che
non si rendeva esclusivo il club, più la gente avrebbe
fatto follie per entrare. Sapeva anche che la folla
ammucchiata fuori dal locale era parte integrante della
messinscena disco, né più né meno dello spettacolo
d'élite all'interno. Uno
scenario da incubo che venne stilizzato ironicamente da Dario,
Can You Get Me into Studio 54? la canzone di Kid
Creole and the Coconuts, di cui uscì anche una cover di
D'ANA and Gene.
Si racconta di coppie costrette a
separarsi, nell'impossibilità di entrare insieme.
Perfino due in viaggio di nozze, arrivati alla porta si
sentirono dire che solo l'uomo poteva entrare. E lui
lasciò la mogliettina fuori al freddo! Quel che è
peggio, lei rimase ad aspettarlo all'uscita. Certi
buttafuori abusavano del loro potere in modo fascista;
come la volta in cui due ragazze furono costrette a
spogliarsi in pieno inverno e dovettero essere ricoverate
in ospedale coi capezzoli congelati. Furono intentate
cause contro i buttafuori da parte di banchieri di Wall
Street inferociti perché gli era stato negato il
permesso di entrare. Alcuni si arrampicavano sui muri
degli edifici vicini per sgattaiolare dentro attraverso i
lucernari. Qualcuno cercò di penetrare attraverso un
condotto d'aria, vi rimase incastrato e fu rinvenuto
cadavere qualche settimana più tardi, dopo che la puzza
per la decomposizione aveva invaso l'edificio. La plebe
disco moriva letteralmente dalla voglia di entrare. Tutto
il fenomeno venne alla fine ridicolizzato dai suoi stessi
inventori, quando il club entrò nel mercato
dell'abbigliamento, pubblicizzando una linea di jeans con
lo slogan "Non tutti possono entrarci".
Ma una
volta entrati nel Sancta Sanctorum, si era parte alla
più esclusiva serata del mondo. Avevate superato la
prova di iniziazione del Guardiano della Porta, avevate
spalancato il Sipario di Velluto e volevate che tutti gli
altri adepti lo sapessero. E se non eravate esattamente
dello spirito adatto per partecipare a un'orgia degna
degli antichi romani, Rubell era pronto a mettervi a
disposizione gli omaggi della casa per trasformare la
serata in uno schianto. Qualunque fosse il vostro vizio
il maître del locale era pronto a soddisfarlo.
Droghe? Potevate scegliere tra quaalude, marijuana,
hashish, polvere degli angeli, eroina e cocaina. "Assaggia la coca..." - nel '77 tutti erano
convinti non desse assuefazione... Sesso? O rimorchiavi
uno sconosciuto in pista (bastava dire "ciao!"
a qualcuno per avere libero accesso alla sua cerniera
lampo), oppure chiedevi a uno dei ragazzi del bar - gay,
eterosessuali o bisex, nudi fino alla cintola - di
accompagnarti nella zona della balconata dove potevi
farlo nella penombra, continuando ad ammirare lo
spettacolare fermento giù nella pista.
Potevi fare come
i personaggi celebri e accomodarti nel seminterrato,
sempre sottoposto a stretta vigilanza, dove non c'era
pericolo di essere disturbati da occhi indiscreti o da
fotografi camuffati. Rubell sapeva che nel progetto
Studio 54 il sesso aveva la stessa importanza
dell'impianto luci e faceva di tutto per incoraggiarlo.
Persino nei gabinetti, dove potevi fottere o farti
fottere sul water in tutta tranquillità. Lo
Studio 54 diventò famoso anche per i suoi party a tema.
Non c'era limite a quanto erano disposti a spendere
Rubell e Schrager per trasformare il loro club in un
ambiente totalmente diverso. Ci fu una notte in chiave Folies
Bergère, completa di motociclisti acrobati e
trapezisti seminudi. Ci fu una serata in cui quelli che
riuscivano a entrare venivano accolti da venti violinisti
che suonavano una serenata a chiunque sbucasse dal
corridoio. Una volta, in occasione della festa di
compleanno di Tina Chow, moglie del ristoratore Michael
Chow, lo spazio fu trasformato in una strada di Shangai.
