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La
Disco Gay
Qual è
stata la prima discoteca gay? Alcuni indicano il
Sanctuary, sulla Quatantatreesima Strada a New York, che
fu aperta nel 1970 e dove i giradischi venivano azionati
a turno dal trio di deejay formato da Francis Grosso
(proveniente dall'Haven), Steve D'Aquisto e Michael
Cappello (dal più importante locale dei quartieri alti,
il Tamberlaine).
Altri sostengono che sia stata l'Ice Town, nel cuore di
Manhattan. O forse uno dei tanti ritrovi di Fire Island,
la popolare spiaggia dove si davano appuntamento tutti i
gay di New York. Dopo tutto, Paul Jabara nel 1978 scrisse
il suo hit Pleasure Island proprio in omaggio a
quel luogo, fatto di "dune e discoteche". Dove, dopo un giro di perlustrazione tra i recessi più
appartati con indosso l'ultimo modello di costume Hom, ci
si ritrovava negli anfratti bui dietro una discoteca,
sperando di cogliere ancora uno sguardo da quell'oggetto
di irraggiungibíle concupiscenza intravisto in spiaggia.
Altri erano convinti che sia stato l'Aux Puces, il
ristorante/discoteca di Manhattan, un posticino chic in
linea con tutto ciò cui un dancing della fine anni
Sessanta aspirava - dov'era possibile assaggiare
raffinate pietanze francesi, rilassarsi con un Irish
Coffee ed eventualmente scatenarsi tra una portata e
l'altra su una pista grande come un francobollo. A Londra, il quartiere gay di Earl's Court offriva il
Masquerade, un club molto "scì-sci", con le
pareti ricoperte di specchi. Parte del suo fascino -
grazie alle bizzarre leggi inglesi dell'epoca in fatto di
licenze di esercizio - era dovuta al fatto che il prezzo
di ammissione doveva includere una qualche forma di cibo,
altrimenti non era consentito vendere alcol. Si creò
quindi la ridicola situazione per cui, a un certo punto
della serata dovevi esibire il biglietto d'entrata per
vederti consegnare un minuscolo piatto su cui
troneggiavano una foglia di insalata mangiata dalle
tarme, mezzo pomodoro, un mucchietto di rape e una fetta
di prosciutto a lunga conservazione; il tutto servito da
camerieri infastiditi e imbarazzati. Dietro l'angolo del
Masquerade, nello stesso isolato del noto pub gay Thc
Colherne, si trovava il Catacombs.
Questa gloriosa cantina non aveva licenza per gli
alcolici (niente insalate spartane, quindi!), serviva
caffè all'italiana e toast e poteva rimanere aperta fino
a mezzanotte. Avrebbe potuto contenere al massimo un
centinaio di persone, ma, tra le undici e l'orario di
chiusura ce n'erano stipate almeno tre volte tante. E'
stato lì che molti omosessuali della città hanno perso
la loro verginità disco grazie al deejay Chris e ad un
altro strano tipo che gli habituée avevano ribattezzato
Pamela Motown. Una volta entrati, si vagava per l'area
debolmente illuminata a forma di tunnel che serviva da
luogo d'incontro, oppure ci si sistemava appena oltre la
pista da ballo. Dopo di che, se i tentativi di rimorchio
non avevano avuto successo, si poteva "dragare"
instancabilmente la zona attorno a Whaferdale Street -
motivo per cui alla fine le autorità fecero chiudere il
Catacombs. Proseguendo su Kensington High Street, al di là di
un'ingresso molto distinto indicato dall'ormai famosa
insegna a forma di cappello messicano, c'era il Sombrero
(o Yours and Mine, come veniva spesso chiamato per essere
stato il primo luogo di ritrovo gay/misto di Londra).
