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Fashion Pack, l’abbigliamento disco

In principio c'era solo il poliestere! Lucide camicie a fiori innaffiate di dopobarba Hai-Karate e aperte in vita, che attiravano e riflettevano le luci multicolori. Maxi soprabiti di vinile color cedro lasciati cadere in modo da rivelare un body blu elettrico. Vestiti che lasciavano scoperte le spalle, con uno spacco all'altezza del cavallo. Era "Il decennio che dimenticò il gusto", per lo meno durante la fase liberatoria dell'anti-moda, metà anni Settanta, dopo il primo Funky Chic e l'androgina fase Glam. "Mettiti i vestiti che vuoi, dove e quando vuoi, ma fai in modo che abbiano il massimo impatto": questo era la parola d'ordine. Qual era esattamente il limite oltre il quale la quantità di polvere luccicante che si metteva tra i capelli diventava eccessiva? Quanto sangue finto si doveva intravedere attraverso la t-shirt nero-trasparente in nylon, comprata al Sex di Vivienne Westwood? Sulle pagine di Elle e Vogue sfarzo e nudità erano accettati. Il Movimento di Liberazione Femminile aveva dichiarato inaccettabili le minigonne ma non vietava altre volgari, quasi pornografiche, forme di abbigliamento.

Quei pacchiani risvolti ultra-larghi, i jeans scampanati e altre violazioni della moda che adesso giudichiamo affascinanti erano diffusi in tuttì gli ambienti, ma le tute color vinaccia o i prendisole avocado che davano l'impressione di essere ricoperti da un permanente strato dì umidità, erano appannaggio solo dei più estremisti. Il pubblico di un qualsiasi evento disco intorno al 1976 era un democratico mix di esibizionisti, imitazioni di Annie Hall (la protagonista dei film di Woody Alien Io e Annie), etno-fissati e alternativi vestiti tutti di cotone. Dal '76 in poi la moda da club cominciò a definirsi. Il modello "Love e Peace" fu abbandonato, man mano che gli stili da strada cominciarono a orientarsi verso le trasgressioni punk. "Nessuna speranza "Anarchia" e "Odio" erano gli slogan anti-establishment stampati su magliette consunte e stracciate, con contorno di spille di sicurezza, collari da cane, tamponi usati e gadget di provenienza nazista e sado-maso.

Il mondo dell'alta moda ne prese nota. Vivienne Westwood progettò abiti da sera ispirati alla sua predilezione per il feticismo sessuale. Zandra Rhodes introdusse la moda "terrorist chic". I Village People continuarono a lanciare uniformi di ogni tipo, che divennero di rigore per la schiera dei fans omosessuali. Film d'arte come Maitresse contribuirono a diffondere la voga della finta perversione, mentre fotografi di moda come Helmut Newton e Guy Bourdin realizzavano servizi in cui venivano immortalate top model bendate, legate e brutalizzate in anonime camere da letto o in piscine vuote ricoperte di piastrelle bianche. Newton fu ingaggiato come consulente del film noir Gli occhi di Laura Mars, nel quale delle indossatrici in sottoveste si tiravano i capelli a vicenda e poi sfilavano al martellante ritmo di Let’s All Chant della Michael Zager Band. La violenza latente era ormai vista nella moda come liberatoria e sovversiva.

Ambienti bianchi e luminosi, arredamento hi-tech in spaziosi loft e un sobrio modernismo nell'abbigliamento vennero alla ribalta con il 1977. Era meglio togliere che abbondare. "Stile di vita" divenne un termine di uso comune i primi manufatti "firmati" prodotti in serie, come i jeans di jordache o di Gloria Vanderbilt, diventarono oggetti di culto. Il nome sulle labbra di tutti i minimalisti eleganti era quello di Halston. il designer americano. Ospite permanente dello Studio 54 e vezzeggiato da riviste influenti come Womens Wear Daily, rivestiva le pupe da discoteca con abiti aderenti di jersey e caftani di seta. Ma, mentre le luminescenti creazioni di Yves Saint Laurent o Perry Ellis sfruttavano dispendiosamente l'erotismo dell'ambiguità sessuale, i frequentatori di club più intransigenti si strofinavano addosso olio di muschio e indossavano i soliti jeans con sandali di plastica alla Bryan Ferry, scarpe da tennis o comodi mocassini sfoderati.

Anche se pochi in realtà raccoglievano l'invito di Sister Sledge a ballare indossando roba di Halston, Gucci o Fiorucci, i tempi erano maturi per il codice "Dress for Success" (vestito per il successo) tipico dell'arrivismo anni Ottanta, col negozio di Fiorucci nell'Upper East Side a New York a fare da catalizzatore: incassi favolosi e musica disco nostop programmata dalle stazioni Wbls e Wktu, che rimbombava per i due piani dell'emporio, tra corpetti multicolori senza spalline, blue jeans e scarpe sportive luccicanti. L’estate 1978 vide tutti bardati in tenuta disco dalla testa ai piedi, persino le bambole Barbie Superstar in abito da sera sexy e Ken Superstar con occhiali da sole alla moda. La disco, dopo tutto, era un puro volo di fantasia e portare alle estreme conseguenze i dettami di quella moda era il lasciapassare per una personalità nuova di zecca, se la cosa ti stava a cuore.