Per non parlare delle serate di gala in cui si esibivano
Grace Jones, il travestito Angel Jack o il balletto gay.
O la festa per la première di Grease.
Nessuno
sapeva che cosa avrebbe ancora escogitato Rubell e fin
dove si sarebbe spinto per continuare a stupire i suoi
ospiti. Un carnevale di Rio, un luau hawaiiano,
un safari africano? Tutto ciò che faceva parte del
fascino cool del posto, che trasformava lo
Studio 54 in una sorta di "fantasyland"
felliniana dove rifugiarsi lasciandosi alle spalle,
dietro le porte girevoli del locale, lo sconcertante
paesaggio anni Settanta. Tutti sapevano che non poteva
durare. Era troppo meraviglioso, troppo esagerato e
troppo illegale. Le prime avvisaglie dell'incombente
disastro si ebbero con la rivelazione che lo Studio 54
non aveva una licenza permanente per gli alcolici. Ogni
santo giorno Rubell doveva richiedere una licenza
provvisoria di ventiquattr'ore, procedura che costituiva
già di per sé una flagrante violazione della legge. Ma un
giorno Rubell semplicemente si dimenticò di avviare la
trafila e gli fu immediatamente proibito di vendere alcol
all'interno del locale, gettando nello sconforto la
clientela del locale. Dopo aver chiesto aiuto ad alcuni
dei personaggi influenti che frequentavano lo Studio, il
bellicoso avvocato di Rubell, Roy Cohn, trovò un giudice
disposto a lasciar cadere l'ordinanza.
Ma da quel momento
in poi le autorità cominciarono a tenere d'occhio il
locale. Non dovettero attendere molto prima che Rubell
incappasse in un'altra gaffe, causata principalmente
dalla sua arroganza. In un'intervista al New York
Magazine Rubell arrivò infatti a dichiarare:
"I profitti del club sono astronomici. Solo quelli
della Mafia ci superano!". La cosa attirò
l'attenzione di Frank Trattolillio della divisione
criminale dell'Erario, e, in coincidenza con una denuncia
per evasione fiscale la parte di un ex-dipendente, fu
emesso un mandato di perquisizione firmato dal pubblico
ministero Peter Sudler. Il raid allo Studio 54 ebbe luogo
alle 9.30 di mattina del 14 dicembre 1978. Quaranta
agenti perquisirono il locale sotto lo sguardo
sconcertato dei dipendenti riuniti in attesa di ricevere
la paga. Furono rinvenuti doppi libri contabili e sacchi
pieni di denaro nascosti dappertutto. A Schrager fu
trovata una busta di cocaina nel borsello e sia lui che
Rubell vennero arrestati. Neppure la diabolica astuzia di
Cohn poté salvarli quando si scoprì che non avevano
denunciato più di un terzo degli introiti, pagando
soltanto 8.000 dollari di tasse sul reddito per l'intero
1977.
Dopo una richiesta di patteggiamento sul
procedimento per frode fiscale, l'imputazione a Schrager
per detenzione di cocaina fu lasciata cadere e i due
furono condannati a tre anni e mezzo di detenzione. Le
autorità ritennero infatti che era necessario dare un
esempio di severità, per mettere in guardia dalle
trasgressioni gli altri proprietari di discoteche. il
primo febbraio 1980 Rubell e Schrager furono incarcerati
al Metropolitan Correctional Centre - naturalmente dopo
una favolosa festa intitolata Going-Away-To-Prison
(partendo per la prigione) allo Studio 54. Anche i
proprietari erano dietro le sbarre, almeno per un pò gli
affari continuarono ad andare avanti. Ma dopo
il 28 febbraio 1980, scaduta la licenza, il club rimase
chiuso per quindici mesi. Ormai in brutte acque
finanziarie, Rubell fu costretto a vendere il locale e
dalla prigione Rubell ne contrattò la cessione
all'albergatore Mark Fleischman, per cinque milioni di
dollari più il pagamento delle tasse arretrate del club.