La
reception non era grande, si pagava e s'imboccava la
lunga scalinata che conduceva all'oscuro sottosuolo. Ma
mentre il Catacombs era il luogo di riunione della
trasandata schiera vestita di pelle in stile Joe Orton,
il Sombrero era frequentato da elegantissimi travestiti,
da ragazzi a ore di Chelsea e da bisessuali fans del glam
rock (tutti immortalati splendidamente da Todd Haynes in
Velvet Goldmine, 1998). L'atmosfera poteva essere un po' più sofisticata
rispetto al tanfo di nitrato di amile misto a sudore che
impregnava il Catacombs, ma soprattutto il Sombrero aveva
un "extra" che nessuno dei locali gay poteva
vantare: sfoggiava una delle prime pedane da discoteca
illuminate dal basso che ricordava il tabellone di un
gigantesco Trivial Pursuit, tutta fatta di neon colorati.
Anche se in fondo l'illuminazione della pista non era
peraltro così importante, in quel periodo in cui la
cultura disco gay era ancora agli inizi. Ciò che contava
di più era sapere che la persona che ballava accanto a
te al suono di I Heard It through the Grapevine
di Marvin Gaye o di The Israelites di Desmond
Dekker and the Aces condivideva le tue tendenze sessuali
e il tuo nomadismo da un lato all'altro del letto.
I
mantra gay San Francísco (Youve Got Me) e I
Wanna Funk with You Tonite (il classico brano
"da rimorchio" di Giorgio Moroder in cui
"funk" veniva sempre storpiato, con inevitabile
seguito di risatine) sarebbero arrivati più tardi. Il Sanctuary incarnò la New York dell'era
post-Stonewall.
Stonewall era il leggendario luogo di ritrovo di
omosessuali al Greenwich Village dove nel 1969
cominciarono a manifestarsi i primi vagiti del movimento
per i diritti gay. Davanti a questo sudicio bar,
travestiti, checche pseudo-militanti e habituée
omosessuali si ribellarono (per coincidenza nella stessa
notte in cui morì Judy Garland) contro i poliziotti
responsabili delle violente retate autorizzate da una
ridicola legge discriminatoria che impediva a persone
dello stesso sesso di fraternizzare. La rivolta che ne
nacque e la copertura data all'evento dai media,
modificò da un giorno all'altro l'atteggiamento
dell'opinione pubblica verso gli omosessuali e pose le
basi, anche col contributo della cultura disco, per la
demolizione dei valori reazionari e per l'affermazione
della mentalità edonistica così tipica degli anni
Settanta. E, in fondo, permise anche l'expioit di
esibizioni che si svolgevano in club come l'Anvil e il
Mineshaft, dove gare dei genere "quante lattine di
birra riesci a ficcarti nel culo?" furono presto una
consuetudine.
Una volta che gli omosessuali maschi ebbero acquisito il
diritto di ballare insieme in atteggiamento intimo senza
doversi preoccupare della polizia, il boom della disco
music non poteva essere lontano. Le due culture si
stavano aspettando a vicenda, pronte a proporre
all'attenzione generale i rispettivi stili di vita. Gli
omosessuali, del resto, avevano sempre avuto il merito di
lanciare le nuove tendenze della moda e la mentalità
della "festa continua" sbandierata dalla disco,
si sposava a meraviglia col rifiuto di invecchiare tipico
dei gay. I locali dedicati al piacere privato, il cui
numero aumentava esponenzialmente, divennero non solo
luoghi di liberazione avulsi dai giudizi oppressivi del
mondo "regolare", ma isole di desideri
condivisi, dove il semplice atto di ballare diventava un
democratico decreto di trascendenza tribale. Ecco perché il Sanctuary era il perfetto punto di
partenza da cui le radici della disco gay avrebbero
potuto diramarsi.
In origine era un'ex chiesa battista situata nella zona
di New York chiamata Hell's Kitchen e nella quale deejay
come Francis Grosso pompavano inni omosessuali
dall'altare dei giradischi, per coloro che accorrevano a
"fare la comunione" ogni sabato sera.