Anche se le riviste di moda sostenevano che per un perfetto look da discoteca lui doveva indossare un maglione da marinaio su pantaloni kaki e lei una leggerissima blusa e una sottana larga, pochi seguirono l'indicazione. Quello che si voleva era divertirsi e la cosa si rifletteva nelle scelte di abbigliamento. Se si voleva trasgredire ecco pronti i "vestiti-tovagliolo" della stilista Norma Kamali, di seta o di spugna, che lasciavano libere le gambe dei ballerini come costumi da bagno. Anche la moda di andare in giro in tuta sportiva nacque in quel periodo. Era economico e, volendo, potevi cambiarti ogni volta che andavi in discoteca; inoltre era una tenuta leggera e fresca - cosa importante, visto che sudare era all'ordine dei giorno.

Dal momento però che il poliestere impediva la traspirazione, il cotone era una scelta più saggia. Come era meglio evitare gli scaldamuscoli, a meno che non si avessero polpacci particolarmente esili. Mentre allo scopo di rinfrescarsi rapidamente, l'accessorio indispensabile per chi frequentava le discoteche gay era un ventaglio, più grosso era, meglio era. Indossare abiti femminili era raro, anche nelle discoteche gay. Anche se avevi il coraggio di sostenere gli sguardi dei presenti, sapevi di attirarti l'ostracismo dei baffuti cloni dei Viliage People, i quali non arrivavano a capire che anche quello che loro indossavano poteva essere definito un travestimento. Un look molto popolare tra i gay - diffuso soprattutto a San Francisco (e dove altro sennò?) - si otteneva praticando dei buchi nella parte posteriore dei jeans e infilandoci dei fiori veri, coi Petali sporgenti.

Riviste di moda e agende si prodigavano in consigli alle lettrici su come vestire in discoteca. Ecco qualche esempio:

- Saccheggiate l'armadio di vostra madre o il più vicino negozio dell'usato per costruirvi un’immagine disco. Una sciarpa di rayon Decò anni Venti, è l'ideale.

- Arrivate al più vicino magazzino di roba militare: vi verranno un sacco di idee.

- Appuntate cammei, spille di sicurezza e mostrine militari sui calzini. Non più di sei - è di cattivo gusto.

- Prendete una fila di perline, attaccateci una borsetta per i soldi e le chiavi e appendetela al collo.

- Rinnovate un vecchio vestito col quale vi sentite a vostro agio attaccandoci spille di sicurezza e fazzoletti multicolori.

- Cucite nastri colorati alle estremità dei vostri pantaloni.

- Confezionate all'uncinetto la vostra borsa da discoteca. Se volete fare colpo fatene cinque, una per ciascuno dei vostri look!

- Rendete più vivaci le vostre scarpe da ginnastica dipingendo le stringhe.

- Indossate giacche di quattro taglie più grandi e arrotolate le maniche.

- Non sciupate la permanente mettendoci sopra un cappellino da baseball. Un cappello da safari sarà molto più elegante.

- Se avete l'abbronzatura, mostratela - non nascondetela. Shorts ridotti e reggiseno a fiori sono perfetti per un look "body beautiful".

- Mai e poi mai indossare magliette con slogan.

- Mai e poi mai indossare in discoteca gli stessi vestiti con cui si è andate a lavorare.

- Lo splendore del vostro abbigliamento deve venire dagli accessori e dal trucco - non indossate mai indumenti luccicanti o fosforescenti.

- Nero su nero è una combinazione di classe, qualunque cosa vi mettiate.

Ostentare gioielli in pista era sconsigliabile (l'oscillazione dei medaglioni 'ha causato diversi incidenti), ma orecchini, anelli alle dita dei piedi e braccialetti andavano bene. Per quanto riguarda il trucco, le luci da discoteca erano crudeli, quindi un look naturale era un errore. Per evitare di apparire slavate o flaccide le donne sapevano di doversi mettere mascara (indispensabile con le luci stroboscopiche) di dover segnare le labbra con la matita e di dover sostenere il viso con un fondo tinta più scuro del normale. Tutto era Hollywood, era Joan Crawford: il trucco andava applicato sotto le più crude luci della toilette per ottenere il giusto effetto tra i bagliori della pista. Se non si aveva voglia di fare questo sforzo, turbante e occhiali scuri erano un’alternativa praticabile, anche se le pupe più danarose avevano a disposizione altre opzioni: le disco lashes, ciglia finte in materiale sintetico trattate con polvere luccicante dorata, argentata, porpora, turchese e rosa.

O le unghie finte d'oro o diamante (rispettivamente 20 e 300 sterline), che diventarono di moda per una stagione. Malgrado le raccomandazioni che invitavano a crearsi una propria immagine e a non seguire mode già consolidate, il gregge disco fece esattamente l’opposto. Il cliché per lei era hot pants, giacchetta corta con qualche piuma, calzamaglia di lurex dorata, zatteroni argentati e una quantità di eyeliner, con crema luccicante spalmata su tutte le superfici scoperte del corpo. Per lui pantaloni svasati a vita alta e attillati sui fianchi, camicia con colletto rotondo spiovente, giacca blu con ampi risvolti e stivali di pelle di serpente color crema con suola a zatterone. La pettinatura femminile era modellata su quella di Farrah Fawcett, la star di Charlie's Angels, quella maschile si ispirava al cacciatore Kevin Keegan. Il profumo delle signore era Charlie, il dopobarba dei maschietti Brut.

Fonte: "Love Train"
© Alan Jones e Jussi Kantonen
© 2000 Arcana srl