Fleischman divenne così il nuovo proprietario dello
Studio 54, mantenendo Rubell e Schrager nel ruolo di
consulenti.
Trasferiti alla Maxwell Airforce Base in
Alabama per scontare la pena, Rubell e Schrager furono
liberati il 21 gennaio 1981, dopo aver passato in carcere
meno di un anno, anche perché avevano collaborato con le
autorità, fornendo informazioni sulla gestione di altre
discoteche, in particolare su Maurice Brahms, il
proprietario del club rivale New York New York. Il
ritorno alla bagarre del mondo discotecaro fu duro per
entrambi. Gli ex componenti di quello che era stato
soprannominato il "duo cosmico" si ritrovavano
ora come due semplici stipendiati, per di più evitati da
tutti, dal momento che la gente temeva di venire
compromessa dalla loro cattiva reputazione. Inoltre il
movimento "Disco Sucks" guadagnava terreno, in
città il punk era ormai fenomeno di tendenza, l'Aids
cominciava a manifestarsi in forme allarmanti, i
nottambuli - ormai esausti - se ne stavano a casa e
c'erano chiari segni di rottura nella cultura popolare,
che stava prendendo rapidamente le distanze dallo
spavaldo edonismo anni Settanta. Inizialmente lo Studio
54 continuò ad essere affollato. La gente ci andava
spinta dalla curiosità e perché, dato che ormai era
solo un business e non più uno stile di vita, tutti
potevano entrare.
Ben
presto l'alone di magia sparì, le celebrità smisero di
frequentarlo e gli anni Ottanta ne sbiadirono il lustro.
Un numero sterminato di procedimenti legali lasciava
chiaramente intendere che il club non sarebbe durato a
lungo. E la chiusura arrivò poco dopo che Fleischman lo
cedette in gestione a un altro consorzio, a sua volta
convinto di poterne ancora sfruttare il nome. Tre mesi
più tardi lo Studio 54 non esisteva più. Rubell e
Schrager tentarono di ricreare l'atmosfera e la mistica
dello Studio 54 al Palladium, che aprì i battenti nel
1985. Ma l'operazione non riuscì. Ormai per i
frequentatori dei club mainstream l'era disco era
tramontata e a quel punto i due imprenditori pensarono
bene di riciclarsi nel nascente mercato dell'industria
alberghiera. Grazie all'aiuto e all'esperienza di
Fleischman aprirono a New York una serie di Hotel alla
moda, come il Morgans e il Royalton. Ma il 25 luglio 1989
Rubell morì di Aids a soli quarantacinque anni.
La sua
pietra tombale reca la scritta "The Quintessential
New Yorker" e i partecipanti al suo funerale
passarono tra due transenne di velluto accuratamente
presidiate. Schrager è attivo ancora oggi nell'industria
alberghiera. Lo Studio 54 è stato il punto più alto del
mondo disco, un colossale fuoco d'artificio che ha reso
incandescente il cielo di Manhattan prima di esaurirsi
nel bagliore ipocrita dei riflettori di quegli stessi
media che tanto avevano fatto per crearlo. Come suo
epitaffio rimangono la discoteca a tema che porta il suo
stesso nome a Las Vegas, alcuni versi sparsi di canzoni
popolari dell'epoca (Fashion Pack di Amanda
Lear, Le Freak di Chic), Il libro The Last
Party di Anthony Haden Guest e il film Studio 54.
Ma per coloro che tra quelle mura hanno ballato, ansimato
e sudato, che là si sono stravolti e hanno fatto sesso,
il "54" resta soprattutto un'esperienza
indimenticabile. Il punto d'origine di un'infinità di
leggende disco urbane.
Fonte:
"Love Train"
© Alan Jones e Jussi Kantonen
© 2000 Arcana srl
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