L'ostia
benedetta era una pasticca di quaalude e il vin
santo era una lattina di Budweiser. Naturalmente le
confessioni avevano luogo nei recessi più bui del club -
per quale motivo i ragazzi del coro avrebbero dovuto
stare in ginocchio, altrimenti? - e i parrocchiani non si
staccavano da tutto ciò se non per andare ad ascoltare i
sermoni provenienti dal profondo, come Spirit in the
Sky e Band of Gold. All'inizio degli anni Settanta essere gay era un fattore
di primaria importanza nell'esperienza disco. Ogni nuovo
locale di un certo livello pagava una fortuna per
ottenere le mailing list degli omosessuali da inserire
nella propria agenda degli inviti. Gli eterosessuali
cominciarono presto ad adottare travestimenti gay (la
moda glam, per esempio, forniva un alibi perfetto) per
entrare nei più celebrati sacrari omosessuali.
In tempi brevi i club dovettero ricorrete a un sistema di
selezione alla porta per ovviare a irruzioni
indesiderate. Le amiche degli omosessuali venivano
ammesse (girava una battuta, all'epoca: "Perché
Dio. ha inventato le discoteche gay? Per fare in modo che
le donne grasse e brutte abbiano dei posti dove andare a
ballare!"). Anche le modelle e le attricette di
second'ordine venivano tollerate: in fondo volevano solo
mettersi in mostra al centro di quella fantasia musicale
ossessionata dal narcisismo.
Il problema erano ovviamente i maschi eterosessuali
(immediatamente riconoscibili per l'uniforme fatta di
jeans svasati South Bubble Sea, berretti sudici e
dopobarba da quattro soldi), convinti com'erano di essere
la risposta a tutti i sogni dei ragazzi gay. Uno stato
d'animo che li spingeva a diventare scurrili e aggressivi
non appena si sentivano circondati da plotoni di froci. Anche se questo atteggiamento continuò a costituire un
problema soprattutto nelle aree suburbane, i maschi
"regolari" che avevano un rapporto tranquillo
con la propria sessualità presto realizzarono che avere
accesso all'ambiente disco gay garantiva immediato
prestigio. Non si poteva che invidiare la mentalità
orgiastica dei "liberi tutti" che trasudava
sotto quelle luci intermittenti e, anche se la
gratificazione sessuale sarebbe sempre stata più a
portata di mano nel mondo gay, la possibilità di un
piacere extra richiamava legioni di eterosessuali. E poi
c'era quella musica. In nessun club "normale"
si mixavano i dischi come sapevano fare i deejay del
popolo gay. Fu la graduale incursione del mondo dei normali tra le
fila della disco gay che consentì al movimento
"Disco Sucks" (la disco fa schifo) di farsi
strada nell'America fine anni Settanta.
Le differenze
sociali sono associate in genere a culture di alto o
basso profilo. la prima è spesso vista come maschile,
attiva e in grado di generare stimoli intellettuali. La
seconda viene considerata appannaggio femminile, condita
da eccessi di emozionalità e da una certa vacuità. La
bassa cultura di massa, specialmente allorché si
concretizzava nella musica pop, è qualcosa che l'élite
intellettuale non potrà mai ammettere di apprezzare, se
non con lo stesso atteggiamento paternalistico di chi
visita i luoghi gay come fossero campi profughi. Il
piacere mondano provocato da incessanti stati di trance
autoindotti, come il fatto di ballare nei club al suono
di una musica "confezionata", è visto come un
segno inequivocabile di regresso mentale e di decadenza
del gusto. Di conseguenza la figura del consumatore della
"bassa" disco music venne sociologicamente
emarginata su base sociale e sessuale: uomini della
classe operaia privi di cultura, donne emozionalmente
instabili e omosessuali. Questa fu un'altra strada per tentare di togliere alla
disco music la sua caratterizzazione gay, dal momento che
il mondo "normale" constatò l'impossibilità
di integrare la sua joie de vivre nell'ambito della
cultura dominante.
Come avrebbe potuto cavarsela
l'establishment della disco music etero di fronte al
rituale omo-hardcore della domenica mattina che si
svolgeva nella balconata del Saint (la leggendaria
discoteca gay dell'East Village)? Della disco music, insomma, veniva accettata la capacità
di produrre profitti, ma non lo stile di vita eccessivo
che la definiva prima di tutto in termini di estasi
sessuale. Ecco perché i componenti dei Village People
nel film Cant Stop the Music erano stati
trasformati in pop star eterosessuali. Ecco perché
l'atmosfera gay da "vivi e lascia vivere" del
Paradise Garage veniva rimpiazzata con la nevrotica
gioventù "normale" e sessualmente tormentata
che frequentava il club 2001 nella Febbre del sabato
sera. Ecco perché la disco diva Candi Staton nel
1976 cantava Young Hearts Run Free, (giovani
cuori corrono liberi) ma nel 1978 già si sentiva una Victim
(vittima). Quando il mondo dei "normali" cominciò a
manifestare una crescente fobìa nei confronti degli
omosessuali attraverso sospetti e molestie, anche la
"discofobia" era dietro l'angolo.
Solo
uccidendo la disco, la musica rock poteva riaffermare il
suo machismo represso e i maschi "normali" -
gli stessi trascinati dalle loro fidanzate a ballare
accanto a maschietti baffuti e messi in imbarazzo dalle
parole di canzoni come I'm Every Woman o Knights
in White Satin - potevano tornare finalmente in
possesso dei propri coglioni. Il battaglione dei "Disco Sucks" (la scelta di
un'espressione dalle così evidenti valenze sessuali come
"sucks" è rivelatrice), culminata nel raduno
"Disco Demolition Night" tenutosi il 12 luglio
1979 al Komiskey Park di Chicago (campo della squadra di
baseball White Sox), non era tanto una manifestazione
contro "la stupida musica di plastica", ma
piuttosto un tentativo di ricacciare il movimento di
liberazione gay nella sua nicchia per nottambuli.
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Steve Dahl e Garry Meier
organizzatori del "Disco
Sucks"
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Fu quello
lo zenit del deliberato tentativo degli eterosessuali di
esorcizzare una società in espansione, basata sul
tramonto dei maschilismo e in grado di interpretare il
nuovo ruolo maschile meglio di quanto avessero saputo
fare gli stessi maschi.
Per lo stesso motivo l'epidemia di Aids fu salutata con
tale raccapricciante soddisfazione dalla classe
dominante.
Mentre i gay espandevano le loro pratiche sessuali, gli
unici pericoli in agguato durante gli anni Settanta erano
stati tranquillamente controllabili: piattole, herpes, un
po' di scolo. Con l'Aids era giunto il momento di far pagare loro tutto
lo spasso, le oscenità e le penetrazioni contro natura
di cui avevano goduto nei lascivi anni Settanta, l'ultimo
decennio di libertà sessuale del ventesimo secolo.
La disco music continuò comunque a sollevare istanze
sessuali e sociali, dal suo innocuo apparire fino al suo
ritorno nella dimensione undeground, avvenuto a inizio
degli anni Ottanta, mentre i contorni del movimento
rimasero prevalentemente gay per tutta la sua durata. I
"normali", più che altro, utilizzarono
temporanei travestimenti gay per adattarsi a un ambiente
sostanzialmente omosessuale, sia che ci si trovasse al 10th
Floor o al Loft di Manhattan, al Glades o al Rod's a
Londra, a Le Sept a Parigi.
Se era il voyeurismo a
determinare la prospettiva degli eterosessuali, per il
contingente gay contava prima di tutto la musica, che
portava con sé una pioggia di melodia e un flusso
ininterrotto di desiderio. I titoli delle canzoni lo
dicono chiaramente: Dont Leave Me This Way, I
Love to Love, To Each His Own e Lovin'
Is Really My Game.
Il concetto di disco music è strettamente collegato con
quelli di collage, pastiche e citazione, oltre
che con criteri selettivi per fondere insieme differenti
stili musicali. Denota un perfetto approccio ai valori
della produzione, rifiutando le discriminazioni tra
musica seria e musica di intrattenirnento. La maggior
parte della produzione disco è sfrontatamente
effemminata e, anche se il fenomeno kitsch ha subìto nel
corso degli anni Sessanta un'omogeneizzazione in senso
pop da parte di Susan Sontag e dei suoi contemporanei,
proprio questo genere di gusto kitsch continua a essere
una prerogativa specifica dei gay. Ecco perché si è
spesso affermato che la musica disco è un estesa e
appassionata conversazione su un ritmo in 4/4 tra dive
dalla pelle nera e omosessuali maschi che ne condividono
gergo, allusioni sessuali e drammaticità emotiva, - come
dimostrano classici disco-gay sul genere di Love to
Love You Baby di Donna Summer, I Need a Man
di Grace jones, I Will Survive e I Am What I
Am di Gloria Gaynor.
Perché, come cantava KC & The Sunshine Band,
"Questo è il modo in cui gli piaceva, uh-huh,
uh-huh!".
Queste canzoni rispecchiavano la tendenza al narcisismo,
alla nevrosi, all'arroganza, il desiderio di posare e di
apparire onnipotenti: tutti principi che gli psicologi
identificano come componenti dello stile di vita e della
psiche omosessuali. Anche se, nel gran calderone delle
produzioni gay ci furono brani politicizzati come quelli
realizzati da August Darnell e dal suo gruppo Machine. La
loro commovente There But for the Grace of God Go I,
parlava esplicitamente di omofobia e razzismo. Anche Carl Bean dichiarava fieramente I Was Born This
Way (Sono nato così). In prevalenza però
l'approccio disco gay era kitsch e frivolo. Abdullah's Wedding degli Orient Express è
emblematica della tendenza: uno spettacolo aurale per
travestiti che dura sei minuti, cantato da un coro tutto
maschile accompagnato da strumenti orientaleggianti e che
racconta la storia di una sposa riluttante che
gradualmente cede alle lusinghe dei vecchio padre dello
sposo. Ma, dal momento che l'integrazione di queste canzoni nel
circuito mainstream accorciava sempre più i tempi,
possiamo classificarle come produzioni disco a
orientamento gay a tutti gli effetti?
Indubbiamente sì. Anche se, man mano che gli anni
Settanta trascorrevano e aumentavano le produzioni disco
gay in cerca d'integrazione mainstream, erano sempre più
numerosi i frequentatori di club che, in cerca di una
valida alternativa alla dance istituzionalizzata,
tornavano a rifugiarsi nella produzione underground.
Comunque alla fine, qualsiasi pezzo dotato di una
sensibilità trasgressiva, esotica e marginale - che
fosse gay o no - era gradito agli appassionati. Di qui la popolarità di Amanda Lear, Pattie Brooks,
Sylvester, Claudia Barry e dei Viliage People presso il
circuito istituzionale, mentre tutti costoro non
smettevano di occupare una posizione di prestigio anche
nell'ambiente disco gay.
La disco gay esibiva un insolente umorismo nei titoli
delle canzoni - Push Push, in the Bush (Spingi,
spingi, nel cespuglio) di Musique ne è un fulgido
esempio -, erotismo appena velato nelle movenze di ballo,
una provocatoria ostentazione di sessualità (il
ventaglio come accessorio in quell'epoca pre-aria
condizionata) e uno spiccato senso di elitarismo
underground. Ma soprattutto fu l'universale dedizione
all'atteggiamento edonista, a dare impatto alla disco gay
in tutte le sue forme.
A quell'invito nessuno poteva resistere.
Fonte: "Love Train"
© Alan Jones e Jussi Kantonen
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